Libia, lo stato che non c'è più
ABDULLAH DOMA/AFP/Getty Images
Libia, lo stato che non c'è più
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Libia, lo stato che non c'è più

A due anni dalla morte di Gheddafi, il paese del Maghreb assomiglia sempre di più all'Afghanistan

Due anni dopo il linciaggio del colonnello Muammar Gheddafi e la dichiarazione di «liberazione» del 26 ottobre 2011, la Libia non esiste più come stato degno di questo nome.

Milizie padrone del territorio, spinte separatiste, crescita dei gruppi filo Al Qaeda, crollo dei barili di petrolio e boom dei clandestini diretti verso l’Italia sono i segnali più evidenti del caos (caos a cui ora cerca di porre rimedio l’operazione Mare nostrum). Secondo il ministro della Difesa italiano Mario Mauro, «in Libia c’è un non stato subordinato a logiche di clan in guerra, oltre che di diffusa corruzione». La rivolta contro il colonnello ha partorito 1.700 gruppi armati: i più forti sono stati «arruolati» dal governo provocando situazioni paradossali. L’11 ottobre il premier, Ali Zeidan, è stato «arrestato» dai miliziani governativi del dipartimento anticrimine. Dietro le quinte il presidente del parlamento, il berbero Nouri Abusahmain, e i Fratelli musulmani che vorrebbero obbligarlo alle dimissioni. I miliziani lealisti sono invece intervenuti liberando il primo ministro.

Il fallito golpe ha rimandato l’addestramento italiano delle prime 400 reclute del futuro esercito di Tripoli. Nella capitale abbiamo una trentina di militari, che dovrebbero aumentare con l’obiettivo di formare 5 mila soldati libici. L’instabilità ha fatto crollare la produzione di petrolio a 600-700 mila barili al giorno a causa di scioperi, ricatti delle milizie e blocchi dei porti da parte delle stesse for- ze governative non pagate (con Gheddafi i barili estratti erano 1,6 milioni).

Nella regione orientale della Cirenaica, ad Ajdabiya, dove peraltro arrivano i terminali dell’Eni, la fa da padrone Ibrahim al-Jathran, amante degli abiti italiani. L’ex ribelle comanda le Guardie della difesa del petrolio, che a suo dire contano 17 mila uomini. «Dopo la rivoluzione tutti speravano che le cose sarebbero migliorate. Invece va peggio» ammette al-Jathran. «Stiamo scivolando verso la situazione dell’Afghanistan o della Somalia». In Cirenaica in molti vogliono la secessione. Il problema è che da Bengasi a Tobruk hanno nidificato gruppi filo Al Qaeda, come Ansar al-Sharia Libia. Ossia salafiti che minacciano rappresaglie dopo la cattura a Tripoli, il 5 ottobre, da parte degli Usa, del superterrorista Nazih Abdul-Hamed al-Ruqai.

Anche la città martire Misurata è di fatto autonoma: i capi tribù del Fezzan, la regione meridionale più povera, hanno autoproclamato l’indipendenza. Il caos favorisce i trafficanti di uomini protetti dalle milizie. Da gennaio a oggi, in Italia sono arrivati 31.613 migranti, in gran parte imbarcati sulle coste libiche.

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