Vent'anni dopo l'11 settembre, il mondo è peggiorato
In alto, la perquisizione di un talebano a Mazar-e-Sharif nel 2001. A destra, l'aeroporto di Kabul durante un'evacuazione il 22 agosto 2021 (Getty Images).
Vent'anni dopo l'11 settembre, il mondo è peggiorato
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Vent'anni dopo l'11 settembre, il mondo è peggiorato

Da Kabul 2001 a Kabul 2021: con l'anniversario dell'attacco alle Torri gemelle, si chiude un ciclo storico. In peggio, come spiegano i tre analisti intervistati da Panorama sull'amara eredità degli attentati che sconvolsero il mondo.

Come per l'8 settembre e il 25 aprile, quando si parla di 11 settembre non c'è bisogno di indicare l'anno. Come tutti sanno che l'8 settembre è quello del 1943 (e che il 25 aprile è quello del 1945), allo stesso modo è evidente che l'11 settembre è quello del 2001.

La tragedia che esattamente 20 anni fa ha cambiato il mondo è diventata una data. E una sigla: 9/11, secondo l'uso anglosassone di anteporre il mese al giorno. Un anniversario che, per ironia della sorte, cade 11 giorni dopo il ritiro dell'ultimo soldato statunitense dall'Afghanistan. Il 7 ottobre 2016, 26 giorni dopo i quattro attacchi suicidi che causarono la morte di 2.977 persone, gli Stati Uniti invasero il Paese centro-asiatico, che ospitava la mente degli attentati: il leader di Al Qaeda Osama Bin Laden.

Obiettivo dell'invasione era distruggere al Qaeda, catturare Bin Laden e combattere la guerra al terrorismo. Osama Bin Laden è stato ucciso il 2 maggio 2011 (quasi 10 anni dopo gli attacchi alle Torri gemelle), al Qaeda è ancora attiva e la guerra al terrorismo è tutt'altro che vinta. Come scrive l'Economist, «vent'anni fa l'America si era prefissa di rimodellare l'ordine globale dopo gli attacchi alle Torri gemelle. Oggi è fin troppo facile concludere che la sua politica estera è stata abbandonata su una pista dell'aeroporto di Kabul».

Anche se il settimanale britannico sottolinea che «i discorsi sul declino americano e sull'isolazionismo sono troppo pessimistici», resta il fatto che dopo l'11 settembre ci sono state due grandi guerre in Medio Oriente, interventi Usa e Nato in numerosi altri Paesi e ascesa di nuovi gruppi terroristici. Per non parlare dei costi: nel 2010 il Watson Istitute della Brown University ha lanciato un progetto per calcolare i costi degli interventi Usa in Irak e in Afghanistan e delle violenze correlate in Pakistan e Siria.

Il «The Costs War Project» ha appena reso note delle cifre relative ai costi sostenuti dagli Stati Uniti e da altri Paesi come risposta agli attentati dell'11 settembre. «Più di 929.000 persone sono morte nelle guerre dopo l'11 settembre a causa della violenza bellica diretta e molte volte di più a causa degli effetti riverberanti della guerra» si legge sul sito del progetto. «Oltre 387.000 civili sono stati uccisi a causa dei combattimenti, 38 milioni è il numero di rifugiati e sfollati di guerra». In conclusione, gli studiosi fanno una stima dei costi economici: «Il cartellino del prezzo federale degli Stati Uniti per le guerre post 11 settembre è di oltre 8 trilioni di dollari».

Un bilancio drammatico, di cui Panorama ha parlato con tre analisti: l'italiano Gianandrea Gaiani e gli statunitensi Mary Cardaras e Mike Gonzalez. Ecco le loro riflessioni.


Gaiani: «L'Occidente non è più disposto a perdere vite umane. E così vincono i talebani in ciabatte»


«Europa e Stati Uniti non sono più in grado di combattere guerre. Perché non sono nelle condizioni di pagarne il prezzo». Gianandrea Gaiani non usa mezzi termini. Direttore del sito AnalisiDifesa, Gaiani è un esperto di Difesa e sicurezza. Analista di questioni militari, ha seguito le missioni all'estero dei nostri soldati negli ultimi 30 anni.

Il 20 settembre 2001 lei scrisse su Panorama che gli attentati dell'11 settembre avrebbero obbligato «la Casa Bianca a riesaminare e modificare radicalmente la sua dottrina antiterroristica». In questi 20 anni, com'è cambiata la dottrina Usa?

