Nella corsa ai sottosegretari Fi va in testacoda
Silvio Berlusconi (Ansa)
Nella corsa ai sottosegretari Fi va in testacoda
Politica

Nella corsa ai sottosegretari Fi va in testacoda

Il Cav fa un giro di nomine, ma il partito si spacca. Lega a caccia di posti per "controllare" Interno e Salute.

Sarà un giro di nomine diverso dal solito, quello riguardante viceministri e sottosegretari del neonato governo Draghi. Oltre a compensare eventuali squilibri maturati al momento della nomina dei ministri, stavolta potrebbe infatti rivelare quali sarebbero state le reali intenzioni dei partiti se il Colle e Mario Draghi avessero dato loro carta bianca sin dall'inizio.

E che le cose non siano andate proprio come volevano le segreterie lo hanno fatto capire le nomine, fatte ieri da Silvio Berlusconi, di Antonio Tajani a coordinatore nazionale di Fi, di Anna Maria Bernini a suo vice e di Licia Ronzulli a «responsabile per i rapporti con gli alleati». Il tutto, dopo l'entrata al governo di Renato Brunetta e Mara Carfagna, caratterizzatisi negli ultimi tempi per una certa insofferenza verso gli alleati sovranisti. Difficile non leggerci la volontà di tenere ancorato il partito al centrodestra e coordinare le proprie mosse all'interno dell'esecutivo con quelle degli esponenti del Carroccio.

Considerato che nella selezione dei dicasteri c'è stato lo «zampino» di Sergio Mattarella, la mossa di Berlusconi segna, sia pure felpatamente, una certa presa di distanza da quella decisione. Che il partito sia in fibrillazione, lo dimostra l'addio di Osvaldo Napoli, Daniela Ruffino e Guido Della Frera, che ieri hanno lasciato il gruppo di Fi alla Camera. Direzione: Cambiamo di Giovanni Toti.

«L'obiettivo finale», ha detto Napoli, «è la creazione di un nuovo grande centro moderato, di cui noi vogliamo essere protagonisti». Un amo lanciato ad Azione, ma anche ai renziani. Intanto, è verosimile che il Cavaliere stia reclamando per Fi un sottosegretario alla Giustizia, che potrebbe essere il penalista Francesco Paolo Sisto, ma non è escluso che vi sia la volontà di «presidiare» anche un ministero economico, ad esempio con il senatore Gilberto Pichetto Fratin.

Nella Lega, l'accoppiata Giancarlo Giorgetti-Massimo Garavaglia non può essere certo considerata invisa al segretario Matteo Salvini, ma è riconosciuta come espressione dell'ala «soft» del partito e una compensazione politica sui temi di bandiera del Carroccio, in primis l'argine all'immigrazione clandestina, andrà messa in conto. Qui i maggiori indiziati per i ruoli in ballo sono Nicola Molteni e Stefano Candiani: uno dei due potrebbe andare al Viminale (per Molteni sarebbe un ritorno), ma anche le Infrastrutture e la Salute sono in cima ai pensieri di via Bellerio, e in questo caso ai nomi spendibili si aggiungono, rispettivamente, Claudio Durigon e Gian Marco Centinaio.

A favore di Durigon, che è già stato sottosegretario al Lavoro e per il quale si pensa anche di una nomina in un ministero economico, gioca anche la necessità di fornire rappresentanza nel governo al mondo leghista non proveniente dal Nord, in un esecutivo a evidentissima trazione settentrionale. L'altro squilibrio da sanare grava quasi per intero sul Pd, che sta facendo i conti con una rivolta interna delle elette, dopo la nomina di una delegazione ministeriale completamente maschile.

È facile prevedere il tentativo del di rimediare, anche se probabilmente ciò non basterà a chiudere il caso a livello politico. Questo potrebbe comportare la scelta di personalità come l'ex ministro della Pa, Marianna Madia, a un ministero economico, o la conferma di Sandra Zampa alla Salute, o ancora la nomina di Valeria Valente alla Giustizia. Una delegazione «sottogovernativa» interamente femminile, però, taglierebbe fuori gente come Antonio Misiani, ex viceministro di Roberto Gualtieri al Mef, ed è difficile che ciò avvenga. Ingarbugliata la situazione dentro il M5s, che prima di indicare i sottosegretari dovrà aggiornare la conta delle defezioni nel corso del dibattito sulla fiducia al nuovo governo.

Alte, per il momento, le quotazioni delle conferme di Pierpalo Sileri alla Salute, di Laura Castelli al Mef e del reggente Vito Crimi all'Interno. Poi c'è Italia viva, che ha dovuto cedere un ministero, che verosimilmente recupererà con un vice e un sottosegretario: basse le quotazioni di una retrocessione di Teresa Bellanova da ministro a sottosegretario, così come quelle di Maria Elena Boschi in un ruolo di secondo piano, mentre sono possibili la conferma di Ivan Scalfarotto e una new entry, nella persona di Lucia Annibali, alla Giustizia.

Ultima questione, quella di tutte le forze politiche che hanno assicurato il proprio sostegno parlamentare al governo Draghi ma che non potevano ambire ad avere un ministro. A loro, a partire dai centristi del centrodestra per arrivare ai socialisti, passando per Azione di Carlo Calenda e per +Europa di Emma Bonino, senza dimenticare il Maie di Ricardo Merlo, bisognerà dare qualcosa, senza perdere però il controllo della situazione, come accadde invece a Romano Prodi nel 2006, quando per accontentare la quindicina di partiti che componevano la maggioranza del suo secondo governo, arrivò alla cifra monstre di 103 membri dell'esecutivo, prima che il numero massimo consentito venisse fissato a 65.

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