Tensione in Iran, assassinato capo della cyberwar
Tensione in Iran, assassinato capo della cyberwar
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Tensione in Iran, assassinato capo della cyberwar

Mojtaba Ahmadi, a capo del dipartimento della “soft war” degli Ayatollah, è l’ultima vittima eccellente della guerra silenziosa che oppone gli iraniani ai suoi nemici storici

per www.lookoutnews.it /

Il comandante Mojtaba Ahmadi, capo del dipartimento di Cyberwar delle Forze Armate dell’Iran, è stato trovato morto sabato sera in una zona boschiva vicino alla città di Karaj, a nord-ovest della capitale, Teheran. Due colpi al cuore, un’esecuzione perfetta.

Ahmadi era stato visto per l’ultima volta lasciare la sua casa per recarsi a lavoro la mattina del 28 settembre. Ma in ufficio, al quartier generale dove si lavora in gran segreto per contrastare la guerra tecnologica, il comandante non è mai arrivato. A lanciare la notizia per primo è stato mercoledì notte il sito internetAlborz, piattaforma direttamente riconducibile al Corpo delle Guardie rivoluzionarie. 

Testimoni hanno confermato una dinamica che non lascia dubbi sul fatto che si tratti di un’esecuzione: “Ho potuto vedere due ferite da proiettile sul suo corpo e il tipo di ferite indicava che l’uomo era stato colpito da una distanza ravvicinata, penso con una pistola”. Un altro testimone ha parlato anche di una moto con a bordo due soggetti che si allontanavano. 

Chi è stato?

Le fonti iraniane che riportano la notizia (e a cascata gli altri media e social network consentiti) invitano alla prudenza sulle accuse “politiche”, da muovere a questo o quel Paese. Alcune fonti addirittura negano l’accaduto. Ed è normale che sia così, visto soprattutto il delicato momento che vive l’Iran, il cui sforzo diplomatico per mano del presidente Hassan Rouhani sta premiando e le cui inedite aperture, non ultima la decisione dello stesso Rouhani di testare il social networkTwittercome forma di comunicazione ufficiale (in attesa che tutto l’Iran ne possa disporre liberamente) è un segnale che va colto e incoraggiato. 

Certo, ai più critici non pare difficile ricondurre l’azione direttamente al Mossad: Israele ha già speso oltre tre miliardi di dollari per la “guerra silenziosa” (e mai dichiarata) contro l’Iran. Una guerra che, dal 2007 ad oggi, ha prodotto anzitutto il risultato di rallentare la corsa al nucleare e più in generale azzoppare il livello tecnologico di cui dispongono gli scienziati iraniani, soprattutto attraverso le operazioni clandestine del suo servizio segreto, il Mossad appunto. 

Ma questa guerra non ha solo sfasciato computer e danneggiato software attraverso hackeraggi e attacchi cyber: è costata la vita anche a cinque scienziati. Difficile conoscere il motivo specifico per cui Mojtaba Ahmadi sia stato assassinato, ma la cornice all’interno della quale si muovono gli omicidi altamente selezionati come questo, è sempre la medesima: rallentare i progressi di Teheran con il minor numero possibile di vittime. Evitare, cioè, una guerra vera e propria tra questi Paesi e procedere invece, con fredda e lucida determinazione, obiettivo dopo obiettivo, a disinnescare le migliori menti del regime. 

Una scelta, quella di rallentare il progresso scientifico dell’Iran, che definire cinica è poca cosa ma che, confrontata con il rischio tanto di una guerra aperta quanto di un “olocausto nucleare”, appare ragionevolmente perseguibile a chi ritiene di dover fare “tutto il possibile” per difendere la propria sicurezza.

La dinamica dell’omicidio

Eppure, qualcosa non torna: è vero che tutte le altre “vittime illustri” iraniane erano scienziati impegnati nel programma nucleare e un generale responsabile del programma missilistico di Teheran. Ed è vero che tutti e quattro sono stati uccisi da killer anonimi. Ma il modus operandi con cui il Mossad aveva agito in precedenza, stavolta differisce: sinora si era sempre trattato di bombe attivate a distanza da motociclisti (il servizio segreto israeliano aveva già “firmato” in questo modo l’esecuzione di un esponente di Hamas nel 2008 a Cipro, per mandare un segnale a chi di dovere).

Ora invece si spara a distanza ravvicinata, e con maggiori rischi. Un omicidio politico di matrice interna? Un altro Paese - e dunque, servizio - straniero? Non si sa e lo non si saprà neanche in futuro. Resta il fatto che le strutture della cyber security perdono una pedina molto importante, evidentemente.

Le strutture della Cyberwar di Teheran

Si ritiene che il “Cyber Defense Command” in Iran sia stato istituito nel 2010 su impulso dell’Ayatollah Ali Khamenei, che già dal 2003 aveva iniziato a predisporre strutture difensive contro le intrusioni telematiche, affidandole al controllo dell’Organizzazione Difesa Passiva Civile, una sorta di tecno-protezione civile controllata però dalle Forze Armate iraniane, divisione Cyber Army. 

Per un maggiore controllo del “Cyber Defense Command”, nel 2012 è stato istituito anche il Consiglio Superiore del Cyberspazio, di cui fanno parte gli alti papaveri del regime: come il presidente delle Repubblica, i ministri dei dicasteri chiave (come giustizia, telecomunicazioni, etc.), il comandante dell'IRGC (i Guardiani delle Rivoluzione) e altri notabili.

Oltre al Cyber Army e al Cyber Defense Command, vi sono altre unità specializzate in operazioni segrete informatiche. Descritte come “non professionali” - forse più che altro per prudenza e cautela - di queste unità si conosce con certezza il Basij, un ufficio suddiviso in unità sia militari sia civili, direttamente controllato dalle Guardie della Rivoluzione e responsabile della “soft war”. 

Si ritiene tuttavia che tutte le unità preposte alla cyber security dell’Iran abbiano esclusivamente funzione difensiva e non siano responsabili di particolari azioni di cyber war o hackeraggi all’estero, forse più per inadeguatezza e mancanza di esperienza che non per volontà esplicita.

L'aspettativa del regime sui funzionari del Basij, infatti, era inizialmente piuttosto modesta e tesa a monitorare il web e produrre materiale a sostegno del regime, principalmente attraverso social network. Che poi si siano sviluppate nuove tecniche e nuovi dipartimenti ad hoc per l’hackeraggio e la cyberwar, troverebbe conferma nelle passate accuse degli Stati Uniti ai tecnici di Teheran e, adesso, nella necessità di uccidere  il comandante Mojtaba Ahmadi.

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