«Diciamo che, subito dopo l'11 settembre, almeno fino all'operazione Iraqi freedom (l'invasione dell'Irak nel 2003, ndr) la dottrina statunitense antiterrorismo era fondamentalmente politica. Cioè aveva una sua evidenza militare, ma si basava sulla strategia politica nota come quella dei necon. In sostanza, sosteneva che il terrorismo era così diffuso nel mondo islamico perché il mondo islamico era rimasto impermeabile alla democrazia. "Portiamo la democrazia nel mondo islamico e le cosa cambieranno". Secondo me era una dottrina fattibile, applicabile, anche giusta».

In quanti secoli, però?

«Il problema era proprio la tempistica. Nel senso che pensare di poterlo fare in cinque o dieci anni e poi venire via non aveva senso. In fondo dall'Afghanistan abbiamo iniziato a venire via nel 2011. Oggi abbiamo finito».

Già al tempo era evidente che era un progetto irrealizzabile...

«Irrealizzabile no. Si sarebbe potuta realizzare se l'America avesse attuato una metamorfosi completa della sua postura di potenza, diventando una potenza imperiale, come il dibattito dei neocon valutava. L'idea di fondo era: ogni impero presidia le sue aree, anche quelle più periferiche, e le presidia non a scadenza, ma le presidia perché è un impero, finché non viene sconfitto o scacciato».

Peccato che gli Stati Uniti siano nati proprio in seguito a una rivoluzione anti-imperialista.

«Già... L'America, che nasce da una rivoluzione, da una guerra civile contro gli inglesi che li portò all'indipendenza, in sostanza da una guerra di liberazione anti-imperialista, non è mai riuscita a d avere l'approccio imperiale. Magari ha avuto la potenza e l'espansione di un impero, ma non ne ha mai avuto l'approccio mentale».

Sarebbe stato anche contraddittorio, vista la sua storia...

«Contraddittorio fino a un certo punto, nel senso che poi il pragmatismo ti porta a vivere le esigenze del presente. Comunque loro non ce l'hanno mai fatta. Gli Stati Uniti hanno iniziato guerre, sperando di finirle il più presto possibile. E alla fine finirle diventa antitetico con vincerle. Questo è un problema che dal Vietnam si tirano dietro. E noi europei più di loro. L'aspetto più interessante secondo me è che allora c'era una dottrina politica, sulla quale innestare un'iniziativa militare».

E dopo?

«Dalla fase di Obama in poi, quando l'America decide di varare il disimpegno, e ci metterà un po' (dall'Iraq si ritireranno nel 2011), la dottrina anti-terrorismo americana è prettamente militare, più che altro legata all'aspetto dell'intelligence: "Troviamo il cattivo, gli mandiamo un drone e lo colpiamo con precisione mentre esce di casa. Ovviamente questo vuol dire spesso colpire anche la famiglia, com'è spesso accaduto. Però è una dottrina più basata sul killeraggio mirato. Più che una dottrina, è una tecnica, basata sul colpire i nemici dell'America ovunque essi siano perché non si sentano sicuri. Anche un capo talebano, il successore del mullah Omar, il mullah Akhtar Mohammad Mansour, venne ucciso in questo modo nel 2016. È una strategia che però non ha necessariamente alle spalle un pensiero politico, una dottrina politica. Cosa che invece venne elaborata dopo l'11 settembre per affrontare la guerra in Afghanistan e poi in Irak».

Il progetto neo-con però era fuori tempo massimo. L'età del grande imperialismo era alla fine dell'Ottocento.

«Però, successivamente, gli anglo-americani hanno portato la democrazia con la guerra: in Germania, in Italia e persino in Giappone, per parlare di un Paese che ha una cultura molto diversa da quella americana, come possono essere molto diverse le culture del mondo islamico e arabo. Ma gli americani, 76 anni dopo, sono ancora presenti, sia in termini politici sia in termini miliari, in Italia, in Germania e in Giappone. Quindi la democrazia la puoi portare con le armi, ma si deve basare su una dottrina di impiego della forza militare a supporto di un progetto politico che è destinato a durare nei decenni. Quindi una mentalità imperiale».

Però, per restare in Italia, Germania e Giappone 76 anni, gli Usa sacrificarono tantissime vite umane durante la seconda guerra mondiale. Nel mondo attuale, nessun Paese sarebbe disposto a tollerare tutti quei morti.

