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Islamofobia, i radicali musulmani contro i moderati

La Fondazione turca "Seta" attacca 13 nemici dell'Isla; colpevoli, malgrado lo stesso credo, di essere contro l'estremismo

Non tutti gli europei incassano in silenzio gli schiaffoni assestati ciclicamente dalla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan. Di recente, anziché porgere l’altra guancia, 13 intellettuali (tutti, tranne uno, con passaporto europeo in tasca), hanno chiesto alla neopresidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, con una lettera aperta pubblicata sul settimanale tedesco Zeit, di non finanziare più una delle mani che questi ceffoni distribuisce annualmente: ossia «Seta», la Fondazione per la ricerca politica, economica e sociale con sede ad Ankara.

Dal 2015, l’Istituto pubblica un Rapporto europeo sull’islamofobia (Eir), descrivendo Paese per Paese l’evolversi del pregiudizio anti-islamico fra i cittadini. Nel rapporto 2018 gli studiosi della fondazione hanno voluto strafare indicando nome e cognome di alcune personalità dichiarate ostili all’islam. Fra questi presunti «nemici» ci sono i firmatari della lettera aperta.

Chi sono dunque i 13 islamofobi? Politici sovranisti? Estremisti di destra? Neocrociati orfani delle battaglie di Lepanto e Vienna? Niente di tutto ciò. Prima firmataria della missiva è Saïda Keller-Messahli, scrittrice elvetico-tunisina di fede islamica. La seconda è Seyran Ates, avvocato, cittadina turco-tedesca e imam della prima moschea riformata di Germania, la Ibn Ruschd-Goethe di Berlino. Messahli e Ates hanno cofondato il luogo di culto aprendolo alle donne velate come ai fedeli dichiaratamente omosessuali, invitati a pregare seduti uno accanto all’altro. Fra gli islamofobi ci sarebbe anche Kamel Daoud, scrittore algerino di lingua francese, Premio Goncourt 2015 e collaboratore del New York Times. E poi ancora Necla Kelek, saggista e sociologa turco-tedesca dell’Università di Amburgo.

Secondo lo studio di Seta, questi intellettuali sono colpevoli di fomentare il pregiudizio anti-islamico. Finanziato anche con i soldi dei contribuenti europei, lo studio contesta, per esempio, a Kelek di aver supportato misure contro l’uso del velo islamico. Lo stesso ha fatto Ates, colpevole di aver partecipato a iniziative dell’Österreichischer Integrationsfonds, l’agenzia austriaca per l’integrazione. Fra i primi nemici dell’islam ci sarebbero proprio fedeli musulmani accusati di intelligenza con il nemico europeo.

La lettera dei 13 segnala alla Commissione che la Fondazione Seta è un braccio politico del governo turco e che il rapporto, lungi dall’essere scientifico, vuole mettere a tacere le critiche all’islam politico. Con l’aggravante che «in considerazione del potenziale di mobilitazione dei circoli nazionalisti e islamisti turchi, i rapporti della Fondazione Seta rappresentano un pericolo da non sottovalutare per le persone ivi menzionate» scrivono ancora i 13, chiedendo alla Ue di non finanziare più l’istituto.

Che lo studio fosse a tema lo si capiva già dalla copertina dove quest’anno campeggiano tre ministri degli Interni dell’Ue: il tedesco Horst Seehofer, il suo (ex) collega austriaco Herbert Kickl, e l’ex titolare del Viminale Matteo Salvini. La destra, sia quella moderata del partito di Angela Merkel, sia quella sovranista austriaca o italiana, è per gli estensori del rapporto il principale responsabile dell’ostilità anti-islamica.

