Malala, il Nobel mancato
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Malala, il Nobel mancato

Storia della bambina afghana (che avrebbe meritato il premio) e di altre donne con lo stesso carattere

Aveva solo tredici anni quando dal blog curato per conto della BBC contribuiva a documentare dettagliatamente l'operato del regime talebano nel distretto pakistano dello Swat, corredato dalla nota intransigenza di costumi e soprattutto dalla crudele ostilità verso le donne - alle quali era vietato ogni diritto, ivi compreso quello all'istruzione.

Ma Malala Yousafzai voleva studiare. Aveva sete di apprendimento. Non accettava, in quanto nata femmina, di essere condannata alla perpetua ignoranza e lo dichiarava apertamente. Per questo è stata punita, ferocemente. I talebani, il 9 ottobre dello scorso anno, le hanno infatti sparato alla testa mentre tornava da scuola, poichè ritenuta “simbolo degli infedeli e dell'oscenità”. 

“Ci sono centinaia di attivisti per i diritti umani e sociali che non solo parlano per i diritti umani, ma che stanno lottando per raggiungere i loro obiettivi di istruzione, pace e uguaglianza. Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e milioni sono stati feriti. Sono solo uno di loro”, ha esordito l'adolescente, oggi sedicenne, nel suo discorso tenuto il 12 febbraio scorso a New York davanti alla platea delle Nazioni Unite. “Così eccomi qui … una ragazza tra i tanti”, ha proseguito.

“Parlo – non per me, ma per tutti i ragazzi e le ragazze. Alzo la mia voce – non perché io possa gridare, ma in modo che coloro che non hanno una voce possano essere ascoltati. Coloro che hanno lottato per i loro diritti. Il loro diritto di vivere in pace. Il loro diritto di essere trattati con dignità. Il loro diritto alla parità di opportunità. Il loro diritto a essere educati. Voglio l’istruzione per i figli e le figlie di tutti gli estremisti, soprattutto dei Talebani”

E proprio per questo suo intenso attivismo a difesa delle minoranze silenziose avrebbe meritato (come previsto, sbagliando, da molti) il Premio Nobel per la Pace

Prima di lei, solo altre nove donne erano state insignite di tale onorificenza: la baronessa austriaca Bertha von Suttner, presidentessa onoraria dell'Ufficio Internazionale per la Pace (1905); la statunitense Jane Addams, presidentessa della Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà (1931); Emily Green Balch, anch'essa statunitense (1932); Maircard Corrigan e Betty Williams, entrambe britanniche nonché fondatrici Del Northern Ireland Peace Movement (1976). 

Madre Teresa di Calcutta ottenne il riconoscimento nel 1979 per la sua vita dedita alle vittime della povertà; la svedese Alva Mirdal venne premiata tre anni dopo quale delegata Onu per il Disarmo. E come non ricordare la birmana Aung San Suu Kyi, cui nel 1991 venne consegnato il Nobel per la lotta non violenta condotta in nome della democrazia e dei diritti umani, la guatemalteca Rigoberta Menchù, premiata l'anno seguente per l'attivismo dimostrato in materia di giustizia sociale o  Shirin Ebadi, acclamata nel 2003 per il suo incessante impegno a favore dei valori democratici e dei diritti umani (in particolare delle donne e dei minori) in Iran?

In un certo senso, la battaglia di Malala assomiglia molto a quella combattuta dall'avvocatessa iraniana. Vediamo perché.

Shirin Ebani vide la luce a Hamaran (Iran nord-occidentale),nel 1947, ma crebbe e si laureò in giurisprudenza a Teheran, dove la famiglia si era trasferita un anno dopo la sua nascita.

Presidente di una sezione del tribunale locale nel quadriennio 1975-79, dovette abbandonare la magistratura (e come lei tutte le sue colleghe) in seguito alla Rivoluzione Islamica. Da quel momento – e solo dopo molte proteste – le fu concesso di collaborare all'attività forense solo in veste di “esperta di legge”. 

