Contro l'esecuzione di Morsi
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Egitto, chi sono i jihadisti andati a combattere in Siria

Dalla caduta di Morsi sarebbero stati quasi 3mila i giovani unitisi a ISIS e Al Qaeda. Ma finora Al Sisi ha retto il colpo del terrorismo di ritorno

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In Egitto, dalla caduta dell’ex presidente Mohamed Morsi dopo il golpe militare del luglio 2013, quasi 3.000 giovani sarebbero partiti per la Siria per combattere al servizio dei gruppi jihadisti. Di questi, tra i 600 e i 700 si sarebbero affiliati ai qaedisti di Jabhat Al Nusra, oggi transitati sotto il nuovo nome di Fateh al-Sham. Altri 2.000 sarebbero invece confluiti nelle fila dello Stato Islamico del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi.

La notizia è stata data, attraverso un lungo e dettagliato rapporto, dal sito arabo Ida’at, e ripresa da autorevoli giornali e osservatori internazionali tra cui il Washington Institute. Secondo il rapporto, i cui contenuti non sono però stati ancora confermati da altre fonti, buona parte degli egiziani trasferitisi negli ultimi tre anni in Siria sarebbero ex militanti della Fratellanza Musulmana, costretti a lasciare il Paese dopo l’avvento al potere del presidente Abdel Fattah Al Sisi. Molti di loro, per evitare di finire in carcere o di essere ridotti al silenzio, avrebbero dunque deciso di raggiungere i territori occupati in Siria da Al Qaeda e soprattutto da ISIS, con l’obiettivo di acquisire sul terreno esperienze di combattimento per poi tornare in Egitto e organizzare la resistenza contro il governo dei militari.

Buona parte degli egiziani trasferitisi negli ultimi tre anni in Siria sarebbero ex militanti della Fratellanza Musulmana, costretti a lasciare il Paese dopo l’avvento al potere del presidente Abdel Fattah Al Sisi

L’invito ad andare a combattere in Siria era stato rivolto dai vertici internazionali della Fratellanza Musulmana ai loro sostenitori già prima dell’estromissione di Morsi. Nel maggio del 2013, l’influente imam del Qatar Yusuf al-Qaradawi aveva esortato i sunniti di tutto il mondo a partecipare alla guerra per il jihad e a contribuire alla caduta del regime siriano alawita di Bashar Assad. Il mese successivo, l’ufficio di presidenza di Morsi, che all’epoca era ancora al potere, aveva comunicato che i connazionali che sarebbero rientrati dalla Siria non sarebbero stati arrestati. E lo stesso Morsi, a giugno, nel corso di una manifestazione a sostegno dei ribelli siriani organizzata allo stadio internazionale del Cairo, nell’annunciare la rottura dei rapporti con il governo di Damasco aveva appoggiato pubblicamente l’invito al sacrificio rivolto dagli imam egiziani ai seguaci della Fratellanza.

Dopo il golpe dei militari del 2013, l’arresto di Morsi e di tutti i leader della Fratellanza e le migliaia di morti tra i loro sostenitori che hanno provato a reagire alla repressione dell’esercito, la radicalizzazione del movimento dalle piazze e della moschee si è trasferita nelle carceri, dove centinaia di giovani sono stati indottrinati e reclutati per essere inviati in Siria. Chi in questi anni di dura repressione del governo di Al Sisi è riuscito a lasciare l’Egitto, ha raggiunto la Siria sfruttando la complicità di due Paesi rimasti vicini alla Fratellanza, vale a dire il Sudan e soprattutto la Turchia. Il percorso intrapreso dalla maggior parte dei jihadisti egiziani si è però concluso con il tradimento delle loro aspettative. Molti non hanno fatto più rientro dai teatri di guerra mediorientali. Altri, invece, una volta tornati in patria sono stati immediatamente individuati dai servizi segreti e fatti arrestare.

 Il risultato più tangibile, a ormai oltre tre anni dall’insediamento di Al Sisi alla guida dell’Egitto, è stata la progressiva frantumazione del fronte militante che sosteneva la Fratellanza. Il vuoto venutosi a creare è stato colmato in parte da nuovi gruppi di estremisti chiamati  Harakat Hassm (“Movimento della Determinazione”) e Lewaa al Thawra (“Brigata della Rivoluzione”), messisi in mostra negli ultimi mesi con azioni sporadiche tra Giza, Fayoum, Beni Suef, Sharqiyah e Menoufiya. Ma il presidente si sta mostrando capace di reggere il colpo del terrorismo di ritorno, anche se restano focolai di tensione. Come nella Penisola del Sinai, dove la Provincia del Sinai dello Stato Islamico (Wilayat Sina, ex Ansar Bayt Al Maqdis) continua a rappresentare una spina nel fianco per il governo egiziano.

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