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Il femminismo si è fermato a Kabul

La Rubrica - Lessico Familiare

I talebani hanno occupato Kabul, l'Afghanistan è perduto.

Il paese è sprofondato nuovamente nel medioevo, con le lancette della storia che in pochi giorni hanno turbinato vorticosamente all'indietro, facendo sembrare finzione cinematografica quelle immagini anni '70 delle tre ragazze afghane che si recavano sorridenti a scuola in minigonna, come in un qualsiasi paese occidentale, spensierate e libere, fiduciose e illuse da una libertà che presto sarebbe stata loro negata nel peggiore dei modi.

Chissà che fine hanno fatto le iconografiche protagoniste di quel celebre scatto, se hanno patito sulla loro pelle ciò che il nichilismo fondamentalista talebano ha progettato e realizzato per il loro paese nei decenni seguenti: sta di fatto che le tremende immagini del harakiri collettivo di persone che hanno sfidato – e trovato - la morte schiantandosi a terra dall'aereo in decollo pur di fuggire al terrore talebano dà esattamente il segno di ciò che oggi aspetta questo martoriato popolo.

Quei corpi sono volati inermi esattamente come vent'anni prima le sagome di innocenti si lanciavano dalle Twin Towers in fiamme.

Se la ritirata Usa da Saigon fu una tragedia, l'abbandono dell'Afghanistan da parte delle forze militari occidentali ne creerà una ancora maggiore.

Ma c'è la tragedia nella tragedia.

Parlo delle donne afgane, considerate bottino di guerra, già condannate alla schiavitù e alla mortificazione del corpo e dell'anima: si levino pure gli scudi dell'indignazione 'pelosa' in nome di Dio, di Allah, Jahvè, Budda o dei massimi principi.

Ma tanto dell'indignazione dei salotti occidentali le donne afghane non se ne faranno nulla, così come dei gattini, dei pennarelli o dei lumini di solidarietà accesi a migliaia di chilometri di distanza, per lavarsi le coscienze.

Perché la realpolitik dei paesi più ricchi ha decretato che l'Afghanistan e il sogno di una democrazia importata costa troppo e non rende abbastanza.

Testimonianze dell'ultima ora dicono che sia impossibile ottenere un visto d'uscita mentre le ambasciate vengono evacuate, lasciando quel pezzo di umanità al suo inesorabile destino di morte e sopraffazione.

E quindi chissenefrega se il baratro dell'oscurità si abbatterà di nuovo su questo paese, dopo vent'anni in cui si era assistito ad una rinascita delle libertà e dei diritti, con le bambine finalmente riammesse a scuola, le ragazze all'università, in una timida emancipazione che riassaporava i fasti del passato pre-talebano.

L'Afghanistan non interessa più, considerato ormai paese irredimibile che né gli inglesi, né i russi, né gli americani e l'occidente tutto ha potuto salvare.

In una manciata di ore tutti i passi in avanti sono stati cancellati e migliaia di donne stanno chiedendo aiuto anche via social, raccontando di essere state lasciate a casa dai loro posti di lavoro e che è in corso un censimento di donne nubili e ragazze sopra i 12 anni: le loro vite saranno annientate nello sfregio dell'oscurantismo religioso.

Nel giro di poche ore le donne sono già tornate all'obbligo di indossare il burqa.

Da domani verranno prese quattro a quattro per ogni talebano in vena di mettere su famiglia.

Le bambine rivivranno l'incubo delle loro madri, date in sposa a uomini vecchi e mai visti prima che le ridurranno a schiave, sottomettendole ad una vita non degna di essere vissuta.

E per chi non si sottometterà alla volontà degli invasori, che presto proclameranno l'emirato islamico ultraconservatore, sono cominciate le liste di proscrizione: l'epurazione controllata delle ribelli.

Le immagini di belle donne che sorridevano dai cartelloni pubblicitari sono già state cancellate con vernice bianca e i negozianti che li esponevano in vetrina tremano al pensiero che qualcuno possa ricordarsi di tale iniziativa.

Famiglie già oggi costrette a consegnare figlie e madri ai talebani che le daranno in 'dote' ai soldati: che ne sarà di loro? Merce umana.

Giovani donne che, piangendo, stanno nascondendo o bruciando diplomi, certificati, attestati e lauree ottenuti con fatica e orgoglio perché i predatori della libertà hanno già ricevuto ordine di rastrellare le donne istruite, un pericolo per il califfato, peggiore persino delle armi.

Il trasporto già da oggi viene negato alle donne che devono tornare alla loro casa.

E i politici degli Stati che hanno reso possibile tutto questo?

Fanno solo retorica da spiaggia, fingendo di struggersi al sicuro nelle loro magioni, senza nemmeno provare a fare quello che la politica dovrebbe essere deputata a fare.

Esponenti politici che al più pubblicano tweet o post su facebook di patetica commiserazione senza scomodarsi a trovare nella sede competente – legislativa o esecutiva - un progetto di salvezza, una soluzione per sottrarre milioni di innocenti dalle viscere del male: sovviene l'amaro sospetto che li muova solo l'ambizione di mettersi in mostra per ottenere like e non certo per salvare la pelle alle nostre sfortunate sorelle.

Subito, ora, ieri, dovrebbero essere organizzati corridoi umani con visti di riconoscimento di rifugiati: è il minimo sindacabile per sottrarre donne e bambine al mercimonio talebano.

Oriana Fallaci predisse il pericolo dell'estremismo talebano decenni fa e un tribunale francese la ripagò condannandola per le sue idee dirompenti, con il sostegno di gran parte degli intellettuali, anche italiani, che la bollarono come un'esaltata, una razzista, salvo poi (intimamente) ricredersi davanti alle immagini di ciò che ha realizzato il fondamentalismo islamico, da Al Qaeda all'Isis, ai Talebani stessi.

Svegliamoci dunque, e prendiamo parte alla sfida di questo tempo inclemente che dopo due anni di pandemia ci ha sorpreso con la rinascita del califfato islamico intriso di estremismo religioso che asfalta e sopprime ogni diritto fondamentale dell'uomo.

Non possiamo permettere che le donne afgane scompaiano nell'empietà dei loro oppressori: il pensiero di quello che stanno passando in queste ore è semplicemente terrorizzante.

Le donne afgane sono donne come lo siamo noi occidentali.

Io sono una donna afgana.

Io sono Nadia Anjuman, poetessa assassinata nel 2005 dal marito a venticinque anni perché declamava le sue poesie in pubblico, dopo aver frequentato un circolo letterario mascherato da corso di cucito.

Ora le parole di Nadia Anjuman fluiscono nei miei pensieri con vivida attualità per ciò che rappresentano per le donne afghane: "non ho voglia di aprire la bocca di che cosa devo parlare? Che voglia o no sono un'emarginata come posso parlare del miele se porto il veleno in gola".

#iosononadiaanjuman #iosonoafgana #cordoneumanitario

info: danielamissaglia.com

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