Siria: anche Damasco sta per cadere?
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Siria: anche Damasco sta per cadere?
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Siria: anche Damasco sta per cadere?

Dopo le minacce del leader di Al Nusra nei confronti di Assad, cade anche Ariha, un’altra città strategica. La battaglia per la capitale si avvicina

 Il leader del gruppo qaedista Jabhat Al Nusra, Abu Muhammad Al Julani, aveva lanciato la maledizione su Damasco due giorni fa. “La nostra missione in Siria è la caduta del regime, dei suoi simboli e dei suoi alleati - affermava il 27 maggio in un’intervista rilasciata al canale satellitare del Qatar Al Jazeera -. Hezbollah sa che il suo destino è direttamente legato al destino di Assad. Quando Bashar verrà sconfitto, sarà la fine anche per Hezbollah”.

 A 48 ore dalle sue minacce, l’impeto di Al Nusra si è abbattuto sulla città siriana di Ariha, situata al confine con la Turchia, una delle ultime difese dall’esercito di Assad nella provincia di Idlib, per il resto quasi completamente nelle mani dei qaedisti e di altri gruppi islamisti. Ariha è caduta in meno di sei ore. Una coalizione formata da diverse milizie guidate da Jabhat al-Nusra, conosciuta con il nome di Jaish Al-Fatah (l’Esercito della conquista), ha costretto alla ritirata le forze del regime siriano e i miliziani sciiti di Hezbollah, arrivati dal Libano per sostenere la resistenza di Damasco di fronte all’avanzata jihadista. Un tentativo rivelatosi vano, conclusosi con la fuga a ovest della città, verso Oroum al Jouz. Per Hezbollah, che in Siria dispiega al momento circa 5mila uomini, si tratta di una pesante sconfitta, forse la più bruciante da quando è iniziato il conflitto nel 2011.

 Abitata da circa 80mila abitanti prima dello scoppio della guerra, Ariha è situata in una posizione strategica, lungo le principali linee di collegamento che uniscono la provincia di Idlib a quella costiera di Latakia, sul Mediterraneo, dove le forze fedeli ad Assad sono ormai arroccate.

 Il regime di Damasco accusa il governo turco di aver finanziato i ribelli siriani e di non aver ostacolato l’arrivo di jihadisti da Nord Africa, Europa centro-occidentale e Balcani nelle province al confine tra Turchia e Siria, tra cui anche Idlib. Fonti vicine ai ribelli hanno dichiarato di aver guadagnato terreno negli ultimi mesi grazie all’utilizzo di missili filoguidati TOW (Tube-launched optically-tracked wire-guide) di fabbricazione americana.

 Ma il colpo inferto ad Assad ad Ariha, e in buona parte della provincia di Idlib, è da attribuire principalmente ad Al Nusra. In due mesi i miliziani di Julani hanno prima preso il controllo del capoluogo Idlib e, successivamente, di Jisr al-Shughur, altra città chiave.

 

La maledizione di Al Julani
L’obiettivo finale di Jabhat Al Nusra, vale a dire sconfiggere il regime di Damasco e tutti i suoi alleati, sta dunque prendendo forma. Nell’intervista ad Al Jazeera, Julani è stato perentorio, lasciando però aperto uno spiraglio nei confronti del popolo alawita così come delle altre minoranze religiose che vivono in Siria, compresi i cristiani. “La nostra battaglia non finirà a Qardaha, il villaggio alawita dove è nato il clan di Assad - ha affermato -. La nostra guerra non è una vendetta contro gli alawiti, nonostante essi siano degli eretici per l’Islam. La nostra fede si basa sulla misericordia e su principi nobili. Non siamo assassini. Combatteremo solo contro chi ci ha attaccato ed ha ucciso la nostra gente. Non faremo del male ad altri, siano essi drusi o di altre confessioni”.

 Quella andata in onda il 27 maggio è stata la seconda intervista che il leader di Al Nusra ha rilasciato alla tv del Qatar, accusato di essere uno dei principali Paesi che finanziano i gruppi jihadisti che in Siria combattono Assad.

 La prima intervista concessa da Julani risale al 2013, ma oggi, rispetto a due anni fa, la caduta di Damasco appare realmente possibile. Interessante nel corso dell’intervista il passaggio in cui Julani fa riferimento agli Stati Uniti e all’Occidente. Julani ha negato l’esistenza del gruppo Khorasan, definito invece dal Pentagono un gruppo a cui Al Qaeda avrebbe affidato il compito di sferrare attacchi contro gli Stati Uniti. Julani ha dichiarato invece di non aver ricevuto indicazioni dal leader di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri, di usare la Siria come base per lanciare attacchi contro l’Occidente. Il leader di Al Nusra, al contempo, tiene però alto allarme: “L’America sta provando a puntellare il regime di Assad. Se gli Stati Uniti continueranno i loro attacchi, tutte le opzioni sono aperte. Chiunque ha il diritto di difendersi”.

