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Leghisti e grillini, i gemelli diversi che sfidano i rispettivi eccessi

L'esperienza di due mondi distanti che, secondo molti osservatori, avra come unico epilogo la rottura. L'analisi di Augusto Minzolini

All'esterno smussano gli angoli e gettano acqua sulle polemiche, ma sotto sotto si arguisce che le differenze che dividono leghisti e grillini sono destinate ad aumentare, che dietro la maggioranza gialloverde, al di là della voglia di stare insieme per condividere il potere, convivano due Italie diverse. E il decreto dignità di Luigi Di Maio, il primo provvedimento di impatto economico, con i suoi interventi sul lavoro, le hanno fatte emergere: troppo distante la filosofia di quel provvedimento (una rimembranza dei temi cari alla sinistra di un tempo) dagli interessi dei piccoli e medi imprenditori del Nord, base elettorale del Carroccio.

Lo stesso mondo che due mesi fa ha imposto a un Salvini recalcitrante la scelta di entrare al governo. E già quel provvedimento che rende più rigido il mercato del lavoro, riducendo la flessibilità dei contratti a termine in un momento in cui la congiuntura economica sta diventando meno favorevole, si è trasformato in un detonatore, che ha innescato una lunga serie di conflitti nel governo. E pensare che all'inizio quel provvedimento era stato preso sottogamba, un po' da tutti.

"Di Maio" racconta Lucia Borgonzoni, sottosegretaria alla Cultura e fedelissima di Salvini "ci ha chiesto un aiuto per uscire dal cono d'ombra. In Parlamento, però, rimetteremo le cose a posto".

Un messaggio in codice di Salvini che i due economisti più rappresentativi del Carroccio, Claudio Borghi e Alberto Bagnai, posizionati in poltrone strategiche come le presidenze delle commissioni economiche di Camera e Senato (il primo al Bilancio a Montecitorio, l'altro alle Finanze di Palazzo Madama), hanno già messo in pratica. "Ci hanno ordinato" dice Eric Pretto, giovane emergente della Lega "di essere le sentinelle, i custodi implacabili dei grillini quando le commissioni esamineranno l'argomento".

Appunto, le due anime della maggioranza di governo sono in rotta di collisione. Complici i sondaggi che vedono i grillini fagocitati dal protagonismo di Salvini, l'irrequietezza del garante Beppe Grillo che non accetta l'idea dei 5 Stelle soccombenti rispetto ai leghisti e il desiderio di approffittare dei guai giudiziari del Carroccio (i 49 milioni sequestrati dalla magistratura), Di Maio si è fatto più baldanzoso e con lui i ministri grillini: per cui al contrasto sul decreto dignità, si sono aggiunte la voglia di cambiare l'impostazione salviniana all'immigrazione, linea che ha messo in forte sofferenza l'ala di sinistra del movimento (Fico e compagni); l'offensiva grillina sulle pensioni d'oro; o, ancora, il desiderio di ministri, come quello della Difesa, di ritagliarsi un ruolo.

Solo che Salvini e i suoi non hanno nessuna voglia di cedere il passo, non sono disposti a giocare di rimessa. Per cui è iniziato un duello che andrà avanti per mesi.

La difficoltà di trovar un accordo sulle nomine ne è il segnale inequivocabile. "Qui" racconta Cinzia Bonfrisco, senatrice leghista con passato in Forza Italia "non si fa un passo avanti su niente: sulla Rai è tutto fermo e non mi meraviglierei se le nomine di Cdp vengano rinviate a settembre".

Insomma, tutti si stanno convincendo che l'esperienza della maggioranza gialloverde avrà il suo epilogo in una rottura, ma nessuno sa quando. Ne sono consapevoli i diretti interessati, ma anche gli spettatori esterni. "Sono due culture" osserva il vicepresidente dei deputati azzurri, Roberto Occhiuto "antropologicamente diverse". "Ero convinto" è il parere di Fabio Rampelli, uomo forte del partito di Giorgia Meloni "che la maggioranza gialloverde si sarebbe radicata; ora, invece, penso che la Lega e i 5 Stelle diventeranno la destra e la sinistra del futuro". Congetture.

Di certo c'è che l'esplosione della Lega nei sondaggi ha messo paura a molti, anche al Quirinale. E qualcuno è corso ai ripari: se la sentenza che dà il via al sequestro dei 49 milioni del Carroccio ha un effetto, è proprio quella di rendere difficile, se non impraticabile, l'ipotesi accarezzata da Salvini di incassare sul piano elettorale il protagonismo di oggi, magari andando al voto anticipato subito dopo le europee del 2019.

Le campagne elettorali come tutti sanno - costano. Non è detto, però, che Salvini demorda. "Mi sono preso l'onere" è la frase che qualcuno dei suoi giura che abbia pronunciato "di logorare fino in fondo i 5 Stelle, di ridimensionarli di molto, se non del tutto. Raggiunto l'obiettivo la fase cambia".

(Questo articolo è stato pubblicato sul numero di Panorama in edicola il 12 luglio 2018)

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Augusto Minzolini