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Perché lo stop della prescrizione non è utile (anzi)

La maggioranza è spaccata: dal gennaio 2020, dopo la sentenza di primo grado, non sarà più possibile prescrivere il reato. Il M5S insiste, il Pd è contrario. Chi ha ragione?

La riforma della prescrizione è uno dei temi che spacca la maggioranza di governo. Da un lato c’è il Movimento 5 stelle, che negli ultimi anni ha fatto dell’abbattimento del “mostro prescrizione” una sua bandiera; dall’altro c’è il Pd, che da due mesi chiede correzioni per evitare che il cittadino imputato possa rimanere “ostaggio” dello Stato a tempo indefinito. La questione, visto l’annoso problema della durata dei processi, ha scatenato anche le dure e giustificate proteste dell’Unione delle camere penali italiane e dell’opposizione di centrodestra.

La riforma, che nel 2018 era entrata nel decreto legge “Spazzacorrotti” varato dal ministro della Giustizia grillino, Alfonso Bonafede, e la cui entrata in vigore è stata dilazionata al gennaio 2020, prevede che il corso della prescrizione rimanga sospeso dopo la sentenza di primo grado.

Ogni anno i processi penali prescritti sono circa 130mila: circa un decimo dei nuovi processi che nello stesso tempo si aprono in tribunale. Il ministro Bonafede sostiene che la norma, bloccando la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, accelererà tutti i processi. In realtà questo è improbabile: a quel punto, al contrario, i tempi del giudizio d’appello e in Cassazione, senza più alcun rischio che il processo possa estinguersi, si dilaterebbero a dismisura in quanto pubblici ministeri e giudici non avrebbero più nemmeno lo stimolo di veder finire in nulla il loro lavoro.

La proposta Bonafede, del resto, ha incontrato le critiche dei penalisti, di tutte le opposizioni parlamentari, a partire da Forza Italia, e perfino dell’Associazione nazionale magistrati (il suo presidente, Francesco Minisci, nel 2018 aveva detto: «La modifica della prescrizione, di per sé, non sarebbe affatto utile).

La prescrizione, poi, non è il mostro giuridico di cui parlano i grillini. Al contrario, è un istituto giuridico che da sempre risponde a criteri di economicità processuale e al buon senso giuridico: è ovvio che lo Stato non possa perseguire all’infinito tutti i reati (tranne l’omicidio e la strage, che in Italia infatti sono imprescrittibili) e deve invece puntare a sentenze il più possibile tempestive e vicine al momento del crimine.

Meglio farebbe il ministro della Giustizia a indagare sulle vere cause e sulle concrete responsabilità della prescrizione: tra 2005 e 2016 (in base ai dati ufficiali del suo stesso ministero) i procedimenti penali prescritti sono stati 1.594.414, dei quali 1.111.608 (cioè il 69,8%) si sono estinti nelle indagini preliminari. Dato che in quella fase iniziale del processo i difensori non hanno alcun ruolo, né possono mettere in pratica le “tecniche dilatorie” di cui sono accusati (e che sono alla base delle polemiche e delle teorie di chi vorrebbe cancellare la prescrizione), è chiaro che il vero responsabile del fenomeno, in sette casi su dieci, è il pubblico ministero.

Resta da domandarsi quanti processi penali coinvolgerebbe la riforma della prescrizione. Nel 2017, in base all’ultimo dato disponibile, sono stati chiusi “per intervenuta prescrizione” poco meno di 126 mila procedimenti penali. Di questi quasi 67 mila si trovavano ancora nelle fasi iniziali del processo, davanti al Giudice per le indagini preliminari (Gip) o davanti al Giudice dell’udienza preliminare (Gup); quasi 27.500 davanti al tribunale ordinario; circa 2.500 davanti al giudice di Pace; poco più di 28 mila in Corte di Appello; altri 670 in Corte di cassazione. Questo significa che due anni fa, su quasi un milione di processi definiti (per l’esattezza sono stati 994.484), le prescrizioni hanno inciso per il 12,6%.

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