Richiamandosi direttamente agli ordini di Al Zawahiri, Julani ha allontanato dunque l’ipotesi di uno scollamento tra Al Nusra e i vertici di Al Qaeda, nonostante in Siria il suo gruppo operi ormai da mesi in linea con lo Stato Islamico, combattendo al fianco dei miliziani del Califfo Al Baghdadi per conquistare città e mettere pressione sul regime di Damasco, così come accaduto di recente nel campo per profughi palestinesi di Yarmouk.

Chi è Abu Muhammad Al Julani
La figura di Abu Muhammad Al Julani è una delle più enigmatiche tra quelle dei leader dei gruppi jihadisti in Medio Oriente. Dato per morto in almeno due circostanze (in Iraq nel 2006 e in Siria nel 2008), si parla di lui come di un uomo misterioso, che nasconde il viso ogni qualvolta si presenti in pubblico anche in incontri con altri componenti della sua organizzazione. Si tratta di una tattica utilizzata in passato dai vertici di AQI (Al Qaeda in Iraq), i cui leader evitavano ogni tipo di contatto con l’esterno, limitandosi ad avere rapporti diretti solo con una strettissima cerchia di uomini fidati.

La figura di Julani, soprattutto in Siria, è stata mitizzata in questi anni. Conosciuto con il nome di “Al Sheikh Al Fateh” (Conquistatore di Sheikh), sotto la sua direzione Al Nusra ha infatti distribuito alimenti e carburante nelle città conquistate, puntando a un’applicazione meno radicale della Sharia, un modus operandi lontano dai metodi brutali utilizzati dallo Stato Islamico.

Inserito nel maggio del 2013 nella lista dei terroristi internazionali dal Dipartimento di Stato americano, su Abu Muhammad Al Julani circolano molte voci e poche certezze. Secondo fonti jihadiste il suo nome spiegherebbe la sua provenienza dalle alture del Golan, in un’area siriana non occupata da Israele. La pista considerata più attendibile lo lega ad Abu Musab al-Zarqawi e, dunque, ad Al Qaeda in Iraq (AQI). Dopo aver combattuto in Iraq al servizio dell’organizzazione, scalandone negli anni le gerarchie, tra il 2011 e il 2012 Julani sarebbe tornato in Siria per cavalcare le rivolte contro il regime di Assad.

In mezzo si colloca una delle fasi della vita di Julani di cui si sa meno. Lasciato l’Iraq, avrebbe soggiornato per un certo periodo di tempo in Libano, dove avrebbe collaborato con il gruppo sunnita radicale Jund al-Sham. Tornato successivamente in Iraq, sarebbe stato arrestato dai militari degli Stati Uniti e rinchiuso a Camp Bucca, prigione situata al confine meridionale con il Kuwait. Qui sarebbe entrato in contatto con gli attuali vertici dello Stato Islamico, compreso il Califfo Al Baghdadi.

Uscito da Camp Bucca nel 2008, due anni dopo l’uccisione di Abu Musab al-Zarqawi, Julani avrebbe operato per conto di AQI in Iraq, principalmente nella provincia di Mosul, per poi rientrare in Siria, dove nel gennaio del 2012 ha annunciato la formazione di Jabhat Al Nusra.

Ciò che la sua organizzazione è riuscita a fare in Siria negli ultimi tre anni, rappresentando oggi a tutti gli effetti la principale minaccia per la sopravvivenza del regime di Assad, è storia recente. Nel video in cui tre anni fa annunciava la nascita di Jabhat Al Nusra, Julani dichiarava che l’obiettivo principale del gruppo era far cadere Assad. Oggi, con i miliziani qaedisti insediati nella provincia di Idlib e sempre più vicini alle città costiere di Latakia e Tartus, la battaglia per Damasco appare sempre più imminente.

 

YASIN AKGUL/AFP/Getty Images
21 marzo 2015. Una donna curdo-siriana posa per una foto sulla collina di Mistanur, durante un raduno per celebrare Newroz, il Capodanno curdo, presso la città curda siriana di Kobane, nota anche come Ain al-Arab.
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