Isis, l’esercito iracheno entra a Tikrit

Liberare l’Iraq dalle milizie sunnite è dunque possibile e alla portata delle truppe del Paese. I jihadisti ripiegano verso Mosul

tikrit

Soldati iracheni – Credits: Getty Images

Per Lookout news

Fonti della sicurezza provenienti dalla provincia di Salahuddin, di cui Tikrit è il capoluogo, annunciano che le forze di sicurezza e le milizie volontarie sciite (Jaysh al-Sha'bi) hanno cominciato l’assalto finale per liberare la città natale di Saddam Hussein dal controllo dello Stato Islamico, con il sostegno delle forze aeree irachene.

Dunque, è in pieno svolgimento “un’operazione ad ampio raggio da diverse direzioni” condotta dalle unità meccanizzate dell’esercito, che ha schierato diecimila uomini e i potenti carri armati Abrams di fabbricazione statunitense. Dopo essersi assestati nei sobborghi di al-Dour e al-Alam, rispettivamente a sud e a nord della città, gli uomini di Baghdad con una manovra a tenaglia hanno circondato gran parte di Tikrit e sollevato la bandiera nazionale irachena sopra tre ingressi della città e sull’ospedale. Al momento, controllerebbero i due aeroporti ad Est e a Sud della città, e a nord la base militare Speicher e l’Università di Tikrit

 


Il pericolo maggiore incontrato dall’esercito lungo la strada per raggiungere il centro cittadino, dove si combatte violentemente, è costituito dagli ordigni IED (Improvised Explosive Device) e dalle bombe con cui i miliziani sunniti hanno minato numerose strade ed edifici. Sui tetti e in alcuni incroci, i cecchini dello Stato Islamico resistono, anche se già ne sono stati uccisi almeno 7 nelle ultime ventiquattr’ore.

Dieci giorni di assedio
Dopo soli dieci giorni, dunque, l’operazione per riconquistare Tikrit sta volgendo nettamente in favore dell’esercito regolare e già si registrano fughe dei foreign fighters. I combattenti stranieri si sarebbero infatti aperti un varco attraverso il ponte di al-Fatha, a nord est del distretto di Baiji, in direzione Hawija. Da qui contano di raggiungere Mosul per ricongiungersi con il resto delle truppe e preparare l’estrema difesa.

Una peculiarità dell’esercito del Califfo è proprio che numerosi vertici militari - potremmo dire l’élite se non fosse sconveniente - sono stranieri. Anche per questo, nei mesi scorsi la comunità internazionale ha denunciato il coinvolgimento di Paesi stranieri come Arabia Saudita e, soprattutto, Qatar. Il Califfo li vuole forse risparmiare per la battaglia finale. Quotati intorno alle diecimila unità, il loro numero è però incerto. Così come incerto è il totale delle forze di cui dispone il gruppo: stimato in 30mila unità dalla CIA, tra innesti stranieri e caduti in battaglia, il loro peso appare in ogni caso ridimensionato.

Resta il fatto che nello “stato maggiore” dello Stato Islamico figurano anche diversi iracheni e Al Baghdadi stesso è un cittadino iracheno che si è rivoltato contro il suo Paese quando, a seguito dello scioglimento dell’esercito iracheno e delle istituzioni baathiste cuore della dittatura husseiniana, i sunniti sono stati marginalizzati dalla politica ed estromessi dalle istituzioni pubbliche irachene.

 

La battaglia per Mosul
Quando Tikrit sarà liberata, potranno cominciare le grandi manovre per portare l’assalto alla capitale irachena dello Stato Islamico, dove il 29 giugno 2014 apparve per la prima volta in pubblico Abu Bakr Al Baghdadi, dichiarando la nascita del Califfato tra Iraq e Siria. Meno di un anno dopo, tuttavia, la resistenza dei miliziani che hanno conquistato in così breve tempo una porzione di territorio pari quasi all’Inghilterra (nonostante in gran parte quest’area sia deserta), si va via via sgretolando e i combattenti del Jihad si ritrovano a dover difendere i nuovi confini senza averne la forza.

 

Per prendere la diga di Mosul sono bastati meno di mille uomini armati fino ai denti, ma per mantenere la posizione e schivare i bombardamenti occorrevano una più alta preparazione e contraeree efficaci, capaci di resistere per mesi agli assalti del nemico

Sinora i miliziani avevano puntato tutto sull’offensiva e sull’effetto sorpresa. Ma, una volta conquistate, le città e i territori vanno mantenuti. Ed è sempre questa la parte più difficile. Per prendere la diga di Mosul, ad esempio, sono bastati meno di mille uomini armati fino ai denti, ma per mantenere la posizione e schivare i bombardamenti occorrevano una più alta preparazione e contraeree efficaci, capaci di resistere per mesi agli assalti del nemico. Ecco perché la presa della diga di Mosul non ha tenuto: conquistata da IS, è stata ripresa dall’esercito iracheno, nuovamente riguadagnata da IS e definitivamente passata sotto il controllo governativo.

Le postazioni difensive improvvisate o non dotate di una contraerea efficace rappresentano un obiettivo estremamente vulnerabile, e per le forze aeree della coalizione sono obiettivi facili da intercettare attraverso i satelliti americani e piuttosto semplici da distruggere. È quello che abbiamo visto accadere da settembre a oggi, e che è stato particolarmente evidente a Kobane, la cittadina siriana difesa dai Peshmerga curdi sopra cui è stato effettuato il maggior numero di raid (almeno 800) e dove è piovuta una quantità di bombe spaventosa.

 

La strategia di Baghdad
Se il punto forte dello Stato Islamico è stato nella sua capacità di aggressione del nemico, ciò che doveva prevedere e temere più d’ogni altra cosa sono proprio le controffensive via terra e via aria del nemico. Almeno questo, gli uomini del Pentagono lo hanno capito da tempo. Ma soprattutto lo ha ben compreso anche l’esercito di Baghdad, che attaccando Tikrit ha bruciato i tempi della campagna prevista in primavera, scommettendo sul fatto che il fronte difensivo dello Stato Islamico è sguarnito e cedevole.

 ISIS mantiene ancora una discreta forza nella sua capitale in Iraq, Mosul, dove in queste ore stanno convergendo tutte le forze residue in rotta da Tikrit e dalle altre province. E ha forse un numero ancor maggiore di uomini a Raqqa, capoluogo della Siria. Il collegamento tra le due città resta una priorità per la campagna militare. Se venisse interrotta la comunicazione tra questi due centri nevralgici del potere, per il Califfato sarebbe un duro colpo da assorbire, il più duro. Vedremo quale sarà la strategia per la riconquista di Mosul.

 In ogni caso, Baghdad ha agito prematuramente rispetto ai tempi concordati con il Pentagono perché si vuole intestare la vittoria finale, senza dover ricorrere per l’ennesima volta all’aiuto americano. Il governo sciita sa fin troppo bene che a una ricostruzione politica dell’Iraq eterodiretta da Washington corrisponderebbe l’ennesimo fallimento dello Stato iracheno, uno schema già visto in un Paese logorato da troppe guerre intestine (tuttavia, si ha ragione di temere per il futuro dei sunniti). Il governo intende probabilmente spingere le milizie jihadiste fuori dall’Iraq, verso l’altra capitale dello Stato Islamico, Raqqa, città siriana dove più avanti si dovrà concentrare la battaglia. Ma la Siria è tutta un’altra guerra

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