«In realtà, sul piano oggettivo delle perdite in combattimento, tutto l'Occidente oggi paga la sua incapacità di portare avanti conflitti nel tempo, perché non riesce più ad accettare le perdite che subisce, per quanto siano pochissime. Ma non riusciamo neppure più ad accettare neanche le perdite che infliggiamo. Non abbiamo mai neanche detto quanti talebani abbiamo ucciso. Per esempio, i militari italiani hanno ucciso migliaia di talebani, ma non esiste una fonte ufficiale che lo dica».

Perciò il progetto dei neo-con era irrealizzabile. Al di là degli aspetti ideologici, il mondo attuale non è più in grado di reggere le plastic bags con i cadaveri dei soldati.

«Gli americani sono stati capaci di reggerle finché era viva la memoria dell'11 settembre. Nel momento in cui questa memoria si è affievolita e dopo l'uccisione di Bin Laden, questa memoria si è persa. In Afghanistan, le forze alleate hanno avuto 3.600 caduti, di cui 2448 americani circa. Se si pensa che gli Usa in Vietnam ebbero oltre 58.000 morti e che a El Alamein morirono 20.000 soldati in una settimana, si capisce come l'Occidente (e l'Europa più degli Usa) non è più in grado di combattere guerre. E questo avviene, paradossalmente, nel momento in cui ha la capacità di esprimere la potenza bellica più sofisticata e devastante della storia».

È la guerra post-eroica.

«E così, alla fine, vincono i talebani in ciabatte. Che hanno avuto un sacco di perdite, a che sanno reggerle. Non dimentichiamo poi i soldati afghani, che in 20 anni sono morti in 60.000, contro i 3.6000 alleati. E a cui oggi abbiamo avuto il coraggio di dire che sono stati dei conigli perché sono scappati».

Un'immane vergogna. Il punto chiave di tutte le guerre moderne è che, ancor oggi, ci vuole l'offensiva di terra per conquistare un territorio. Ma questa comporta inevitabilmente la perdita di vite umane.

«Soprattutto se si vuole presidiarlo.... Infatti oggi le campagne militari dell'Occidente, Italia compresa, sono soprattutto propense al mentoring e al training. Affiancano, fanno consulenze, addestrani forze locali. Con grossi i limiti: gli americani addestrarono anche quattro reparti dell'Esercito del Mali africano. Ma quando ci fu l'offensiva degli jihadisti nel 2012, tre reparti passarono con armi ed equipaggiamenti Usa con i ribelli jihadisti. E un quarto cercò di fare il golpe a Bamako. Con quest'idea di smettere di combattere e di far combattere gli altri, non si vince mai. E si rischiano brutte sorprese: i soldati locali si arrendono in massa e tu ti ritrovi con un ponte aereo e una figuraccia colossale all'aeroporto di Kabul. E devi pure dire grazie ai talebani che non ti sparano addosso».

Cardaras: «Il mondo non ha più fiducia nella leadership americana»

«L'America non capisce il mondo. Capisce solo se stessa». È amareggiata, la professoressa Mary Cardaras. Già direttrice alla Cnn, oggi ha la cattedra di Comunicazione alla California State University, East Bay. Produttrice di documentari e giornalista, in questo momento si trova ad Atene dove sta costituendo il «Demos Center» per lo studio dell'intersezionalità tra democrazia, politica pubblica, stampa libera e leadership efficace.

In questi ultimi 20 anni, come è cambiato il mondo?

«Dopo l'11 settembre è molto cambiato. È un luogo meno aperto. Abbiamo paura gli uni degli altri. Siamo diventati più introspettivi, più insulari e con lo sguardo rivolto all'interno. Penso che sia così perché, nel complesso, le democrazie del mondo non sono riuscite a guidarci con successo attraverso le sfide poste dall'11 settembre. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, in particolare, penso che l'11 settembre abbia reso evidenti le debolezze del Paese. Anche se gli Usa hanno superato la tempesta dell'11 settembre, hanno fallito nella loro risposta alla crisi. Lo vediamo, due decenni dopo, con i fallimenti in Irak e in Afghanistan. C'è bisogno di un riallineamento totale nel pensare alle democrazie, nonché alle loro risposte al terrorismo e alle minacce poste da militanti di qualsiasi tipo nei confronti dei cittadini laici».

Qual è stato l'impatto del terrorismo sulle democrazie occidentali?

