Ciao Stracqua, kamikaze e gentiluomo
Ansa
Ciao Stracqua, kamikaze e gentiluomo
News

Ciao Stracqua, kamikaze e gentiluomo

Il ricordo di Giorgio Stracquadanio, morto a 54 anni, politico, raffinato analista, in prima linea contro il giustizialismo, parlamentare dalle posizioni provocatorie, uomo che ha avuto il coraggio di morire scherzando

Ciao, caro Giorgio. Te ne vai ancora giovane e pieno di verve. Tu avresti detto che non si può morire all’età di Sharon Stone o con molti meno anni di Al Pacino. Eri una battuta dietro l’altra. Su tutto, tutti. Sulla vita, non solo sulla politica la passione che ti divorava l’anima. L’ultima battuta me la hai fatta pochi giorni fa al telefono: «Ciao Paola! Ma non sapevi che ero malato? Sì, ma guarda che torno presto in Transatlantico, dobbiamo parlare, ti dirò del mio nuovo giornale online.. e se non mi vedi magari sarò andato a fare un bel viaggio all’estero, Parigi o New York, vediamo».

Eri pieno di dolori lancinanti, ma avevi ancora il coraggio di scherzare. Eri un grande. E solo chi ha una forte personalità, come l’avevi tu, si può permettere di non prendersi mai troppo sul serio.

Quando Michael Douglas confessò di aver contratto il cancro alla gola per aver fatto troppo sesso orale, mi dichiarasti su Panorama.it: «In certi casi bisogna tenere la bocca chiusa». Ci ridemmo sù un pomeriggio. Il pezzo volò nel top ten dei primi dieci più letti delle news. Ma solo un cretino potrebbe pensare che tu eri una macchietta.

Figlio di un top manager della Montedison, cresciuto nella Milano bene, tu eri kamikaze e gentiluomo. Giornalista, scrittore, raffinato e arguto analista politico, senatore e poi deputato, sei stato anche segretario della commissione Bilancio di Palazzo Madama. E fosti tra i primi a proporre la riduzione degli stipendi dei parlamentari. Ma tu, caro onorevole Stracquadanio, eri soprattutto il kamikaze in prima linea contro il giustizialismo da qualsiasi parte provenisse.

Il tuo amore per il garantismo nasceva dalla tua esperienza da dirigente radicale. Hai difeso Bettino Craxi, Silvio Berlusconi, anche Umberto Bossi, ricordo, proprio su Panorama.it, scagliandoti, quasi unico, contro un Roberto Maroni fortissimo, nei giorni del caso Belsito e della serata delle scope che ti fecero ribollire il sangue.

Ora verrai ricordato magari solo per aver invocato «il metodo Boffo» per Gianfranco Fini oppure per aver detto che chi guadagna 500 euro al mese «è uno sfigato», ma tu aggiungesti che «lo sfigato» guadagnava così poco perché «non si impegnava abbastanza».

Solo il figlio di un manager, abituato ad assumere e licenziare sulla base della meritocrazia, della produttività, del senso dell’appartenenza alla ditta (anche il mio papà Anselmo, che nel suo piccolo contribuì a fare l’Autostrada del Sole da Orvieto a Bari, era un manager e noi ci capivamo per questo) può permettersi di dire quelle verità. Scomode, graffianti, politicamente scorrettissime, roba da ghigliottina per una sinistra che linciò Craxi per aver tagliato la scala mobile e aver salvato il Paese dall’inflazione galoppante. Eri definito un pasdaran berlusconiano per le tue posizioni contro l’infamia del processo politico-mediatico-giudiziario. Poi, abbandonasti Silvio Berlusconi per Mario Monti, sperando che Supermario facesse quella rivoluzione liberale che era in testa ai tuoi pensieri.

Mi confessasti con una battuta tagliente delle tue la delusione. Lo hai attaccato negli ultimi tempi, però io lo so che tu in fondo al Cav  hai sempre voluto bene. Gli hai sempre riconosciuto il merito di aver impedito «a una sinistra illiberale» di governare il Paese. E poi a te, figlio di un top manager, piaceva soprattutto l’imprenditore Berlusconi. Lo imitavi meglio di Simone Baldelli, vicepresidente della Camera e grande imitatore, che ha incuriosito persino Giorgio Napolitano. Ma la tua imitazione del Cav fatta in privato era la più bella e la più affettuosa. Con una voce molto simile a quella di Berlusconi un giorno me lo facesti così: «Se a me tirassero le monetine, sa che le dico, caro Stracquadanio, io le raccolgo, perché io so quanto sudore e quanta fatica ci sono volute per guadagnarle».

C’era affetto, rispetto e riconoscimento dei meriti del Cav, con il quale hai pure litigato, nella tua imitazione. Tu volevi semplicemente dire che in questa Italia, dove tutti sono allenatori della Nazionale e poi anche medici e giornalisti, si è perso il senso di cosa sia la fatica, il merito, la serietà per conquistare una vittoria.

Da uomo di mondo difendesti provocatoriamente anche «la prostituzione in politica se serve a fare carriera», naturalmente sempre a chi se lo merita.

Non era certo difendibilissima la tua posizione, ma tu avevi sempre il coraggio di squarciare il velo ipocrita dei sepolcri imbiancati. Nel tuo «Predellino», il tuo berlusconianissimo giornale online, ma tu diresti stracquadagnissimo, facevi scrivere intellettuali, politici e giornalisti di vaglia.

Ma un giorno hai avuto il guizzo di far scrivere, come editorialista, tal Gianni Marchesini. Più berlusconiano di te. Qualcuno direbbe, Marchesini chi? Nossignore. «Gianni», imprenditore e giornalista, della Orvieto bene, come si diceva una volta, è il fratello maggiore di Anna, l’attrice, la grande comica del mitico trio Marchesini-Lopez-Solenghi, che dissacrò i «Promessi sposi» oltre che le telenovelas.

In qualche divertissement tra Gianni e Anna magari all’ombra del Duomo probabilmente è nata «Bella Figheira», la finta fidanzata di «Don Rodrigo» che diceva: «Ciao sono bella Figheira, sono proprio una bella Figheira…». E Rodrigo: «Me sono innamorato di una muchacha molto bella de nome Lucia Mondella». Ti dissi, guarda che  c’è uno più berlusconiano di te, solo che lui non ha mai voluto lasciare la città della Rupe. E tu: e chi è? Io: «Il fratello di Anna, la Bella Figheira». Il giorno dopo «Gianni» era già un tuo editorialista. E anche lui,  anche non famoso, non è affatto una macchietta. Ciao, Stracqua, ti vedo già passeggiare sereno sulla Madison Avenue, troppo cafona la Fifth, per te kamikaze e gentiluomo.  

Ps. Il funerale di Giorgio Stracquadanio si terrà martedì 4 febbraio alle ore 11 a Milano, nella Chiesa di S. Pietro in Gessate (Via Cesare Battista).

Ti potrebbe piacere anche

I più letti