Papa Francesco e la guerra giusta
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Papa Francesco e la guerra giusta
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Papa Francesco e la guerra giusta

Un dilemma che divide la Chiesa. Bergoglio sceglie di appellarsi all’Onu, ma capisce che non basta

Un Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco ed è candidato in pectore al Nobel per la pace non può sottrarsi alla «madre di tutte le questioni»: esiste una «guerra giusta»? Fino a che punto è legittimo l’uso della forza per fermare l’aggressore?

Con la consueta franchezza il pontefice ha affrontato il tema nell’intervista in aereo di ritorno dal viaggio in Corea del Sud. Un grido d’allarme: «Oggi noi siamo in un mondo in guerra, dappertutto! Qualcuno mi diceva: “Ma Lei sa, Padre, che siamo nella Terza Guerra Mondiale – ma a pezzi?”. Ha capito? E’ un mondo in guerra, dove si compiono queste crudeltà. Vorrei fermarmi su due parole: la prima, crudeltà. Ma, oggi i bambini non contano! Una volta si parlava di una guerra convenzionale, oggi questo non conta. Non dico che le guerre convenzionali siano una cosa buona, no. Ma oggi va la bomba e ti ammazza l’innocente con il colpevole, il bambino, con la donna, con la mamma … ammazzano tutti. Ma noi dobbiamo fermarci e pensare un po’ al livello di crudeltà al quale siamo arrivati. Ma, questo ci deve spaventare!».

E una raccomandazione: «Dove c’è una aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, pure, eh? Quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista! Una sola nazione non può giudicare come si ferma questo, come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata l’idea delle Nazioni Unite: là si deve discutere, dire: “E’ un aggressore ingiusto? Sembra di sì. Come lo fermiamo?”. Ma soltanto quello. Niente di più».

Papa Francesco è più attento e più scaltro di quanto possa apparire. Sa bene che si trova stretto tra coloro che lo accusano di aver taciuto troppo a lungo prima di intervenire a favore dei cristiani perseguitati in Iraq e chi, all’opposto, lo critica per aver rispolverato il concetto, tanto criticato dai pacifisti, di «intervento umanitario», coniato da Giovanni Paolo II nel 1992 in occasione dell’intervento della Nato nella ex Jugoslavia: «La coscienza dell’umanità ormai sostenuta dalle disposizioni del diritto internazionale chiede che sia reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza dei popoli e dei gruppi etnici interi: ecco un dovere per le nazioni e la comunità internazionale» (discorso alla Conferenza internazionale sull’alimentazione a Roma, 5 dicembre 1992).

Nel dilemma tra non ingerenza e uso della forza Papa Francesco indica una terza via: quella della vicinanza, della prossimità personale a chi soffre. Per questo ha inviato il cardinale Fernando Filoni in Kurdistan e, se avesse potuto, sarebbe già andato lui stesso. Portare aiuti alimentari, una carezza, una preghiera, certamente aiuta ma evidentemente non risolve il problema. E Francesco lo sa bene: tra il patriarca di Baghdad, Louis Sako, che chiede l’intervento armato per difendere i cristiani, e quanti puntano il dito contro i bombardamenti Usa c’è una variegata gamma di posizioni. E la Santa sede ancora non ha trovato la propria. Però ha un punto fermo: il multilateralismo. Le crisi internazionali si risolvono insieme. Ancora una volta tuttavia questo non basta: il pontefice ha scritto al segretario delle Nazioni Unite, ma conosce troppo bene le difficoltà e l’inadeguatezza in cui si dibatte il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Invano anche la Santa Sede negli anni passati aveva chiesto una riforma delle Nazioni Unite. Mai realizzata. E ora quali sono i fori internazionali dove risolvere le crisi? Il Vaticano aveva puntato sulla conferenza di pace per la Siria (la cosiddetta Ginevra 2). Ma è stato un fallimento, neppure i corridoi umanitari hanno retto.

Il pontefice comunque non si ferma: vuol proseguire la missione di Giovanni Paolo II  che era stata quella di abbattere i muri. Al tempo del Papa polacco c’era il muro di Berlino. Oggi c’è il muro lungo i territori palestinesi, il 38° parallelo tra le due Coree, poi quelli che visiterà in Sri Lanka tra i Tamil e il resto del Paese. Ma soprattutto i muri tra ricchi e poveri, Nord e Sud, Oriente e Occidente. Le bombe non abbattono i muri, anzi li innalzano, questo è sicuro, e il Papa lo ha ripetuto tante volte. Serve «il dialogo fraterno» piuttosto che quello politico, ha detto. Ma intanto quale sarà il destino dei profughi di tutte le guerre, cristiani, musulmani e di qualsiasi altra fede siano?

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