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Quando Di Pietro rispose a Craxi: “Cancrena? È solo un foruncolone”

A vent’anni dalla morte dell’ex segretario socialista, un libro di Andrea Spiri scava nei suoi pensieri nell’esilio di Hammamet. Tra aneddoti e verità dimenticate


Lo storico Giuseppe Tamburrano ha giustamente scritto di lui che “Mai in Italia un uomo politico e di Stato era passato così rapidamente dal servo encomio al codardo oltraggio”. È vero: a Bettino Craxi è andata forse peggio che a Benito Mussolini. A vent’anni dalla sua morte (19 gennaio 2000) il personaggio Craxi resta purtroppo ostaggio di un’insopportabile appendice di quella anomala guerra civile che fu Tangentopoli.

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A scavare con onestà intellettuale nei giorni e nei pensieri del suo esilio da latitante è ora Andrea Spiri, con un bel libro: L’ultimo Craxi, diari da Hammamet (Baldini e Castoldi, 16 euro, 128 pagine). Il saggio di Spiri entra nell’intimo dei pensieri del Craxi tunisino, in fuga dai processi (già dal maggio 1994) e poi condannato definitivo, restituendone la spiritualità: gli ultimi giorni di Craxi vengono ricostruiti grazie alle riflessioni che agitano la mente dell’ex segretario del Partito socialista, o attraverso i ricordi dei figli Stefania e Bobo, mentre le condizioni di salute del condannato si aggravano.
È un libro delicato e interessante, che coglie il Craxi intimo e ultimo: l'uomo che si macera nella solitudine e lentamente perde la speranza di rivedere l'Italia. Dove, nel frattempo, come sempre si discute e ci si divide: in particolare sull’eventualità di un suo rientro.
È anche un libro coraggioso, questo saggio di Spiri, perché fa giustizia di tante oscene ipocrisie tangentopolesche che sopravvivono a vent’anni dalla morte di Craxi. È un libro accurato, perché puntualizza mille dettagli che la cronaca ha sempre ignorato e continua a ignorare: per esempio, anche nella ridda delle celebrazioni del film di Gianni Amelio, si è letto qua e là che tra il 12 novembre 1996 (data della prima condanna definitiva, in Cassazione: cinque anni e sei mesi di reclusione alla fine del processo Eni-Sai) e il gennaio 2000 Craxi fosse pienamente estradabile dalla Tunisia, e che questo passaggio giudiziario non sarebbe accaduto soltanto perché l’autorità giudiziaria non si spinse mai a cercare quel risultato. Ma è un falso: il libro di Spiri ricorda che ad Hammamet Craxi era pienamente al sicuro, perché un accordo bilaterale fra Roma e Tunisi, risalente al 1967, prevede che l’estradizione venga negata per i reati «connessi a infrazioni politiche».
Spiri ricorda anche che Bettino, nel suo esilio-latitanza, aveva manifestato piena disponibilità a incontrare più di un giudice italiano: “Tutti i magistrati che, tramite i miei avvocati, hanno manifestato l’intenzione di incontrarmi a Tunisi, o in Tunisia, hanno sempre avuto come risposta una mia dichiarazione di piena disponibilità” racconta la sua voce nel libro “ma nessuna di queste intenzioni, che pure era stata manifestata, si è poi mai concretata”.
Spiri ricorda anche aneddoti, vicende dimenticate. Rievoca, tra gli altri, un fatto sottaciuto, se non bellamente ignorato dai media italiani: e cioè che grazie a un ricorso degli ottimi avvocati di Craxi, Giannino Guiso ed Enzo Lo Giudice, nel dicembre 2002 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà l’Italia per il mancato rispetto dell’articolo 6 sull’equo processo. Tardivamente, perché ormai l’ex presidente del Consiglio è morto da quasi due anni.

Il libro racconta, ovviamente, anche la malattia di Craxi: la progressiva cancrena al piede e alla gamba, frutto di un diabete mal curato in Tunisia. Ricorda, Spiri, che inutilmente Craxi cerca di trasmettere alla magistratura italiana la sua istanza per potersi curare in Italia: non da carcerato, però, bensì da uomo libero. Il certificato medico trasmesso al Tribunale di Milano descrive la cancrena che avanza, con le “serie complicazioni degenerative” della malattia: una “lesione coronarica e una lesione distale infettiva all’arto inferiore sinistro”.
La risposta mediatica arriva da Antonio Di Pietro, il pubblico ministero simbolo di quella stagione: “Se ho ben capito” commenta ironico il magistrato in un’udienza del processo per la tangente sull’affaire Enimont “mi sembra che più che un’ulcerosi l’imputato abbia un foruncolone al piede, con pus. È non ha provato di non essere in grado di deambulare”.
Purtroppo Craxi non segue l’intelligente consiglio che nel 1994 gli aveva dato un (come sempre) pragmatico Marco Pannella: “Bettino, fatti arrestare. Vai a Rebibbia per un po’, ti curi e smetti di fumare. Riceverai tonnellate di lettere e ne uscirai come un trionfatore”. Troppo orgoglioso per cedere, lui. Troppo vigliacca e insipiente la politica italiana per cercare una via d’uscita dignitosa alla storia umana che si stava spegnendo in un vicolo cieco. E sicuramente avrebbe meritato una fine assai meno ingloriosa.
Andrea Spiri insegna presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma. Ha spesso scritto sulla traiettoria della democrazia repubblicana. Tra i suoi lavori: Io parlo, e continuerò a parlare. Note e appunti sull’Italia vista da Hammamet (Mondadori, 2014) e, di prossima uscita, La seconda Repubblica: origini e aporie dell’Italia bipolare.

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