Scajola assolto. Il fatto non costituisce reato
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Scajola assolto. Il fatto non costituisce reato
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Scajola assolto. Il fatto non costituisce reato

Si è chiuso il procedimento per l'acquisto della casa romana di via del Fagutale che aveva scatenato furibonde polemiche - La reazione di Scajola

Un anno fa l'avevano prosciolto in istruttoria nell'inchiesta ligure sul porto di Imperia. Oggi, 27 gennaio, Claudio Scajola viene assolto anche a Roma "perché il fatto non costituisce reato" nel terribile processo per la compravendita della casa in via del Fagutale, l'appartamento acquistato in parte "a sua insaputa", che per quasi quattro anni gli è costata una brutale gogna mediatica. Il procedimento parallelo a carico dell'imprenditore Diego Anemone, coimputato, è stato annullato per intervenuta prescrizione del reato. Il giudiceEleonora Santolini, insomma, sembra avere creduto alla versione di Scajola: ha confermato che se pure c'è mai stata qualche anomalia nella compravendita dell'immobile a due passi dal Colosseo, Scajola sicuramente non ne era al corrente.

Gli inquirenti sostenevano che dietro la compravendita dell'appartamento, avvenuta il 6 luglio 2004, si fosse nascosto  Anemone, il quale avrebbe pagato circa 1,1 milione di euro su un totale di 1,7 versati da Scajola per l'acquisto della casa, accollandosi poi i lavori di ristrutturazione per altri 100 mila euro. Scajola si è sempre sempre detto del tutto ignaro del ruolo svolto da Anemone e dal suo factotum, Angelo Zampolini. Ma l'8 gennaio i pm avevano chiesto per lui e per lo stesso Anemone 3 anni di reclusione, ipotizzando il reato di finanziamento illecito.

La vicenda era esplosa con estrema violenza sui giornali nell'aprile 2010, un mese dopo l'arresto di Anemone. Il 4 maggio di quattro anni fa, al culmine di una campagna violentissima, Scajola aveva dovuto dimettersi, sia pure rivendicando la sua piena correttezza: "Sfido gli inquirenti a trovare un solo mio atto contrario ai doveri d'ufficio" aveva detto "o un solo favore da parte di un ministero da me retto nei confronti di Anemone o delle sue imprese". Evidentemente gli inquirenti non dovevano aver trovato gran che, se poi il processo, stancamente, si era incardinato non sulla corruzione ma su un'altra ipotesi di reato: il finanziamento illecito. 

"Questa assoluzione è doppiamente positiva" conferma a Panorama.it  Giorgio Perroni, l'avvocato dell'ex ministro "perché il giudice ha pienamente accolto la nostra versione, e cioè che Scajola era totalmente estraneo alla vicenda. In più, il giudice non si è limitato a dichiarare la prescrizione, come avrebbe potuto, ma ha deciso di entrare nel merito dei fatti". 

Va sottolineato ancora una volta il disastroso effetto della gogna giudiziaria su un esponente di primo piano della politica. Perché quasi quattro anni fa Scajola venne travolto esclusivamente dalle accuse spalmate sui giornali e basate ancora su pochi elementi incerti. Eppure molti quotidiani, nell'aprile 2010, raccontavano particolari precisi come pugnalate e riportavano frasi estratte come pepite da verbali d’interrogatorio. 

Torniamo a leggere le cronache di quei giorni. Il principale teste d’accusa contro Scajola era Zampolini, architetto e collaboratore di Anemone: l’uomo che il 23 aprile 2010, davanti ai pm, aveva ammesso di avere cambiato contanti per 900 mila euro in 80 assegni circolari intestati alle due sorelle Papa, le venditrici della casa acquistata da Scajola. «Il giorno del rogito» avrebbe dichiarato Zampolini, secondo la Repubblica del 3 maggio 2010 «portai gli 80 circolari nel luogo in cui venne firmato l'atto». 

Tutto avviene in un ufficio in via della Mercede, a Roma, nella disponibilità del ministero per l'Attuazione del programma. Qui sono riuniti Scajola, le sorelle Papa, il notaio Gianluca Napoleone e «alcuni funzionari di banca». Di uno Beatrice Papa, nel verbale, ricorda il nome: è Luca Trentini, direttore della Deutsche bank di largo Argentina, proprio l'istituto dove Zampolini il giorno prima ha cambiato i contanti in assegni.

Sui giornali di 4 anni fa tutto si teneva: Zampolini cambia il denaro di Anemone, prende gli assegni, li porta al ministero e davanti a una serie di testimoni (le venditrici, il notaio e il bancario) interviene come colui che fisicamente consegna al ministro 80 assegni per 900 mila euro, che si vanno a sommare ai 600 mila euro che Scajola ha appena ottenuto accendendo personalmente un mutuo allo sportello del Banco di Napoli presso la Camera dei deputati. A quel punto, secondo le cronache giornalistiche, il ministro consapevolmente prende gli 81 assegni e li dà alle venditrici. 

Il 30 aprile sempre la Repubblica aveva affondato il colpo. Titolo: «Scajola, le carte che accusano. L’atto per la casa avvenne al ministero e ricevemmo da lui tutti i soldi». Nel testo si legge che le due sorelle Papa avrebbero dichiarato queste parole testuali: «È il ministro che consegna gli assegni, tutti insieme», cioè quelli della Deutsche bank più quello del Banco di Napoli. Lo stesso giorno anche il Corriere della sera, quasi in fotocopia: «Diede lui gli 80 assegni». Sempre il Corriere, il 3 maggio, fa dire a Zampolini: «Io consegnai i titoli direttamente al ministro».

E invece qualcosa non torna: perché già pochi mesi dopo le dimissioni di Scajola molte delle certezze dei giornali si incrinano. Sulla consegna degli assegni, per esempio, a leggere i veri verbali della frase lapidaria attribuita a Zampolini non esiste traccia nell’interrogatorio del 23 aprile. Tutto è più confuso, incerto; non si capisce che cosa sappia veramente il ministro. L’architetto afferma: «Su vostra sollecitazione (cioè dei due pm, ndr) preciso che probabilmente la mia presenza al rogito era dovuta alla consegna, da parte mia, degli assegni circolari». Ma non specifica a chi li ha dati, né quando. Anche Barbara Papa, nel suo interrogatorio del 23 marzo dice cose molto sfumate rispetto a quelle riportate dai giornali: «I soldi, non ricordo se tutti in assegni o parte in contanti, ci sono stati consegnati, credo di ricordare alla presenza del ministro». 

Entrambe le sorelle Papa negano poi di conoscere Zampolini, che pure avrebbe dovuto essere lì con loro, al rogito. E lo stesso Zampolini, in un interrogatorio del 18 maggio, aggiunge particolari che confondono le acque: «Non ricordo» dichiara «se gli assegni li ho portati io o se li ha portati Anemone. Se li avessi dati a qualcuno per conto di Anemone, non mi spiegherei il motivo della presenza del direttore della banca (cioè di Trentini, ndr) al momento del rogito». E il ragionamento non fa una grinza. Ora un giudice ha chiuso il cerchio. Ma chi risarcirà Scajola?

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