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Teenager con il "buio dentro"

Hanno tutto, benessere, speranze, affetto, ma spesso si autodistruggono. E noi adulti cosa facciamo? Poco e male

bullismo a scuola

Francesco Borgonovo

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David Sheff è un uomo di successo. Giornalista famoso negli Stati Uniti, ha collaborato con New York Times, Rolling Stone, Playboy, Fortune: carriera invidiabile, no? È anche un padre amorevole: mente aperta, visione progressista probabilmente ereditata dagli studi a Berkeley, ha cresciuto suo figlio Nic con tutto l’amore possibile. Gli ha trasmesso l’attenzione per la cultura e l’arte. E, cosa che non guasta, gli ha permesso di vivere in una piacevole villa munita di piscina. Il giovane Nic, che non ha ancora finito le superiori, è già conteso da vari college prestigiosi. Che cosa desiderare di meglio?

Eppure, Nic si droga. Metanfetamina. Nonostante sia bello, ricco, fortunatissimo, questo teenager fa di tutto per devastarsi. Davanti agli occhi attoniti del padre si lancia in una disperata corsa verso la morte e nessuno riesce a capire perché. La sua storia la racconta Beautiful boy, lo straziante film del belga Felix Van Groeningen (già regista del meraviglioso Alabama Monroe), arrivato anche nelle sale italiane.

Pochi giorni prima che la pellicola uscisse, si è sentito parlare di una storia di dolore che ricorda quella di Nic Sheff, anche se si è conclusa molto peggio.

È la vicenda di Noa Pothoven, 17 anni, olandese di Arnhem. Capelli biondi, occhi chiari, viso dolce, si è lasciata morire di fame e di sete su un letto. Non è stata a tutti gli effetti eutanasia legale: l’aveva richiesta, ma le autorità dei Paesi Bassi (dove pure ai minorenni è concesso il suicidio assistito) l’hanno negata.

Così Noa ha trovato un altro cavillo. Ha deciso di morire di stenti. Lo ha fatto con l’aiuto dei medici che le hanno somministrato cure palliative, davanti ai suoi genitori. Che hanno cercato di dissuaderla in ogni modo, poi hanno ceduto e sono rimasti a guardare la figlia che si svuotava ora dopo ora. Noa era stata violentata da ragazzina, soffriva di depressione e anoressia. Il sistema sanitario olandese non ha saputo farla star meglio, paradosso di una società che ammette l’eutanasia per i minori ma non riesce ad aiutare chi soffre.   

Il fatto è che di ragazze come Noa Pothoven e di ragazzi con Nic Sheff cominciano a essercene troppi, in giro per l’Occidente. Li ha raccontati, qualche tempo fa, una fortunata serie tv intitolata Tredici, tratta dai libri di Jay Asher e incentrata sul suicidio di una teenager. Li racconta ora anche un libro, bello e ruvido, di Laura Pigozzi, psicanalista, esperta di musicoterapia e autrice di vari saggi uno più interessante dell’altro. Per Nottetempo ha appena pubblicato Adolescenza zero, che racconta tutti quei ragazzi lanciati verso la morte o l’autoannullamento. Gli hikikomori, che si rinchiudono fra le mura domestiche e di cui ha parlato anche Panorama in una sua inchiesta recente, trasformando la casa in una sorta di bozzolo orrendo. Le cutters, che si incidono sulla pelle la sofferenza psichica. Poi tutti gli altri che sembrano spegnersi, come la triste Noa.

«Noa è un sintomo del nostro tempo» dice la terapeuta. «È una nostra figlia. Figlia della nostra epoca, che non sa parlare della morte, non sa stare vicino a una donna che subisce violenza.

Non ci sono le strutture, sappiamo come è trattata la salute mentale nei nostri Paesi occidentali, è qualche cosa che sta sempre confinato in una zona d’ombra».

