Daniela Santanché, l'appestata
Daniela Santanché, l'appestata
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Daniela Santanché, l'appestata

Il fronte del no all'onorevole del PdL come vicepresidente della Camera accomuna tutte le anime giustizialiste di un Paese immobile e incapace di cambiare

 

Il più spiritoso tra i democratici (diciamo così) è Pippo Civati, giovane bastian contrario del Pd che da rottamatore riformista si è trasformato in vessillifero della base più ideologica e filo-grillina del Pd. Civati ha creato l’hashtag “Santancheno”. Per la precisione, su Twitter: “Dal giaguaro alla pitonessa: santancheno”. Povera Daniela Santanché, diventata un’appestata agli occhi di mezzo Parlamento e mezzo paese, “impresentabile” per la carica di vicepresidente della Camera alla quale è legittima candidata. Scrive Civati nel suo blog che “una vicepresidente che tira ogni giorno su tutto e tutti, e non ha problemi a attaccare il governo ogni volta che non fa quello che dice Silvio, non è proprio l’ideale neppure per le larghe intese”. L’amico piddino dei grillini che ha lanciato lo scouting tra le fila dei 5 Stelle (gente tutta notoriamente specchiata, ovvio, perfetta per allearsi col partito di Epifani e formare un governo intitolato alla decrescita felice e all’orgoglio no-Tav) fa sarcasmo e discetta di pitonate su una parlamentare imprenditrice che non risulta avere ombre tali nel suo curriculum da non poter ambire allo scranno che fu di Rosy Bindi.

La Bindi sì, la Santanché no.

Abbiamo avuto ministri della Giustizia che andavano all’aeroporto ad accogliere ex militanti di organizzazioni terroristiche condannati a vari reati. Abbiamo avuto presidenti della Camera che auguravano “hasta la victoria siempre” a fior di dittatori come Fidel Castro malato. Abbiamo avuto appena ieri un presidente del Senato che è entrato a pie’ pari nel dibattito politico con elogi sperticati al Pd e con censure palesi al Pdl e in particolare ai suoi “falchi”, e che ha preso posizione sui temi di politica corrente quasi che non fosse lui, o non fosse tenuto a essere, un presidente super partes.

Però la Santanché è “la pitonessa”. Nei pubblici comizi del Pdl è bersaglio delle truppe di disturbatori grillini e vendoliani che si lanciano in insulti senza che il presidente della Camera, Laura Boldrini, si senta in dovere di esprimere, almeno di persona, la solidarietà dovuta.

Perfino un parlamentare all’apparenza così moderato nei giudizi, per quanto con radici ideologicamente marcate, cioè Matteo Orfini, già responsabile della comunicazione di Bersani, azzarda il paragone tra la Santanché e le mine sulla strada di questo governo (che Orfini ha sempre dichiarato di non volere).

Ho sempre odiato chi si mette alla lavagna e traccia la linea tra i buoni (per lui) e i cattivi (contro di lui). Così la Santanché è una “pitonessa” mentre Rosy Bindi, non meno tracimante e tranciante, ma ben più “cattiva” nei suoi giudizi, resta una madre nobile del Pd. Antipatica ma “autorevole”. Un punto di riferimento. Perché lei sì e la Santanché no?

Strano paese, l’Italia, che mette in scena nelle piazze una contrapposizione fisica tra avversari che si “rispettano” anche quando si bastonano, ma che nelle stanze del Potere è molto meno schietto. Il problema non consiste nel fatto che ancora oggi in Italia, nell’anno di grazia 2013, si contrappongono guelfi e ghibellini. Il problema è che da un lato sono tutti difensori della libertà, del buongusto e della cultura, dall’altra (così sembra) guastatori della morale e donne ambigue.

Sarebbe l’ora di smetterla con gli insulti, con questa cosa brutta e ridicola di voler liquidare l’avversario dipingendolo come Cavaliere Nero, Nano, Ballerina… o Pitonessa.

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