Obama-Romney: tra gaffe e scandali, partita aperta nella corsa alla Casa Bianca
Obama-Romney: tra gaffe e scandali, partita aperta nella corsa alla Casa Bianca
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Obama-Romney: tra gaffe e scandali, partita aperta nella corsa alla Casa Bianca

I repubblicani sperano ancora in Romney, anche se divisi sull'aborto, offuscati da mini-scandali sessuali e attaccati dalla grande stampa

Al solito. L’establishment e tutti i circoli del politically correct americani si schierano vistosamente contro il candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti, Mitt Romney. Ma il mormone Romney, ultraconservatore alleato adesso con il designato vicepresidente Paul Ryan, più conservatore dello stesso Romney sui temi etici (è contrario all’aborto anche in caso di stupro) e ultraliberale in economia, continua a macinare più finanziamenti per la sua campagna dello stesso Presidente Barack Obama (un divario di 60 milioni di dollari in più per lo sfidante) e fonda le sue chance di vittoria sulla pancia dell’America. Quella silenziosa che da sempre vota a destra e a cui piace la cartolina oleografica di Romney fede patria e famiglia, la sua retorica dai messaggi semplici, e l’idea del ridimensionamento dello Stato e del pubblico di Ryan, che solletica l’individualismo yankee.

La campagna presidenziale si è animata con l’uscita infelice di Todd Akin, candidato repubblicano al Senato nel Missouri, che ha improvvidamente usato l’espressione legitimate rape, vero stupro, per dire che raramente una donna vittima di autentica violenza resta incinta. E che comunque l’aborto non dovrebbe esser ammesso in nessun caso. Un tema sul quale i candidati presidente e vicepresidente Romney e Ryan la pensano in modo diverso l’uno dall’altro.

Romney ha censurato immediatamente le parole del suo “compagno di partito” definendole “offensive, ingiustificabili, francamente sbagliate”. E dall’interno del partito repubblicano si sono levate voci assai autorevoli per chiedere il ritiro di Akin dalla corsa senatoriale. Questi pur chiedendo perdono in un video-spot per la cattiva scelta delle parole, non ha rinnegato le proprie idee e, anzi, ha confermato la candidatura. Intanto, uno scandalo marginale ma fastidioso per i repubblicani trova spazio sui media, offre dei parlamentari del GOP un’immagine doppia (del tipo che predicano bene e razzolano male) e riguarda una missione in Israele sulla quale starebbe indagando l’FBI per una “notte brava” di ubriacature e bagni in veste adamitica nel Lago di Tiberiade. Finora, erano i democratici maggiormente coinvolti in scandali a sfondo sessuale.

Be’, come dire: è la campagna per la Casa Bianca, bellezza. Non mancano i colpi bassi, gli scandali più o meno fondati e/o coloriti, le battute che in un batter d’occhio tolgono voti a seconda delle fasce di popolazione che si possono sentire offese o trascurate, la guerra dei finanziamenti, i cosiddetti endorsement degli opinionisti più famosi…

L’economista Paul Krugman bolla Ryan come “uomo non serio” perché “offre proposte specifiche che avrebbero l’effetto di far impennare il deficit, e l’assicurazione di avere piani segreti riguardo alle tasse e alle spese che rifiuta però di condividere, ma che trasformerebbero il suo programma in una riduzione del deficit. Se questo somiglia a uno scherzo, è perché lo è”. Morale: “È il trionfo della forma sulla sostanza, Mr. Ryan non è un uomo serio, gioca semplicemente a esserlo in tv”.

E in un’analisi sul Wall Street Journal, Gerald F. Seib spiega quali siano i quattro gruppi di elettori che daranno o toglieranno la vittoria a Obama: i giovani (Obama supera Romney del 20 per cento nelle intenzioni di voto tra gli elettori dai 18 ai 29 anni), mentre gli anziani sono lo zoccolo duro demografico di Romney (a meno che il loro consenso non si eroda con la guerra dichiarata da Ryan all’assistenza sanitaria); le donne bianche di cultura medio-alta, che schierandosi con Obama potrebbero limitare il vantaggio complessivo di Romney tra la popolazione bianca; gli ispanici (qui Obama non deve scendere sotto il 60 per cento, e la scelta di Ryan come vice di Romney non aiuta i repubblicani a recuperare consenso); gli afro-americani, al 90 per cento pro-Obama, a patto che non perdano il loro entusiasmo e vadano a votare in massa.

Al di là delle battute, degli scandali, delle prese di posizione intellettuali e delle preferenze dei media, la partita è aperta.  

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