Jihad: le difficili espulsioni della Francia
ANSA/Massimo Percossi
Jihad: le difficili espulsioni della Francia
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Jihad: le difficili espulsioni della Francia

A Parigi il governo non sa come affrontare i 5 mila presunti fiancheggiatori dell'islam radicale. Da noi basta un decreto del prefetto. Perché non hanno la cittadinanza. Finora...

Rispetto alla Francia straziata dagli attentati jihadisti del 13 novembre, o al Belgio che guarda con angoscia alcune sue banlieu, zeppe di pericolosi fiancheggiatori, l’Italia (per ora) ha un solo vantaggio a livello normativo. Noi i presunti terroristi di matrice islamica possiamo espellerli senza problemi perché non hanno un passaporto italiano.

E non occorre che siano immigrati clandestini: anche chi ha in tasca un regolare permesso di soggiorno può essere spedito fuori dai confini. Basta un decreto del prefetto, motivato dalla pericolosità sociale o da gravi motivi di ordine pubblico o di sicurezza nazionale.

Quest’anno, da Ragusa a Merano, è accaduto finora 45 volte, e probabilmente già nei prossimi giorni qualche vite verrà stretta ulteriormente.

Oggi, invece, il governo francese si trova ad affrontare il complicato problema giuridico dell’espulsione dei 5 mila cittadini francesi, in massima parte immigrati di religione islamica, poi naturalizzati e quindi schedati dall’intelligence con la lettera «S», che sta per minaccia alla sicurezza dello Stato: costoro quasi sempre non hanno commesso reati specifici, però sono giudicati vicini all’islamismo radicale e giudicati in qualche modo pericolosi. Ma non sono stranieri, sono francesi.

Subito dopo la strage di Parigi, il primo ministro Manuel Valls aveva detto che vorrebbe allontanarli dal suolo di Francia; al contrario, difficilmente potrà farlo e dovrà limitarsi ad altre misure di sicurezza, di certo più complesse. Una via d'uscita potrebbero essere gli arresti domiciliari. Ma comunque per arrivarci serviranno procedimenti penali, per quanto accelerati, proprio perché si tratta di cittadini francesi.

È un problema al quale dovrebbero porre più attenzione quanti da noi propongono, forse con qualche leggerezza, di concedere la cittadinanza a chi vive in Italia da almeno cinque o dieci anni.

In ottobre la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge che garantisce a genitori stranieri residenti nel nostro Paese da almeno 5 anni il diritto di ottenere ai propri figli nati in Italia di acquisire la cittadinanza in modo ereditario.

Il progetto, di origine Pd, prevede anche che i minori arrivati in Italia sotto i 12 anni possano ottenere automaticamente la cittadinanza se hanno "frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale".

I ragazzi arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni e aver frequentato "un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo".

Ora questa legge è all'esame del Senato. Si tratta del cosiddetto Ius soli, sia pure "mitigato", un'idea che è sempre stata tanto amata dalla sinistra. È un insieme di norme che indubbiamente, in futuro, potrà provocare qualche problema non secondario sotto l'aspetto della repressione antiterroristica. Meditate, gente, meditate...

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