La tranquillità ed i dubbi degli italiani in Congo
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La tranquillità ed i dubbi degli italiani in Congo
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La tranquillità ed i dubbi degli italiani in Congo

Dopo le violenze di ieri e le parole della Farnesina (che invita a non uscire di casa) ecco la testimonianza di uno dei nostri connazionali

“Ma quale paura, la nostra unica preoccupazione sono i bambini”

E questo l’appello di Chiara Stefanelli, una delle persone rimaste bloccate in Congo per la procedura di adozione dei loro bambini.

“La situazione qui è molto complicata, noi fortunatamente abitiamo in un quartiere periferico in collina, lontani dal centro della città di Kinshasa, le uniche notizie che ci pervengono riguardano le sommosse sia a livello nazionale sia per quanto riguarda l’aeroporto, i ribelli sono stati uccisi e si parla di una 40ina di morti. Questa è la ciliegina dell’amara torta che noi stiamo affrontando in questo momento“.

Avete timore di ripercussioni dopo le violenze di ieri a Kinshasa?

”Sicuramente ci troviamo in un paese pericoloso che sta vivendo un problema anche di tipo sociale però in questo momento la situazione qui è di grande serenità, probabilmente perché viviamo in un quartiere periferico dove la comunità locale ci riconosce come genitori di questi figli “.

Il governo Italiano vi sta mandando aiuti?

“Abbiamo ricevuto la delegazione dal governo italiano, che a suo dire, ha registrato dei piccoli successi in termini di rassicurazioni prettamente verbali, confermandoci che non ci saranno problemi e queste procedure si risolveranno e avranno compimento breve. Non abbiamo ricevuto però nessun tipo di indicazione sulla tempistica ed il nostro problema impellente è quello del visto di soggiorno, infatti siamo arrivati per fermarci in questo paese due, tre, quattro settimane al massimo, ma quando ci siamo resi conto che i tempi si stavano allungando, abbiamo chiesto di rinnovare i nostri visti e abbiamo ovviamente pagato il rinnovo, formalmente pero non sono stati rinnovati. La realtà è che ci stanno fermando qui. É un paradosso, siamo qui rischiando di andare in carcere o denunciati, ma io come faccio a decidere di rimanere in questo paese con i miei figli non avendo nemmeno il permesso per rimanerci?”

I bambini come stanno vivendo questa situazione?

“I bambini hanno già vissuto la guerra, l’abbandono forzato e la morte dei genitori, non sono minimamente preparati a cosa sta accadendo, come madre ho deciso di partire comunque per conoscere i miei figli, portare il necessario per l’orfanotrofio e rientrare a casa dopo 13 giorni, il problema più pressante e che noi siamo costretti a rientrare nel nostro paese senza i nostri figli. Siamo davvero arrivati in extremis, se ci prenderemo la malaria la cureremo, per il cibo ci siamo fatti mandare dei fondi da casa, io non mi faccio la doccia da 50 giorni, ma davvero: questi non sono più i nostri problemi. L’unica speranza ora è capire se possiamo ottenere il visto e trovare al più presto una strada per portare a casa i nostri figli”.

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