Liberalizziamo le droghe leggere
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Liberalizziamo le droghe leggere
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Liberalizziamo le droghe leggere

E' il tema più caldo del momento: liberalizzare o no? I motivi di chi è favorevole - Io, contrario - Sondaggio

La droga in Italia è liberalizzata. Basta un attimo per procurarsela in ogni angolo di strada. Nella piazza della movida notturna così come nelle vicinanze di un asilo in pieno giorno. Il proibizionismo ha miseramente fallito, e c’è chi se n’è accorto. Negli Stati Uniti, roccaforte puritana fustigatrice dei consumatori d’alcol nei ruggenti anni Venti, si è compiuta una vera e propria svolta. Il Colorado e lo stato di Washington hanno detto sì alla legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo. In Arizona e in California il fronte antiproibizionista si prepara a dare battaglia per via referendaria. In Uruguay dal 10 dicembre scorso è consentito  a tutti i maggiorenni coltivare in casa un massimo di sei piante di marijuana; nelle farmacie autorizzate ciascun acquirente può acquistare fino a 40 grammi al mese. 

Oggi la marijuana rappresenta, per molti versi, quello che era una bottiglia di whisky a New York agli inizi del Novecento. La logica è identica e identiche sono le conseguenze. Negli anni Venti con il ‘National Prohibition Act’ il governo americano tenta di ridurre il consumo di alcol. Nei fatti si alimenta un gigantesco mercato nero, i consumatori aumentano e la criminalità canta vittoria. Del resto di buone intenzioni sono lastricate le vie del proibizionismo. I pasdaran italiani contro la legalizzazione delle droghe leggere sono in buona fede, agiscono come un premuroso pater familias. Ma lo strumento impiegato, quello della condanna senz’appello, dell’inossidabile demonizzazione che non sente ragioni tanto da equiparare, come fa la legge Fini – Giovanardi, droghe pesanti e droghe leggere,  rema contro gli interessi che si vorrebbero tutelare. Uno spinello non è come una siringa di eroina. Negare un così banale dato di fatto denota un approccio ideologico, non pragmatico. 

In Italia lo ‘spinello’ è liberalizzato. In ogni contesto sociale e anagrafico. È diffuso tra i giovani così come tra i professionisti. In una recente intervista su L’Unità l’oncologo Umberto Veronesi afferma che in Italia circa il cinquanta percento dei ragazzi fa uso di cannabis. Si calcola che la criminalità organizzata incassi almeno quindici miliardi di euro l’anno dalla vendita di stupefacenti di ogni tipo. Mentre i proventi s’ingrassano, aumenta la mortalità legata al fatto che la droga clandestina non è controllata. Spesso le morti per overdose non sono dovute alla quantità eccessiva di droga, ma al fatto che le dosi del mercato nero contengono percentuali di sostanze letali che le persone assumono inconsapevolmente. 

Ecco, potremmo chiederci perché all’intransigenza di stato contro uno spinello (sì, uno spinello) si accompagni invece la vendita allegra del tabacco, che produce ogni anno almeno quarantamila morti, o dell’alcol che pure non fa bene alla salute e che provoca diverse migliaia di morti ogni anno. Si tratta di ‘affari’ ben poco salustici, con cui lo stato torchia i consumatori e batte cassa. Non sembra farsene cruccio, converrete. La cannabis oggi è come l’alcol negli anni Venti in America. Lasciate che passi qualche tempo e diventerà, persino in Italia, l’alcol dei giorni nostri. E’ un processo irreversibile. Con buona pace dei  pasdaran che finora hanno raccolto soltanto fallimenti. E ai quali, sia detto, mai nessuno metterà in bocca uno spinello. 

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