Riforma scolastica: che cosa vogliamo noi genitori
LUCA CASTELLANI/ANSA /KLD
Riforma scolastica: che cosa vogliamo noi genitori
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Riforma scolastica: che cosa vogliamo noi genitori

Che sia davvero la volta buona per dare ai nostri figli un'istruzione degna che prepari alla vita e al lavoro le nuove generazioni? L'accorata lettera di un giornalista-padre al duo Renzi-Giannini. Più spazio al merito

 

Carpe diem.

Tocca alla scuola, anche se finora ci confrontiamo solo con altri annunci. Ma, da genitori, vogliamo crederci. Vogliamo sperare che questa sia la volta buona. Intanto non ci saranno più supplenti, dice il ministro Stefania Giannini. E Matteo Renzi da quando è diventato capo del governo non fa che rimarcare l’importanza dell’istruzione. Sembra di risentire la triplice invocazione di Tony Blair (“Education, education, education!”) che fu la base del suo lib-laborismo. Leggiamo che sarà potenziato l’insegnamento dell’arte e della musica, quest’ultima non solo nella teoria ma “facendola”, cioè suonando uno strumento. Spazio all’inglese, più di quanto ne abbia avuto nelle ultime riforme. Spazio pure (anzi, soprattutto) al merito nella valutazione dei docenti, finora esenti (quindi all’aggiornamento). Spazio ai finanziamenti privati con l’apertura a meccanismi di crowdfunding, ossia raccolta di micro-finanziamenti già sperimentata con successo nei sistemi anglosassoni.

Tutto bene, tutto giusto. Bello sarebbe aggiungere qualche altro elemento. Per esempio, più apertura della scuola al mondo del lavoro. E finalmente una valorizzazione dello sport, cenerentola della scuola italiana mentre all’estero (specialmente negli Stati Uniti) è un pilastro della formazione.

Vogliamo crederci. Però, proprio per questo, non vogliamo essere delusi. Sarebbe troppo. La svolta che ci viene promessa la vogliamo vedere. E perché sia vera, bisogna che il governo investa nella scuola. Che ci siano i gettoni sul tavolo. Che noi genitori non dobbiamo più esser costretti a fare al supermercato la doppia spesa di sapone e carta igienica per le elementari o medie dei nostri figli. Che gli alunni non siano tarpati, nel loro desiderio di fare sport, dalla fatiscenza delle strutture. Che l’inglese venga insegnato da professori che lo sappiano parlare e non abbiano quell’accento leccese, torinese, toscano, romano. Che in generale i docenti siano incentivati e premiati. Vogliamo che i nostri figli possano fare come in America, dove genitori e alunni nel tempo libero raccolgono fondi fuori dai supermarket per sponsorizzare la squadra dell’istituto, i club, le attività extra. Vogliamo che sia consentito ai privati donare (e detrarre dalle tasse le donazioni) senza assurdi, suicidi vincoli burocratici che lo vietino. Vogliamo che i nostri figli escano dalla scuola non soltanto con una buona formazione culturale (grazie all’antica ma sempre lungimirante riforma Gentile che creò i licei classico e scientifico), ma abbiano anche un’idea di come si lavora e di come funziona il mondo, dei meccanismi che operano nella selezione secondo standard globali (test online, presentazioni in power point, addestramento a parlare in pubblico, competenze specifiche sulla base delle propensioni personali). Vogliamo una scuola in cui i professori siano più vicini agli alunni, meno distanti e impiegatizi nell’approccio, più formativi, “friendly”, amici, quindi vicini, interattivi. Vogliamo una scuola nazionale, non schizofrenica nei criteri di valutazione. Agli esami devono sottoporsi pure i docenti, oltre agli studenti. Non è tollerabile che i voti nel Mezzogiorno vengano regalati, che a un livello oggettivamente più basso dei risultati formativi corrispondano paradossalmente votazioni più alte (con la conseguente ingiustizia nell’opportunità d’ingresso all’Università, in Italia e all’estero). Vogliamo la trasparenza ed equità.

Vogliamo credere in una più concreta sinergia tra le scuole superiori, l’Università e il lavoro. E in una rivoluzione culturale che metta i nostri figli al passo con il resto mondo, allargando i programmi, sviluppando la mobilità. Chi manda i figli per un anno a studiare all’estero (lo dico per esperienza personale) deve poter detrarre dalle tasse quello che spende, perché il suo investimento costa sacrifici enormi ed è un valore aggiunto per il paese. Si tratta di capire che non c’è investimento migliore che nella cultura, cioè nella formazione. Dalle scuole superiori all’Università. Nella costruzione delle competenze, e poi nella ricerca. Perché la competizione globale ci vede indietro su tutti i parametri (dal costo del lavoro alla risorse naturali che non abbiamo). Quel che ci resta è l’ingegno. Che però richiede investimenti. E motivazioni.

Vogliamo crederci. Matteo, carpe diem. Cogli l’attimo. Non ci deludere.    

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