«Quello della Fondazione Seta è un rapporto ideologico il cui scopo è squalificare le legittime critiche all’islam politico» afferma Ahmad Mansour, arabo-israeliano naturalizzato tedesco, uno dei firmatari della lettera dei 13. Mansour dal 2004 vive a Berlino dove esercita la professione di psicologo e fa da consulente per alcune organizzazioni che combattono la diffusione dell’estremismo islamico e del pregiudizio antiebraico. Le sue attività sono ovviamente sgradite agli imam e alle organizzazioni islamiche in Germania, guidate da esponenti di un islam moderato solo a parole.

Alla conferenza Stato-islam inaugurata un anno fa a Berlino dal ministro Seehofer, Mansour ha potuto partecipare solo grazie alla scorta della polizia. «Io sono un musulmano credente» dice a Panorama. «Le accuse di islamofobia contro di me e i miei colleghi sono ridicole. Per me sono un problema alcune interpretazioni dell’islam». Per lui, come per tanti dei presunti islamofobi, uno dei punti nodali è ancora il velo. «Quando critico chi lo impone alle bambine sotto ai dieci anni, non critico certo l’Islam ma l’uso del velo. Le ragazze che lo indossano non hanno uno sviluppo psicologico e sociale come i loro pari. Hanno un rapporto problematico con il proprio corpo e con l’altro sesso».

Contestare lo studio della Fondazione non significa affermare che l’islamofobia non esiste. Per lo psicologo l’intolleranza si manifesta con gli attacchi alle donne che portano il velo per strada, o quando si dice che i musulmani sono tutti terroristi. Islamofobo è l’insegnante che non vuole studenti musulmani o una famiglia che li rifiuta come vicini di casa. «Un atteggiamento negativo verso un intero gruppo è islamofobia, e da musulmano ne sono colpito». Mansour è detestato tanto dagli estremisti di destra quanto dai fondamentalisti islamici. Un odio che non gli fa piacere, «ma quando vedo da che parti arriva, mi convinco di essere nel giusto».

Nel frattempo, l’intolleranza verso i musulmani cresce in Germania. Fra le ragioni, lo psicologo elenca gli attacchi terroristici dell’11 settembre, Madrid, Londra, Parigi, le molestie sessuali in piazza a Colonia nel 2016, gli attentati dell’Isis, «tutti eventi che hanno obbligato la società a un confronto duro con l’Islam». Agli attacchi del sedicente Califfato non sono però seguite grandi manifestazioni degli arabi moderati contro gli estremisti.

Il silenzio dei musulmani nei confronti del radicalismo è dunque il riflesso di un’integrazione ancora incompleta. Su cui Mansour concorda: «La parità uomo-donna, l’omosessualità, la libertà di espressione sono concetti vissuti in maniera diversa dalla comunità islamica, che continua ad avere paura della cultura dei paesi in cui vive». Eppure l’integrazione non ha fallito del tutto. «Larga parte dei turchi di terza generazione sono ben integrati. Resta da lavorare sull’altra metà dei giovani». Poco integrati non significa che siano tutti islamici radicali. «C’è chi cerca di uccidere la figlia se fa sesso prima di sposarsi e chi si limita ad arrabbiarsi: non è la stessa cosa».

La Germania deve dotarsi sia di strumenti per distinguere fra pregiudizio e critiche legittime all’islam, sia di studi scientifici sulla minoranza musulmana. Studi che, a differenza di quello della Fondazione Seta, siano condotti senza l’influenza dell’islam politico. Un nemico, quest’ultimo, relativamente facile da individuare: da un lato è espressione di regimi stranieri (su tutti Turchia, Arabia Saudita e Qatar), dall’altro è ben riconoscibile quando pretende di imporre i propri valori su quelli della società, della legge e della Costituzione di un altro Paese.

Cosa rimane dunque dell’islamofobia? «La fobia è una paura eccessiva» conclude Mansour. «Si può avere paura dell’Isis. Nei confronti dell’Islam, ci può essere al massimo avversione. Lo sa chi ha inventato il termine islamofobia? L’ayatollah Khomeini. Per lui le donne iraniane che rifiutavano di coprirsi il capo erano delle islamofobe».

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