Non parliamo della morte, non affrontiamo la fragilità. «La rimozione della fragilità nell’epoca che ci vuole tutti performanti è stato il grande problema di questa ragazza, che della vita conosceva troppo e troppo poco. Provava tanto dolore, è vero, ma c’è una frase bellissima di William Faulkner: “Tra il dolore e il nulla io scelgo il dolore”.

È una frase che possiamo discutere, certo, ma Noa non ha potuto scegliere, per lei il dolore era nulla perché era senza parole». Soprattutto, la nostra epoca ha portato una mutazione terribile che riguarda l’adolescenza. «Adolescenza viene dal latino adolesco, che significa crescere, essere vivi, prendere vigore» sostiene Pigozzi.

«Invece oggi l’adolescenza è uno stato in cui non si cresce, non si diventa adulti: non c’è la vita. Ai ragazzi non viene riconosciuto il fiorire della soggettività. Li infantilizziamo di continuo. Il soggetto nasce al momento del distacco dalla famiglia, nell’adolescenza appunto. E se non nasce in quel momento, dopo non si può più». Adolescenti che non riescono a diventare adulti. E allora si chiudono in casa, come gli hikikomori. O fanno della casa una tomba, come Noa.

«Fin da bambini non li trattiamo come soggetti. Ci sono, per esempio, mamme che si tengono i bambini nel letto a dormire e hanno piacere nel farlo. Ma in questo modo si preclude al bimbo di avere il suo spazio o un rapporto conoscitivo con il proprio corpo. E poi gli si preclude la capacità di resilienza, la capacità di far fronte alla paura: a tutti ha fatto paura dormire da soli». Ma la paura si deve superare, e se non succede è un guaio.

Genitori troppo presenti, oppure troppo assenti. «È la misura che manca» prosegue la terapeuta. «Se c’è un eccesso nel genitore,  che è troppo lontano o troppo vicino, è sempre un problema. La vicinanza estrema impedisce la cura perché impedisce il soggetto, che non sviluppa mai la capacità di far fronte agli eventi traumatici. L’eccessiva assenza del genitore altrettanto. In un modo o nell’altro, stiamo costruendo un modello di famiglia e di società in cui il soggetto non è al centro, anzi esplode. Vedo spesso, per fare un altro esempio, bambini che fanno confusione sui ruoli. Che chiamano il nonno “amico”. La confusione regna, ecco perché spesso alle mamme che vengono da me dico di far disegnare ai loro bimbi un alberto genealogico: così sanno da dove vengono, sanno la loro storia, da che radici originano. Altrimenti i bambini restano sempre pezzi della madre. Ne vediamo tanti iperattivi, che non stanno al loro posto: ma non sanno nemmeno quale sia, il loro posto».

Sono bambini zero, che poi diventano adolescenti zero, sempre in bilico tra la violenza e l’apatia. «Siamo una società che impazzisce per i bambini ma li adora talmente tanto che se li mangia. Pensiamo ai ragazzini di 13 anni. Come ha suggerito la psicanalista francese Françoise Dolto, perché non potrebbero fare qualche lavoretto pagato? O magari dare un contributo in casa? Li teniamo lì a fare niente, non sanno pulire la loro scrivania, non fanno il letto.

Per tutelarli, abbiamo scollegato i preadolescenti dal lavoro. E loro crescono senza sapere fare nulla, avendo una vita totalmente piatta che si può tradurre in inedia o in esplosione di violenza.

Li trasformiamo in individui inadatti alla società, stiamo incanalando i ragazzi nell’handicap assoluto. E dire che questi nostri figli dovranno confrontarsi con ragazzi che vengono da India, Cina, dal sud del mondo, e che sono abituati a lavorare tantissimo o hanno vissuto situazioni che noi non vedremo in una vita intera. Dobbiamo cercare di non mangiarci i nostri figli, di non farli crescere nella paura, di metterli in contatto con il mondo».

Curarli sì, ma non soffocarli: il fuoco si alimenta, ma non deve bruciare troppo, né spegnersi perché manca ossigeno. 

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