Una retrocessione professionale intollerabile, nella sua valenza chiaramente discriminatoria. Una condanna non solo virtuale che la costrinse a sperimentare in prima persona le conseguenze dell'emarginazione sociale e culturale in atto nel suo tormentato paese. 

La Ebani rifiutò quindi la proposta e scelse deliberatamente di dedicarsi quasi esclusivamente alla stesura di libri e articoli su tematiche inerenti i diritti umani almeno fino al 1992, allorché riuscì a ottenere la debita autorizzazione a svolgere la propria attività legale in un suo studio privato, occupandosi prevalentemente della difesa di dissidenti e liberali in aperto contrasto con il sistema giudiziario iraniano. Spese molte energie anche nella lotta per l'emancipazione delle donne, ancora così pesantemente vessate nell'Iran integralista specialmente in ambito educativo ed educazionale.

Non più tardi dello scorso anno, ad esempio, uno degli obiettivi dell'allora governo di Mahmoud Ahmadinejad infatti era quello di dar vita a una nuova generazione femminile “del tutto conforme ai principi religiosi imposti dal radicalismo”.

“E' solo del giugno 2012 la notizia relativa all'improvvisa comparsa di una fantomatica 'pagella' atta a costituire uno strumento scolastico di valutazione circa il corretto modo di indossare l'hijab da parte delle bambine”, si diceva allora  “e già una nuova bomba discriminatoria sta per abbattersi sul capo delle studentesse”. 

In 36 atenei nazionali le materie vietate alle ragazze sarebbero da lì a breve passate da due a 77.

Discipline quali contabilità, letteratura persiana e anglosassone, geografia nonché alcune branche della chimica e parecchie specializzazioni ingegneristiche avrebbero dovuto diventare appannaggio esclusivamente maschile.

Le ragioni di queste misure scandalosamente restrittive e sessiste non si rivelarono affatto chiare e comprensibilmente suscitarono vive reazioni. Dalla voce di certe agenzie di stampa traspariva qualche ulteriore segnale d'allarme sociale: le notizie diffuse in merito lasciavano infatti intuire che 270 materie avrebbero subito un attento esame da parte degli esperti di didattica, in modo da “cancellare nei limiti del possibile la mentalità occidentale da programmi e testi scolastici”.

L'Iran intellettuale, ovviamente in subbuglio, non esitò a individuare subito nelle drastiche decisioni del regime l'ennesimo tentativo di indebolire il movimento femminista locale.
  

"Dalla politica di segregazione si evince l'imposizione di quella cultura patriarcale che punta a rafforzare il ruolo della donna in ambito domestico per svilirne la visibilità e la potenzialità di affermazione sociale", propruppe in quell'occasione Shirin Ebani (da buona paladina dell'universalità dei diritti femminili) in una lettera aperta alle Nazioni Unite. 

Ma questa triste realtà non è limitata entro i confini iranici e va ben oltre le aspettative di un ventunesimo secolo alla costante ricerca di traguardi da inseguire. 

E, dopo la Ebadi, ora è Malala a dimostrarlo. A gridare al mondo quanto la condizione femminile sia tuttora ignorata in molti luoghi del pianeta. 

A lei e alle donne come lei va riconosciuto il coraggio del rifiuto nei confronti di quell'esecrabile filosofia della passività e della rassegnazione grazie alla quale oggi continuano a persistere circostanze assolutamente inammissibili.

Un'avvocatessa pakistana, tra l'altro consulente dell'Onu per i diritti umani, ebbe a suo tempo modo di pronunciare parole che non andrebbero mai dimenticate: “Mettete le donne in primo piano ai negoziati di pace”,disse Asma Jahangir,“e la pace sarà garantita”.

E a questo proposito, è utile ricordare anche il pensiero di un eminente pensatore cinese, Li Tien Min: “Non importa che tu sia uomo o donna, vecchio o fanciullo, operaio, contadino, commerciante, soldato o studente: se ti chiedono qualè la cosa più importante per l'umanità, rispondi prima, dopo, sempre: la PACE!”

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