Sergio Lepri Ansa
Sergio Lepri (Ansa).
Sergio Lepri Ansa
Cronaca

«Quella volta che Sergio Lepri mi chiese di mediare con Pertini sul caso Donat Cattin»

Pio Mastrobuoni, braccio destro dello storico direttore dell'Ansa scomparso oggi, ricorda il suo maestro.

«Giornalisti si nasce o si diventa?» Era l’interrogativo che Sergio Lepri, scomparso questa mattina a Roma all’età di 102 anni, si era posto nelle pagine introduttive di un di un suo celebre manuale di giornalismo pubblicato oltre trent’anni addietro e dal quale diverse generazioni di colleghi hanno attinto a piene mani per apprendere i segreti della professione. E a quella domanda aveva risposto che «giornalisti si diventa», motivando, quella sua incisiva risposta, secondo un ragionato doppio binario: «Certo, nessuno diventerà giornalista, per lo meno, buon giornalista, se gli manca curiosità di conoscere e capacità di analisi critica; ma il resto, la parte più importante della professionalità giornalistica, è nel patrimonio di cultura, di tecniche e di sensibilità che nasce dall’apprendimento, dallo studio, dalle letture e che si arricchisce con l’esercizio, con la pratica quotidiana, con l’accumulo accorto delle esperienze di lavoro». Panorama.it ha scavato nei ricordi del giornalismo della Prima Repubblica lasciandosi guidare da Pio Mastrobuoni, lucano di Latronico, in provincia di Potenza, classe 1935, storico inviato speciale dell’Ansa prima di diventare portavoce di Giulio Andreotti all’epoca della Presidenza del Consiglio.

Dottor Mastrobuoni, per trent’anni Sergio Lepri è stato il suo direttore.

«Quando questa mattina le agenzie hanno battuto la notizia della morte di Sergio, sono stato letteralmente rapito dai ricordi dagli inizi degli anni Sessanta quando un giovane laureato in legge che stava avviandosi alla professione di penalista, venne folgorato dal mondo della stampa».

Una carriera forense?

«A Napoli stavo seguendo con il mio maestro il processo a carico di Ciro Maresca, fratello della ben nota Assunta Maresca, passata alle cronache con il nome di Pupetta (scomparsa lo scorso 29 dicembre, nda), quando ebbi l’incarico di coordinare i rapporti con la stampa nazionale che in quel periodo aveva letteralmente invaso il tribunale partenopeo».

Dalla toga alla macchina da scrivere.

«Già. Grazie ai rapporti avviati con quei giornalisti entrai in contatto con Sandro Capitani, capo dei servizi politici dell’Ansa che mi dirottò per un colloquio con il presidente, il conte Lodovico Riccardi. Non se ne fece nulla, ma almeno conobbi l’allora direttore Lepri: si appuntò il mio nome e qualche giorno dopo venni convocato a Roma per le sostituzioni estive, iniziando ad occuparmi di politica».

Un padre, più che un direttore.

«Sergio possedeva quella rara dote di sedersi accanto al momento della redazione dei pezzi: ci guidava, ci seguiva nell’elaborazione dell’articolo che correggeva in tempo reale, perché la sua - ci ripeteva in continuazione - era una missione culturale e non solo professionale. In questo posso affermare, sessant’anni dopo, di aver fatto parte della schiera più fortunata dei suoi allievi».

Giornalista di vecchio stampo, pare di capire.

«Nel senso didattico del termine, ovviamente. Seguiva personalmente il modo di scrivere di noi giovani praticanti, esattamente come un insegnante a scuola, al punto da tramandarci il suo stesso stile, sobrio ma culturalmente impeccabile. Le discussioni erano interminabili. Aveva persino un libro nero…».

In che senso, Mastrobuoni?

«Nel senso che annotava meticolosamente anche gli errori che commettevamo nella redazione dei pezzi, per poterci valutare e, al tempo stesso, per evitare che commettessimo gli stessi strafalcioni. Agli inizi l’impatto fu, detto francamente, massacrante, ma se oggi posso guardare con orgoglio alla mia carriera, lo devo alla sua severità e alla sua infinita pazienza».

Il vostro è stato, soprattutto, un rapporto fiduciario, personale.

