Chi ha paura di Alexis Tsipras

La Grecia al voto il 25 gennaio: perché un'uscita del Paese dall'area euro è altamente improbabile

Alexis Tsipras, presidente del partito Syriza, danto per vincente alle elezioni del 25 gennaio. – Credits: EPA/ORESTIS PANAGIOTOU

Ci sono due ragioni che rendono altamente improbabile un'uscita della Grecia dall'area euro e un conseguente ritorno alla Dracma, anche qualora, come emergerebbe dagli ultimi sondaggi, Alexis Tsipras dovesse non solo prevalere sul candidato di Nea Demokratia e attuale premier, Antōnīs Samaras, ma anche superare la soglia del 37% che conferisce al primo partito la maggioranza assoluta dei seggi.

La prima ragione è interna. L'economia greca ha una manifattura piuttosto debole, che produce in larga parte per il mercato interno, e dipende fortemente, si pensi solo alle materie prime come il petrolio, dalle importazioni dall'estero. Un ritorno a una moneta nazionale più debole rispetto all'euro significherebbe per le famiglie un'impennata dei prezzi dei beni fondamentali e un conseguente peggioramento non solo dei conti dello Stato, ma anche delle condizioni di vita dei cittadini. Alexis Tsipras, che è un leader più accorto e pragmatico di quanto vorrebbe certa stampa, tutto questo lo sa perfettamente. Non è un caso che, negli ultimi tempi, abbia voluto allontanare i sospetti di volere una Grexit e abbia affermato che il suo obiettivo, e quello di Syriza, è quello di rivedere i piani di salvataggio della Troika, ponendo fine al lungo ciclo dell'austerity, senza però una fuoriuscita dalla moneta unica.


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La seconda ragione è internazionale. Un'uscita dall'euro non conviene ai greci, ma non conviene nemmeno ai Paesi dell'area euro che, dopo aver imposto una cura da cavallo alla barcollante economia greca, hanno cominciato alla spicciolata a inviare messaggi di dialogo ad Alexis Tsipras. La stessa Angela Merkel, che fa la voce grossa anche per ragioni di consenso interno, sa perfettamente che la gran parte del debito greco – il 65% del totale, per la precisione – è detenuto non da privati ma dagli altri governi dell’eurozona, frutto dei prestiti bilaterali. Una Grexit significherebbe dire addio al sogno di poter riavere indietro la gran parte di quei soldi, con ovvie conseguenze recessive su tutti i Paesi prestatori, Germania in primis. Si aggiunga che il fondo salva-stati, finanziati da tutti i Paesi dell'Unione, ha un credito nei confronti della Grecia di altri 140 miliardi di euro che mai l'Unione rivedrebbe se la Grecia dovesse ritornare alla Dracma. 

E dunque, da dove nasce questo terrore nei confronti di una possibile vittoria di Tsipras? Qui le risposte si sprecano. La prima, più banale, è legata a quella sindrome da guerra fredda che ti fa vedere scenari apocalittici, anche dove non ci sono. Ma la verità è che è in corso un braccio di ferro ad uso interno per drammatizzare la portata di un'eventuale vittoria di Syriza. Quello che accadrà lo vedremo dopo le elezioni. Semmai dovesse vincere Tsipras, si aprirà una complessa partita politico-diplomatica tra la Grecia e i suoi creditori. Syriza, dalla sua, ha in mano una carta che può giocare sul tavolo: nessuno, nemmeno la Germania, vuole la Grexit. Ci sarà una trattativa, come sempre avviene in questi casi. Non si parlerà di taglio tout court del debito, semmai di moratoria o di congelamento dei tassi di interesse. Quelli che non si devono agitare più di tanto sono gli istituti bancari italiani e i loro risparmiatori, che nei confronti della Grecia, hanno un'esposizione relativamente bassa, attorno agli 800 milioni di euro. I cosacchi non sono alle porte dell'Europa. E il pericolo rosso, lasciamolo agli storici.

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