Intesa sul default, ma dov'è Obama?
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Intesa sul default, ma dov'è Obama?

Il Senato trova l'accordo, ma manca il sì del Congresso e la Casa Bianca è assente

Al Senato è stata raggiunta un accordo tra repubblicani e democratici per evitare il default. Chi scommetteva che, alla fine, il Congresso avrebbe risparmiato agli Stati Uniti il loro primo default della storia, aveva ragione. Ci credevano i mercati e gli analisti politici; lo speravano gli americani. Se tutti i tasselli (politici) andranno al loro posto, alla 24° ora, lo spettro del fallimento dovrebbe quindi scomparire. Sempre che l'ala più oltranzista del partito repubblicano non si metta di traverso. È possibile, ma non così probabile. 
L'intesa del Senato
Si tratta di un accordo ponte: prevederebbe lo sblocco dei fondi federali fino al 15 gennaio 2014 e quindi la fine immediata dello shutdown, della serrata del governo e l'innalzamento del tetto del debito fino al 15 febbraio prossimo, con la clausola di trovare un accordo sul bilancio statale entro il prossimo dicembre. La Camera voterà per prima l'intesa. Lo farà con i voti dei democratici e dei repubblicani moderati. Un passaggio per tentare di evitare l'ostruzionismo dei repubblicani radicali al Senato.
Il palazzo di Washington prende tempo, rimanda di alcuni mesi lo scontro, ma è evidente che questa battaglia ha già lasciato molti feriti a terra. Con quello che si è visto in questi giorni - Camera dei Rappresentanti nel caos, Senato bloccato e Casa Bianca quasi assente - si potrebbe dire che un default, in realtà c'è già stato: quello del sistema politico americano
Un Congresso finora quasi incontrollabile
L'intesa del Senato passerà solo se non si metteranno di traverso i repubblicani più intransigenti. Ted Cruz, il texano che con la sua maratona oratoria in aula aveva tentato di bloccare l'inizio dell'attuazione dell'Obamacare, ha riunito una ventina di suoi fedelissimi nel sotterraneo di un ristorante di Washington per decidere cosa fare di fronte all'intesa con i democratici. Lo stesso Cruz avrebbe fatto sapere di non avere alcuna intenzione di votare accordi che non prevedano uno stop alla riforma sanitaria di Barack Obama. Se lui e la sua pattuglia di senatori dovessero mantenere la promessa, per l'intesa sul default sarebbero guai seri.
Il passo falso di John Boehner
All'accordo del Senato si è arrivati dopo un drammatico passaggio alla Camera dei Rappresentanti, martedì 14 ottobre. John Boehner, lo Speaker, leader dei repubblicani, ha tentato il blitz. Voleva mettere ai voti un piano alternativo a quello che si stava studiando al Senato. Ma gli è andata male; ha dovuto ritirarlo dopo che ha scoperto di non avere i voti per farlo passare. Quasi schiacciato sulle posizioni radicali del Tea Party, il piano era inaccettabile per i democratici, ma anche per i repubblicani moderati. Che hanno avvertito Boehner della loro contrarietà e l'hanno costretto alla ritirata.
Per lui, una seria sconfitta politica. Che potrebbe mettere addirittura in forse la sua posizione di presidente della Camera. Per il Grand Old Party, un passaggio (politico) disastroso perché ne ha evidenziato le spaccature e alimentato le divisioni. La lotta sul debito rischia di infliggere molte sanguinose ferite al corpo del partito, già individuato dall'opinione pubblica come il responsabile dello shutdown e del rischio default.
Dov'è Obama?
In tutto questa partita che ruolo sta giocando Barack Obama? Il suo uffico stampa fa sapere che il presidente è in stretto contatto con tutti i leader del Congresso. Nelle ore febbrili della giornata di martedì 15 ottobre, la Casa Bianca ha diramato un comunicato in cui definiva John Boehner ostaggio del Tea Party e invitava i repubblicani a votare per un compromesso al Senato. Il giorno prima, Obama aveva prima convocato e poi disdetto un vertice con Harry Reid e Mitch McConnel, i capigruppo di democratici e repubblicani al Senato. Il summit era stato cancellato perché non l'accordo che sembrava vicino, invece, era saltato.
Insomma, sembra che Obama abbia usando un potere di moral suasion nei confronti del Congresso, ma nulla di più. Il presidente, per ora, sembra volersi tenere fuori dalla partita. Perché? Dal punto di vista politico, questa è la prova della debolezza di Obama, incapace di imporre a Capitol Hill le sue condizioni, quasi ininfluente in uno dei momenti clou del suo mandato. Due anni fa, Obama era stato in prima fila nelle trattative con John Boehner per evitare il default. Ne venne fuori un accordo che in realtà fu una vittoria per il GOP, un'intesa per cui il presidente venne molto criticato dai suoi.
In questa occasione, invece, Obama ha voluto stare in disparte (o gli è stato detto?), non apparire (o essere) in prima fila. Già molto indebolito, il presidente non poteva rischiare altre figuracce. Una scelta frutto di una riflessione ben precisa e per nulla ingenua: ha preferito stare nello Studio Ovale ad osservare i risultati delle mosse di alleati e di avversari; ha voluto lasciare il cerino in mano ai repubblicani nella speranza che alla fine si scottassero.
Ma Obama avrebbe potuto intervenire?
Eppure, secondo alcuni costituzionalisti americani, Obama avrebbe potuto svolgere un ruolo decisivo per evitare il default: decidere in prima persona l'innalzamento del debito se il Congresso non avesse trovato un'intesa. Lui ha sempre negato che la Costituzione gli desse questo potere, dicendo che può farlo solo Capitol Hill, ma in realtà, alcuni leggi gli concederebbero la possibilità di intervenire, gli permetterebbero, anzi lo "costringerebbero" a "violare" la separazione di poteri tra governativo e legislativo: il 14°emendamento della Costituzione, secondo cui il debito statunitense (contratto secondo legge) non può non essere onorato e un paio di altri provvedimenti legislativi, tra cui il Second Liberty Bond Act del 1917.
E'evidente che Obama non ha mai avuto alcuna intenzione di farlo.
Un Congresso litigioso, una Camera ingovernabile, una Casa Bianca ferma: il Palazzo di Washington alla fine eviterà il default del debito, ma non il suo (quasi) fallimento) politico.

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