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Post Ucraina: scenari di pace, povertà e di un “nuovo muro”

Quando finirà che mondo ci troveremo davanti tra equilibri modificati, Usa più deboli, Cina alla guida del mondo

Scenari di pace, povertà e di un “nuovo muro”

La frase del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan pronunciata ieri alla vigilia dei colloqui di pace è di quelle da mettere nei libri di storia: “La pace non ha perdenti”, riferendosi alla possibilità di trovare una soluzione “accettata dalla comunità internazionale”. E oltre quanto la Turchia cerchi di ottenere da Mosca con questa manovra, dal mostrarsi come un interlocutore credibile laddove molti hanno fallito, e guadagnare credito per poi rivenderlo sui fronti aperti con Mosca come la Libia (Cirenaica), il Karabakh e il Nur Sultan, resta che i colloqui di pace potrebbero favorire la fine di un conflitto che in realtà è cominciato otto anni fa (2014) e non il 24 febbraio scorso. Se i quasi due anni di pandemia ci hanno mostrato il lato peggiore della globalizzazione, l'escalation militare in Ucraina è uno di quei grandi fatti storici che modificano il mondo: che Putin resti al suo posto oppure no, la Russia potrà rivendicare delle vittorie sul piano militare ma dal punto di vista geopolitico sarà una delle nazioni più emarginate del pianeta e nel post-Putin (che inevitabilmente un giorno ci sarà), le servirà un nuovo Gorbaciov per riempire il solco che la divide dall'Europa, per allentare le sanzioni e non costringere i russi a un rapporto stretto e non certo idilliaco con i cinesi.

Quando anni fa scrivevo che prima di avere una difesa comune europea ci sarebbe voluta una politica estera comune, venivo accusato di essere euro-scettico e populista. Oggi che la scusa per concordare su una linea comune sono bombardamenti e milioni di profughi, ecco riapparire la voglia di un euro-esercito da inserire nella bistrattata Nato. Ricordiamo infatti il presidente francese Macron quando disse che l'Alleanza era in stato di “morte cerebrale”.

Peccato che l'Europa abbia oggi ben poca rilevanza sul piano internazionale, con una classe dirigente che ha perso anni anteponendo ideologie ecologiste all'economia reale e, per almeno un decennio, ha snobbato la necessità di essere nella Nato con eserciti efficienti, fino a far arrabbiare il presidente Donald Trump che arrivò a ricordare che non dovevano essere gli Usa a pagare il conto della protezione del vecchio continente.

Infine c'è l'Ucraina, che avrà salvo l'onore e il governo, ma che conta danni tali da dover essere aiutata per altri vent'anni e che potrebbe uscire dal conflitto divisa in due nazioni, una filo-russa, l'altra filo-europea, reinventando quel confine da Guerra fredda che crollò nel novembre del 1989 tra le sponde del fiume Dniepr.

Chi invece gioisse per la situazione di umiliazione internazionale ed economica nella quale cadrà la Russia dovrebbe ricordare che in talune aree del mondo, dall'Africa all'Asia-Pacifico, il peso dell'influenza commerciale e politica che Mosca aveva fino a poco tempo fa passerà dritta nelle mani di Pechino, che certo da quelle parti non ha bisogno di essere incoraggiata ad espandersi, come l'Australia non manca di farci notare dotandosi di sommergibili nucleari.

Gli Stati Uniti con la guerra in Ucraina sono tornati a essere molto presenti in Europa, con la quale faranno ottimi affari vendendo l'energia a un prezzo che renderà meno competitive le produzioni industriali del Vecchio continente. In altre parole la guerra in Ucraina avrà come conseguenza la forte riduzione della potenza economica europea e questa andrà ricostruita con scelte strutturali ben diverse da quelle portate avanti finora. Infatti se da prima potenza commerciale al mondo ci potevamo permettere di pensare al “green” e cercare di trascinare il mondo in questa conversione alle fonti rinnovabili, la guerra ci costringe a rivedere tutto sulla base delle effettive necessità, perché al prossimo inverno mancano meno di sei mesi. E certo non aiutano le frasi quantomeno inappropriate del presidente Joe Biden che apostrofa Vladimir Putin come “macellaio” e “dittatore”, costringendo poi la sua diplomazia a rettificare con uno sterile “Washington non caldeggia il cambio di regime a Mosca”. Frasi che paiono inopportune ma che nascondono una brutale realtà: un rapido stop dei combattimenti in Ucraina non converrebbe agli Usa, che con il persistere della guerra assisterebbero a un ulteriore indebolimento politico e militare della Russia, e a quello commerciale e finanziario dell'Europa. La rapida pace per Kiev conviene dunque a noi per primi, ecco quindi il motivo dello scetticismo di inviare armi a Kiev, di sollevare l'opinione pubblica soltanto contro Putin e, già dal 2018, di sanzionare un partner commerciale come Mosca.

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