Esteri

Terroristi infiltrati di Francia

A Parigi è allarme radicalizzazione tra gli uomini delle forze di sicurezza come successo con Mickael Harpon

Attentato-PArigi-Harpon

Luciano Tirinnanzi

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Stefano Piazza

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Dopo la bufera politica seguita alla strage nella prefettura di Parigi lo scorso 3 ottobre, il ministro degli Interni francese Christophe Castaner, nel corso di una non facile conferenza stampa ha dichiarato che Mickaël Harpon, l’autore della morte di quattro agenti, era «già stato fermato dai nostri servizi qualche giorno prima». Castaner non ha rivelato altri dettagli. Al titolare del dicastero Panorama ha chiesto un’intervista, per spiegare cosa accade all’apparato di sicurezza dello Stato francese. Lo staff del ministro, dopo averci fatto rimbalzare tra i vari uffici che si occupano di comunicazione, non ha dato seguito alla richiesta.

Qualcosa, però, è trapelato lo stesso: Harpon non era un semplice poliziotto radicalizzato, ma un informatico del dipartimento di intelligence della prefettura, da tempo in stretto contatto con l’imam salafita Ahmed Hilali (che però smentisce ogni collegamento). Il personaggio è noto ai servizi d’intelligence per il suo estremismo religioso e il network di fedeli. I contatti tra i due si sarebbero fatti più serrati negli ultimi tempi, tanto da far ipotizzare che il killer possa aver contato su una discreta rete di complicità.

Le perquisizioni nella casa di Harpon a Gonesse, cittadina nell’Île-de-France, e nel suo ufficio presso la prefettura di Parigi, hanno portato al rinvenimento di una chiavetta Usb, dove Harpon aveva archiviato una serie di video di propaganda dello Stato islamico. Ma, soprattutto, aveva conservato le coordinate e i dati personali di dozzine di suoi colleghi. Il che porta a domandarsi com’è possibile che l’informatico originario della Martinica, nonostante fosse noto per il suo estremismo religioso, abbia potuto accedere tranquillamente alle banche dati delle oltre 30 mila «Fiche S»: sigla che contrassegna individui considerati «grave minaccia alla sicurezza nazionale». Infine, non è stata approfondita la denuncia di due colleghi di Harpon, che hanno dichiarato di essere stati minacciati perché non svelassero gli allarmi sul suo comportamento. Qual è la verità? Come mai quest’omertà intorno all’uomo?

Secondo quanto rivelato da un rapporto parlamentare sulla radicalizzazione islamista in Francia, pubblicato a giugno del 2019, tra i funzionari dello Stato sono 30 i licenziati perché radicalizzati. Il ministro Castaner ha innalzato quella cifra a 40, 20 dei quali avrebbero già lasciato la polizia. E gli altri? Il numero non è elevato, considerati i 150 mila membri delle forze di sicurezza, tra i quali molti musulmani. Tuttavia è enorme se pensiamo che, come Mickaël Harpon, altri possono aver passato informazioni sensibili alle cellule jihadiste francesi.

Tutto ciò agita assai la sicurezza nazionale. Lo scorso 2 ottobre migliaia di agenti di polizia sono scesi in piazza a Parigi per chiedere migliori condizioni di lavoro. Durante la «marcia della rabbia», com’è stata definita, hanno denunciato la mancanza di sostegno da parte dello Stato e di un’opinione pubblica sempre più ostile alle divise. Al punto che Frederic Govin, ufficiale di un’unità antisommossa nel nord della Francia, ha dichiarato all’agenzia stampa Afp: «Siamo diventati la feccia della società».

A manifestare sono stati 27 mila agenti, quasi il 18 per cento del totale degli operativi a livello nazionale, che hanno preso parte alla più grande manifestazione indetta dai sindacati di settore degli ultimi vent’anni. I motivi di una presenza così alta sono numerosi: le 23 milioni di ore di straordinari mai pagati; le 13 mila aggressioni e i 687 agenti feriti da arma da fuoco, che si sommano ai 26 agenti morti ammazzati soltanto quest’anno; l’ondata di suicidi tra le forze di polizia e dell’esercito, che a ottobre 2019 sono già raddoppiati rispetto ai 68 del 2018; le azioni terroristiche compiute (18) e quelle sventate in Francia (60) dal 2013; i crescenti casi di radicalizzazione tra le forze dell’ordine. A questo si somma la condizione del personale che opera nelle carceri, che ogni anno subisce tra le 4 e le 5mila aggressioni fisiche, da cui scaturiscono in media circa 15 rivolte che finiscono con la presa di ostaggi.

Il presidente Emmanuel Macron, durante la campagna elettorale del 2017, promise che avrebbe assunto 10 mila agenti durante il suo mandato quinquennale. Ma quell’obiettivo è lungi dall’essere raggiunto. Prima di lui, era stato Nicolas Sarkozy ad affrontare la questione delle forze di sicurezza. Provenendo dal Ministero dell’Interno, era perfettamente a conoscenza della materia. Ciò nonostante commise degli errori che la Francia paga ancora oggi.

Nel 2008, nell’intento di razionalizzare le risorse e di tagliare i costi, mise mano all’apparato più delicato dello Stato francese, l’intelligence. L’allora presidente francese decise infatti di fondere la General intelligence (Gr) con il controspionaggio (Dst), e di creare al suo posto la Direzione centrale dell’intelligence interna (Dcri, in seguito rinominata Dgsi). Tale scelta, secondo molti analisti, ha portato alla scomparsa di quella vasta rete di agenti sul campo e fonti informative pazientemente costruite in mezzo secolo di storia dello spionaggio francese, che sarebbe stata indispensabile a contenere, per esempio, la minaccia del jihadismo.

Sintomatico il caso del comune di Saint-Denis, sempre nella regione dell’Île-de-France, alle prese con l’aumento esponenziale dell’estremismo di matrice salafita: qui la struttura di intelligence che operava attorno alle moschee e alle associazioni islamiche venne completamente smantellata. Il risultato ha portato alla presenza indisturbata di numerosi estremisti che, con i loro sermoni, hanno fatto deragliare centinaia di giovani musulmani verso la Jihad.

Da allora qualcosa è cambiato, ma resta molto da fare. Come dimostrano le 60 azioni terroristiche sventate sul territorio francese e il continuo afflusso di capitali oscuri dal Golfo e dalla Turchia. Più di ogni altro Paese europeo, la Francia oggi teme la vendetta per la morte di Abu Bakr al Baghdadi. Il ministero degli Interni non ne fa mistero: «Nelle prossime ore, la possibile intensificazione della propaganda jihadista e possibili atti di vendetta deve condurci alla massima vigilanza, soprattutto in occasione di eventi pubblici che potrebbero essere programmati nel vostro dipartimento […] Si chiede di rinnovare alla polizia le istruzioni di vigilanza che dovrebbero essere rispettate per la loro protezione nell’esercizio della loro missione, ma anche al di fuori del servizio». L’allarme è stato innalzato.                                           

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