«Le democrazie sono in difficoltà. Il terrorismo ha reso le democrazie più timorose di assumere un ruolo di guida, in termini di relazioni internazionali e di collaborazione. Le democrazie sono diventate più timide e meno disposte a sfidare altri Paesi per paura di offendere, invadere e così via. Le democrazie hanno difficoltà, in generale, a risolvere i problemi del mondo e il terrorismo ha avuto un impatto sulla capacità dei leader occidentali di educare e proteggere le persone dai pericoli posti da soggetti in cattiva fede. I Paesi del mondo si sono allontanati l'uno dall'altro, sono più diffidenti l'uno dell'altro e, per paura, sono meno disposti ad assumere un ruolo guida. L'impatto dell'11 settembre è stato profondo e duraturo. E credo anche che manchino leader capaci di produrre un cambiamento, che possano prendere l'iniziativa senza rimorsi per aiutare il mondo ad affrontare le nuove minacce».

Com'è cambiata la percezione del terrorismo in Occidente dopo l'11 settembre?

«Anche se non credo che nessuno abbia dimenticato l'11 settembre, penso che, dal momento che non c'è stato un evento simile negli ultimi 20 anni, il mondo sia diventato lassista. Per quanto riguarda l'America, il mondo non ha fiducia nella sua leadership. Il mondo ha meno fiducia nelle motivazioni e negli atteggiamenti dell'America. Il modo in cui gli Stati Uniti sono entrati in Iraq, con falsi pretesti, e il modo in cui sono rimasti in Iraq e Afghanistan hanno fatto dubitare il mondo della loro effettiva capacità di aiutare gli altri Paesi. Dai tempi di George W. Bush, e certamente sotto Donald J. Trump, tutti hanno potuto vedere come i leader statunitensi manchino di comprensione e di giudizio sul mondo in cui viviamo».

E il terrorismo? Com'è percepito ora?

«In questo momento sembra di assistere a un ripensamento. Ma questo durerà solo fino a quando un Paese democratico non verrà di nuovo attaccato. A quel punto, il terrorismo tornerà di nuovo alla ribalta».

Gonzalez: «Ormai ci siamo assuefatti alla minaccia del terrorismo»

«Il bilancio degli effetti dell'11 settembre sul mondo occidentale è misto». Senior fellow alla Heritage foundation di Washington, Mike Gonzalez è un attento osservatore del mondo contemporaneo. Dopo aver trascorso 15 anni della sua vita facendo reportage da Europa, Asia e America latina (è stato vice-direttore del Wall Street Journal), ha lasciato il giornalismo per entrare nell'amministrazione di George W. Bush, lavorando nell'Ufficio europeo del Dipartimento di Stato. Gonzalez ha appena pubblicato il suo ultimo libro: BLM: The Making of a New Marxist Revolution.

Come è cambiato il mondo dopo l'attacco alle Torri gemelle?

«Negli ultimi 20 anni, il mondo è diventato un posto peggiore, a causa di ciò che hanno fatto i terroristi. Io viaggio negli Stati Uniti almeno due volte al mese, e le misure che siamo stati costretti a prendere a causa delle azioni di questi terroristi rendono i viaggi più onerosi. Avere una carta Global Entry (un programma che agevola l'accesso agli aeroporti dei viaggiatori frequenti, ndr) aiuta molto, naturalmente. Ma anche questo comporta una perdita di privacy: per avere una carta Global Entry, devi aver dato alle agenzie di intelligence il diritto di frugare in ogni aspetto della tua vita. Capisco i tanti che dicono: "Beh, se non hai niente da nascondere perché dovresti preoccuparti?". Però il principio della cosa è importante».

Qual è stato l'impatto del terrorismo sulle democrazie occidentali?

«Direi che, da un lato, ci ha reso più risoluti. Ma certo, non possiamo ignorare il precipitoso e umiliante ritiro dall'Afghanistan che il presidente Joe Biden ci ha appena imposto. È giusto dire che i futuri leader occidentali reagiranno a un attacco con la risoluzione che ha mostrato George W. Bush. D'altra parte, i recenti eventi renderanno i leader diffidenti su un impegno continuo futuro».

Gli attentati di 20 anni fa come hanno cambiato la percezione del terrorismo in Occidente?

«Una prima reazione sarebbe dire che l'hanno resa molto più reale, ma io sosterrei il contrario. La percezione del terrorismo è diventata così naturale che viviamo senza accorgercene. Sapere che la minaccia del terrorismo è là fuori è diventato come respirare. Inspiriamo ed espiriamo inconsciamente. Lo stesso vale per la minaccia del terrorismo».

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