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(Ansa)
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Dal Mondo

Il mondo, distratto dalla guerra, non vede la rinascita dell'Isis

Presentato all'Onu il report sulla sicurezza; il califfato avrebbe ben 10mila uomini a disposizione, e montagne di denaro

Mentre la guerra in Ucraina e le tensioni nell’indo-pacifico monopolizzano le attenzioni dell’opinione pubblica internazionale, lo Stato islamico in Siria e in Iraq durante il periodo pandemico è riuscito nell’impresa titanica di riorganizzarsi. Ad affermarlo è il responsabile dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, che ha presentato al Consiglio di sicurezza l'ultima relazione sul tema.

Secondo il documento circa 10mila miliziani dell'Isis (numero per difetto) sono tutt’ora operativi nel “Siraq” e tutto questo nonostante l'organizzazione terrorostica internazionale sia stata dichiarata militarmente sconfitta più di tre anni fa in Siria e più di cinque anni fa in Iraq. Il capo dell'antiterrorismo delle Nazioni Unite ha anche avvertito il Consiglio di sicurezza che il confine tra Iraq e Siria: «Rimane altamente vulnerabile ed è da li che il gruppo ha lanciato ad aprile una campagna globale di attività operative rafforzate per vendicare alti dirigenti uccisi in operazioni antiterrorismo». Secondo Vladimir Voronkov lo Stato islamico può contare su risorse annue che oscillano tra i 25 e i 50 milioni di dollari e tutto questo nonostante abbia visto morire i suoi due leader Abu Bakr al-Baghdadi suicidatosi il 27 ottobre 2019 a Barisha (Siria) poco prima di essere catturato dalle forze speciali USA e alleati e il suo successoreAbu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi che si fece a sua volta esplodere poco prima di essere catturato il 3 febbraio 2022 nel villaggio di Āţimah (Siria). Del terzo califfo Abu Hasan al-Hashemi al-Qurashī si sa poco o nulla se non che due funzionari della sicurezza irachena che hanno parlato con l’agenzia stampa Reuters, hanno affermato che si tratterebbe di Juma Awad al-Badrīal-Sāmarrāʾī ovvero il fratello più anziano del primo califfo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi al secolo Ibrāhīm Awed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī.

Nonostante le uccisioni dei leader dell'organizzazione internazionale e di molti comandanti locali, l’espansione dell’ISIS non conosce confini: dal Pakistan all'Afghanistan, dal Medio Oriente all'Africa sub-sahariana, fino all'Europa e paesi occidentali.Al Consiglio di sicurezza dell'Onu martedì scorso è intervenuto anche l’esperto di sicurezza africana Martin Ewi che coordina un progetto transnazionale sulla criminalità organizzata presso l'Institute for Security Studies nella capitale del Sudafrica, Pretoria ed era precedentemente responsabile della lotta contro la Commissione dell'Unione africana. Nel corso del suo intervento ha affermato che «La minaccia del gruppo estremista dello Stato islamico sta crescendo di giorno in giorno in Africa e il continente potrebbe essere il futuro del califfato visto che lo Stato islamico ha ampliato la sua influenza oltre misura in Africa, con almeno 20 paesi che sperimentano direttamente l'attività del gruppo estremista e più di altri 20 "utilizzati per la logistica e per mobilitare fondi e altre risorse»

Secondo l’esperto africano il bacino del lago Ciad che confina con Ciad, Nigeria, Niger e Camerun: « è la più grande area di operazione del gruppo estremista, le aree del Sahel sono ora ingovernabili mentre la Somalia rimane l’hotspot dell’ISIS nel Corno d'Africa mentre un recente tentativo di conquistare o destabilizzare l'Uganda è fallito anche se le Forze democratiche alleate affiliate all’ISIS restano una seria minaccia». Drammatica la situazione in Mozambico e nella Repubblica Democratica del Congo dove secondo Ewi «Lo Stato Islamico dell'Africa Centrale ha reso alcune loro regioni dei veri macelli umani». La minaccia è quindi sfuggita di mano anche in Paesi come il Benin e il Togo dove secondo Martin Ewi «sono gli ultimi paesi costieri dell'Africa a subire attacchi concentrati dell’Isis e di altri gruppi terroristici». La sottovalutazione del fenomeno da parte delle autorità africane è la stessa vista in precedenza in Mozambico, in Nigeria, in Camerun, nel Mali e in molti altri paesi «dove la minaccia è stata mal diagnosticata e anche le risposte sono state inadeguate». Ma è possibile fermare l’ascesa del terrorismo in Africa? Per Martin Ewi sì ma «la strategia deve trascendere il gruppo e includere le sue alleanze con al-Qaeda e altri gruppi criminali, tra cui banditi, pastori, bande e vari gruppi della criminalità organizzata».

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