Renzo Piano, un invisibile in Senato
Renzo Piano, un invisibile in Senato
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Renzo Piano, un invisibile in Senato

L'architetto, appena nominato da Napolitano, vive a Ny e non si presenta mai a Palazzo Madama

 

Lo scranno del Senato può mai diventare un premio alla carriera? Si può essere senatori a vita, al giorno d’oggi, disertando a vita i lavori d’aula pure in occasione della fiducia al governo? Si può. E l’architetto Renzo Piano lo dimostra.   

Ma che bella l’Italia. E che bello fare il senatore a vita. Entrare a Palazzo Madama, la Camera alta, fregiarsi del titolo e poter finanziare un progetto. Progetto politico, ovviamente (politica viene dal grecopolis, città, osserva acutamente Piano intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”).

Che bello ascoltare un uomo, un cittadino del mondo come l’architetto Piano, senatore a vita dal 30 agosto con Claudio Abbado, Carlo Rubbia e Elena Cattaneo. Ma c’è un ma. Piano al Senato è un invisibile. Non c’è. Assente. Non ha neppure votato la fiducia al governo Letta. Da Fazio elogia il senso civico ma ammette candidamente, disinvoltamente, che lui il giorno della fiducia (dico la fiducia, momento topico dell’attività di un senatore, a vita o no) neppure c’era, a Roma. Ovvio. “Abito e lavoro a New York per una buona parte del mio tempo, ero lì e non potevo venire, ci mancherebbe, ho un grande rispetto per le istituzioni”. E ride, Piano, quasi a volersi scusare, a volerci dire che in fondo esserci o non esserci non è questo il dilemma (se non c’è da tenere in piedi un governo). Ma ci sarà. Ci andrà. “Assolutamente sì, certo, ho tutto un mio programma di lavoro, questo sarà il mio progetto più ambizioso”. Peccato che viva e lavori tra New York e Parigi, dove risulta residente.

Intanto preferisce esser chiamato architetto, non senatore. “Come senatore, sono una matricola”. Però il rispetto per il Senato c’è. “Ho sempre avuto grande ammirazione per le istituzioni civiche del paese, entrare al Senato è stato un bellissimo orgoglio, non nazionale, non personale, ma un orgoglio civico di appartenenza, una bellissima sensazione”. Piano spiega che il suo progetto è legato “a questo paese straordinario che è l’Italia”. Non è chiaro in cosa consista, ma poco importa. Gli emolumenti che in quanto senatore a vita percepirà a vita, sa già come spenderli: dando stipendi a giovani di valore. Come borse di studio. “In quanto genovese, sarò parsimonioso con i soldi dello Stato, userò i soldi per fare questo progetto. Ho l’idea di remunerare giovani brillanti”. Quale progetto? Quali giovani?

Ci andrà, a Roma, Piano. Ci andrà piano. Poco. Con calma. Perché vive e lavora nella Grande Mela. Ma al Senato ci andrà, insiste, “perché ho un ufficio grandissimo, con i parati... Ci andrò, a parte gli scherzi, ho un progetto”. Lo vuol fare sul serio. “Andrò a Roma. Ma la cosa che mi ha colpito è che è un impegno a vita, una maratona”. Piano avrebbe anche potuto rinunciare alla nomina, considerando che forse non avrebbe avuto tempo. L’ufficio con i parati, gli euro da distribuire ai giovani volenterosi, l’orgoglio civico di appartenere alle istituzioni (per le quali abbiamo tutti il massimo rispetto, ovvio), i vasti uffici ben foderati con tanto di personale generosamente remunerato per elaborare progetti “politici”, evidentemente lo hanno convinto.

Senatore a vita, perché no.

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