«Non poteva essere altrimenti dopo tre lunghi decenni passati fianco a fianco o uniti dalla cornetta di un telefono sempre perennemente collegato con Roma».

Sino al momento della vostra separazione professionale.

«Nel 1991, quando l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, a capo del suo settimo governo, mi chiamò a Palazzo Chigi come suo portavoce: al momento del commiato dall’Ansa, Lepri mi inviò una lunga e affettuosa lettera con cui si felicitava per il prestigioso incarico, dispiacendosi per la decisione di lasciare la sua creatura giornalistica».

Lasciò l’Ansa al culmine della sua carriera.

«Esattamente quando ricoprivo il ruolo di inviato speciale - che avevo assunto nel 1977 - il primo nella storia dell’agenzia, dopo che per un decennio proprio Lepri mi aveva affidato l’incarico di corrispondente da Bruxelles, nel cuore della politica comunitaria».

Insomma, il maestro Lepri si fidava del suo allievo.

«Fu Sergio a ritagliarmi addosso l’incarico di inviato speciale nel quale mi calai completamente sino al 1989: in pratica studiò per me una funzione di raccordo tra l’ufficio centrale di Roma e i vari uffici di corrispondenza sparsi per l’Europa e per il mondo, ovviamente».

Anni che non dimenticherà mai…

«Come potrei dimenticare Tienanmen e quella miracolosa giornata del 4 giugno! Ero a Pechino per seguire il primo incontro tra Michail Gorbaciov e Deng Xiaoping, che segnava la riappacificazione tra due grandi potenze del comunismo e… assistetti alla rivolta dei giovani studenti di quella celebre piazza. Due settimane di corrispondenze fitte con il direttore Lepri, su linee telefoniche roventi, a raccontare il sogno di libertà di quei studenti».

Insomma, Mastrobuoni: era la longa manus di Lepri in giro per il mondo…

«Il suo grande orecchio, forse. Avvantaggiato dalla circostanza che oltre alle storiche agenzie internazionali e a qualche testata italiana, noi inviati speciali eravamo veramente pochi. Un bel vantaggio: Sergio si fidava, l’agenzia ne traeva un indubbio vantaggio mediatico e io, ovviamente, mi era fatto un bel nome sullo scacchiere della comunicazione internazionale. D’altronde, Andreotti mi aveva conosciuto quando era Ministro degli esteri».

Qualche aneddoto.

«Mi ricordava sempre del viaggio con l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone a Mosca, nel novembre del 1975, con tappa successiva in Georgia, a Tbilisi. Mi ero addormentato in volo, Sergio Lepri se ne era accorto e non mi svegliò al momento dell’atterraggio, durante una bufera di neve, per paura che vivessi in diretta quella situazione non certo piacevole. Gli servivo - mi avrebbe detto in seguito - calmo e rilassato».

Un tratto del suo carattere.

«Sicuramente la solidarietà che manifestava a noi redattori: non eravamo solo dipendenti, eravamo colleghi che in ogni caso andavano stimolati e valorizzati».

Un ricordo drammatico.

«Sicuramente quello che vide coinvolto il figlio dell’allora ministro del lavoro Carlo Donat Cattin, Marco, militante dell’organizzazione terroristica Prima Linea, ricercato con l’accusa di omicidio. Mi trovavo con il Presidente Sandro Pertini in Spagna quando questi venne raggiunto dalla notizia che il presidente del Consiglio Francesco Cossiga avrebbe rivelato al ministro Donat Cattin che suo figlio era ricercato e che conveniva si rifugiasse all’estero».

Furono momenti concitati...

«Come i toni usati da Pertini, riferiti alla stampa dal suo portavoce Antonio Ghirelli: ovvero che se fosse stata confermata quella notizia, Cossiga avrebbe dovuto rimettersi al giudizio della Corte costituzionale, lasciando l’incarico di Presidente del Consiglio. Chiamai Ghirelli che mi confermò la durezza della dichiarazione del Presidente che però non aveva autorizzato a diffondere alla stampa. Ghirelli ne pagò le conseguenze, venendo sollevato dall’incarico. Riferii a Lepri, che mi chiese di fare da paciere: scrissi proprio al Presidente, unitamente ad altri colleghi, ma Pertini fu irremovibile».

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