La guerra del Pd a colpi di libri
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La guerra del Pd a colpi di libri

Pisapia, Renzi, D'Alema, Civati, Veltroni: quando lo scontro avviene non in tv ma in libreria

 
Si stanno appropriando dello scaffale degli italiani, ultima ridotta del telespettatore colto, la via di fuga dei lettori dai servizi pubblici, dalle piazze pulite, dalle agorà. E neppure i vecchi librai, che da sempre sono la nostra censura migliore, riescono più a difenderci dall’invasione del libro politico, dall’istant book che sta riducendo il nostro Parlamento a una stamperia, alle primarie del punto e virgola.

Pierluigi Bersani nei Giorni bugiardi si contrappone a Massimo D’Alema di Chi ha sbagliato più forte, Oltre la rottamazione di Matteo Renzi contro Non mi adeguo di Pippo Civati, La traversata di Fabrizio Barca, E se noi domani di Walter Veltroni… I politici italiani infatti scrivono con la stessa frequenza di Georges Simenon e non sono mai memorie le loro, come nella tradizione anglosassone, ma pagine di livore, agiografie, quasi mai contributi alla critica di se stessi. Perfino la prestigiosa Laterza che fu la casa editrice di Benedetto Croce nel 2013 ha pubblicato, accanto alla Politica di Aristotele e al Prontuario di Grammatica del linguista Giuseppe Patota, i raffinatissimi arabeschi di Fabrizio Barca (e sono due) e del suo Triangolo rotto, Per una buona ragione di Pierluigi Bersani o L’intervista sulla sinistra al tempo dell’antipolitica di Massimo D’Alema a cura di Peppino Caldarola, che fa da super io, intervistatore, confessore, compagno che prova a smontarlo nella vanità con il solo risultato di aumentarla.

Il libro politico che simula un’intervista non è quasi mai una vera intervista e non esiste bravo giornalista che non venga ridimensionato a gregario e complice, come non esiste domanda più indiscreta che non venga ritoccata successivamente durante il lavoro editoriale. L’intervista si riduce in salamelecco e non raggiunge la profondità del giovane militante ne le “Le passeggiate al campo di Marte” che aiutava l’ex presidente francese François Mitterand in un lavoro di autoanalisi nelle ultime settimane da malato terminale. Eppure mai il libro era stato, come oggi, il laticlavio pop dell’uomo di Stato, il narcisismo sotto inchiostro che rafforza le convinzioni invece di sminuirle, il secchio di bile da rovesciare in testa all’avversario di corrente.

Erano raccolte di discorsi, di lezioni, i libri della Prima Repubblica come quelli di Aldo Moro, erano testi di alto liberalismo quelli del presidente Luigi Einaudi e solo in tarda età i campioni del comunismo da Pietro Ingrao, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Lucio Magri, Vittorio Foa, hanno deciso di scrivere le ragioni della loro militanza, come del resto era ed è un memoriale l’eredità che ha lasciato Palmiro Togliatti, nient’altro che saldi di storia. E certo risponde alla vanità, ma è una novità (soprattutto a sinistra) questa personalizzazione autobiografica, il libro come messaggio all’elettore che non ha risparmia nessuno, neppure il discreto Piero Fassino (Per Passione) allora segretario dei Ds.

E forse solo Matteo Renzi potrà rincorrere per numero i libri di Walter Veltroni (se ne contano 11) lui che da sindaco ne ha scritti già sette e piegato Dante, Brunelleschi, il Rinascimento alla sua rottamazione (Stil Novo). Non più compendio e neppure polemica filosofica, il libro a sinistra viene utilizzato come i vecchi dirigenti del Pci utilizzavano i fondi del settimanale “Rinascita”, agone di lotta e maldicenza, mentre a destra è il diario del reducismo, il compianto della diaspora, la ricerca di un approdo. In questi testi non c’è contraddittorio, non c’è la verifica che è la fatica che compie lo storico o il giornalista, ma bensì il flusso di coscienza, il monologo de “L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett che incideva in audiocassetta i propri ricordi in assoluta solitudine.

Sono per lo stesso motivo parodie dei miti di fondazione tutti i libri dei nostri amministratori: La versione di Tosi, Due arcobaleni nel cielo di Milano, di Giuliano Pisapia, Assalto al pm, storia di un cattivo magistrato, di Luigi De Magistris, Il futuro è adesso di Leoluca Orlando, E io non ci sto di Rosario Crocetta, Le Dolomiti di Napoli di Antonio Bassolino, Il mio Nord di Roberto Maroni, tutte Eneidi scritte per avvalorare una civiltà, una vita da sindaco o da governatore.

In realtà il libro dell’ onorevole finisce sempre con un’ assoluzione, velina senza veli, kriptonite di risentimenti. Così Bersani ci rivela che D’Alema gli pronosticasse il terzo posto alle primarie poi vinte contro Renzi e che come primo ministro sognasse Barca al posto di Enrico Letta, o Romano Prodi che nei Tre giorni che sconvolsero il Pd di Sandra Zampa telefona alla moglie per dirle che mai sarebbe divenuto presidente della Repubblica, e pure Achille Occhetto grazie a La gioiosa macchina da guerra rifiuta per sempre l’etichetta che si è appeso da sé a favore di un più guascone “Armata Brancaleone”.

Ed è chiaro che le verità di questi libri sono verità ormai scadute perché troppo lontane dall’attualità e troppo prossime per essere annoverate come storiche, rancore cristallizzato che esplode in corsivo. E’ innegabile che il D’Alema più spietato sia nei libri piuttosto che nelle interviste ai giornali, quello che ritiene «la sinistra un male che solo l’esistenza della destra rende tollerabile», come il Gianfranco Fini più umano e dolente è quello di Il Ventennio, che non sa vendicarsi se non accusando di fellonia Giorgia Meloni e Gianni Alemanno. Ma i libri hanno la funzione di catarsi e in politica rimangono l’ultima riserva dell’uomo di Stato, l’alibi che serve a giustificare i fallimenti, la poca audacia, sono le confessioni che scrisse Ippolito Nievo durante l’unificazione, gli attimi della destituzione di Mussolini firmate da Dino Grandi, la difficoltà di Carlo Azeglio Ciampi, presidente traghettatore dalla lira all’euro, i ricordi di Luigi Spaventa che hanno commosso Giorgio Napolitano. Occupate dai libri intervista dei politici le nostre librerie rischiano di somigliare ai saponificanti e detersivi di cui parlava Roland Barthes, soffici come la schiuma.

Twitter : @Carmelo Caruso

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