Urinò sui talebani morti ma non si pente
Urinò sui talebani morti ma non si pente
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Urinò sui talebani morti ma non si pente

Con tre commilitoni  il sergente Chamblin profanò i cadaveri di alcuni afghani. Oggi dice: "lo rifarei"

Lo hanno degradato e punito insieme ad altri suoi commilitoni ma lui, da vero duro, non molla e non si pente. Il sergente dei Marines Joseph Chamblin (anzi, ex sergente) è stato giudicato colpevole di aver urinato sui cadaveri di combattenti talebani dopo che un suo commilitone, il sergente Mark Bradley, era stato ucciso nell’esplosione di un ordigno improvvisato. L’episodio, che risale al luglio 2011,venne “immortalato” da un video girato dalla stessa squadra di marines che poi venne messo in rete divenendo di pubblico dominio. Nel filmato uno dei soldati dice con tono di scherno rivolto ai talebani uccisi “Have a great day”. 

Il video sollevò indignazione presso l'opinione pubblica e creò non pochi fastidi all’amministrazione Obama impegnata nell’ennesimo tentativo di rilanciare i negoziati con i talebani irritando il presidente afghano Hamid Karzai che non perse l’occasione per condannare duramente il gesto. L’azione dei marines vebbe ampio risalto anche tra i talebani che annunciarono vendette. Ciò nonostante Chamblin, che oltre ad aver perso i gradi ha dovuto pagare anche un’ammenda di 500 dollari, ha detto senza mezzi termini in un’intervista televisiva di non essere pentito e che rifarebbe tutto.
"Siamo tutti esseri umani e i marines non sono boy scout. Chi non lo avrebbe fatto se avesse perso il fratello o la madre? Chi non avrebbe voluto vendetta?” Parlando con il giornalista di Channel 9, una tv della North Carolina, Chamblin ha detto che il suo gesto non fu premeditato e di non essersi chiesto se l’atto di urinare sui cadaveri di nemici non avrebbe messo in ulteriore pericolo le truppe Usa. “Se ho rimpianti? Accidenti, no. Volete che imarines diventino una squadra di boy scout o preferite che siano dei duri capaci di ammazzare chi cerca di approfittare di noi e di uccidere americani? Scegliete, perché non potete avere tutte e due le cose”.
Dopo 15 anni nel Corpo dei Marines Chablin sta lasciando il servizio per scrivere un libro su quella vicenda intitolato “Into infamy” che intende dedicare alla memoria del  sergente Bradley. Per questo è probabile che le sue dichiarazioni abbiano anche uno scopo “promozionale” ma il tema che il marine affronta senza peli sulla lingua è concreto e non può essere eluso con definizioni o giudizi politically correct.

Da sempre la guerra è un affare sporco e chi combatte se non è già un duro lo diventa specie in corpi scelti di fanteria come quello dei Marines i cui soldati sono addestrati a combattere e soffrire in condizioni estreme ed esposti in prima linea nelle aree più calde, incluse le province meridionali afghane. Combattere poi contro un nemico infido e spietato come i talebani o in genere le milizie ideologizzate, per di più in turni di missione della durata di un anno (contro i 6 mesi ei contingenti europei) non aiuta certo a trasformare un soldato in campione di buone maniere.

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