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Cronaca

Salvo Andò: «La morte di Falcone ha cambiato la lotta alla mafia»

L'allora Ministro della Difesa racconta l'ultimo incontro con il magistrato a poche ore dalla bomba di Capaci

«Tu che ne capisci di Mafia davvero pensi che stando a Roma sono al riparo? Loro non dimenticano e la mia vita vale quanto un bottone». Sono state queste le ultime parole di Giovanni Falcone mentre era a cena con Salvo Andò ex ministro della Difesa, al ristorante Piperno a Roma, tre giorni prima di essere ucciso dalla Mafia.
Oggi a 30 anni dalla Strage di Capaci dove perse la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani sono numerosi gli interventi per ricordare come Falcone abbia con il suo lavoro inferto un duro colpo alla Mafia con 342 condanne e 19 ergastoli.
La sua morte è avvenuta il 23 maggio 1992sull’autostrada A29 nei pressi di Palermo in un attentato mafioso. A premere il pulsante che ha fatto esplodere 1000 kg di tritolo Giovanni Brusca soprannominato u verru (il porco), oppure lo scannacristiani oggi libero dopo 25 anni di reclusione.
Falcone muore ma il suo sacrificio ha cambiato per sempre gli equilibri della Mafia. A raccontare a Panorama il clima in cui ha vissuto Falcone, l’ex ministro della Difesa Salvo Andò che decise di inviare l’esercito in Sicilia di contrasto alla Mafia con l’Operazione Vespri Siciliani dopo la morte di Falcone e Borsellino.

Chi era Giovanni Falcone?

«Era un professionista straordinario, un uomo dolcissimo che rifuggiva dalla politica che spesso non riusciva a capire. Falcone aveva una memoria eccezionale. Spesso con la formazione delle liste gli chiedevo se c’era correlazione di alcuni nomi con le famiglie mafiose in delle province particolarmente a rischio e lui mi faceva tutto l’elenco. Ogni volta restavo sbalordito difronte alla sua capacità di ricordare queste particolari notizie. Era un investigatore intelligente e scrupoloso ed insieme abbiamo fatto molti convegni. Aveva una grande gioia di vivere nonostante i problemi che la sua quotidianità li imponeva. Una volta abbiamo fatto una bellissima manifestazione a Taormina dopodiché il Sindaco voleva sdebitarsi con Falcone e lui chiese che aprissero il parco comunale di Taormina, per fare una passeggiata a mezzanotte».

Cosa ricorda degli ultimi giorni di Falcone?

«Io ho visto Falcone a cena tre giorni prima della strage di Capaci al Ristorante Piperno a Roma, siamo stati a lungo insieme. Quella sera felice del fatto che si fosse trasferito nella capitale gli dissi che adesso qui sarebbe stato libero dai veleni di Palermo. Però Giovanni difronte al mio ottimismo mi ha gelato con un’osservazione: “Tu che ne capisci di Mafia davvero pensi che stando a Roma sono al riparo? Loro non dimenticano e la mia vita vale quanto un bottone”. Finita la cena mi ha accompagnato a casa guidando lui, seguito dalla scorta e fu l’ultima volta che lo vidi. La verità è che Giovanni andando a Roma non correva meno rischi, perché con il tipo di coordinamento che voleva fare del superprocuratore era nelle condizioni a livello nazionale di fare un’azione di monitoraggio, contrasto e prevenzione migliore. In sostanza l’antimafia romana poteva essere molto più efficace di quella parcellizzata attraverso un sistema di procure generali che spesso era riluttante a garantire un coordinamento facendo capo a Falcone».

Com’è era visto dai suoi colleghi?

«Basti pensare cosa è accaduto nel Csm sia sull’istituto del Procuratore Generale sia sulla candidatura di Falcone. C’è stata una vera e propria aggressione nei suoi confronti, dissero che si stava facendo un abito su misura per se stesso, quando lui in un primo momento non pensava di presentare la domanda, fu poi Claudio Martelli visto i suoi titoli e i riconoscimenti internazionali a consigliargli di concorrere. Era una grande opportunità per potenziare l’azione antimafia e invece i suoi eterni nemici dicevano che la superprocura era uno strumento che ledeva l’indipendenza dei Pm stravolgendo gli istituti processuali. Non so se ricorda che nelle trasmissioni come Samarcanda e Maurizio Costanzo Show fu fatto a pezzi da persone che lo conoscevano bene, l’antimafia politicante, ben consapevole della sua statura morale. Giovanni ha provato un grandissimo dolore per questo».

Cosa ricorda del giorno della strage?

«Io ero capogruppo del Partito socialista alla Camera eravamo alle prese con l’elezione del Presidente della Repubblica ed ho ricevuto una telefonata dove mi dicevano che Falcone era morto in un grave attentato. Fu un colpo terribile».

Com’è cambiata la Sicilia dopo la morte di Falcone e Borsellino?

«La battaglia alla Mafia è diventata una battaglia di popolo e se l’è intestata la società civile. Quel clima di rispetto nei confronti di personaggi che erano molto temuti per il potere che esercitavano sulle istituzioni e sulla polizia stessa nei quartieri, era sparito con un sussulto d’orgoglio e rivolta della popolazione. Tutti si sentirono mobilitati e il messaggio che arrivava dalle persone è che l’antimafia non doveva avere bandiere politiche ma era necessario cambiare il tessuto sociale con l’educazione alla legalità, creando un atteggiamento culturale negativo nei confronti di tutto quello che il potere mafioso rappresentava. Quando fu ucciso anche Borsellino io, Martelli e Mancini, decidemmo di dare una risposta forte e immediata alla Mafia trasferendo i mafiosi dal carcere di Lucciardone di notte e in pigiama. Era diventato un albergo dove la polizia penitenziaria era ostaggio dei detenuti»
La Mafia secondo lei si pentita di aver ucciso Falcone e Borsellino?
«Per quello che è accaduto dopo, in un certo senso si. Non è stato solo l’inizio dello stragismo ma anche una dichiarazione di guerra allo Stato che la Mafia ha perso dal punto di vista militare. Adesso c’è un controllo molto forte su tutto ciò che avviene anche grazie all’informazione. L’attività di complice silenzio è quasi sparita e la vera rivoluzione l’hanno fatta i ragazzi delle scuole che hanno individuato in Falcone e Borsellino i loro nuovi eroi».
Dopo 30 anni la Mafia è stata sconfitta?
«Si, la Mafia che conoscevamo come organizzazione di un potere collaterale a quello dello Stato è stata sconfitta. Mentre il suo potere economico no. Anzi credo che con il suo trasferimento al nord abbia avuto occasioni di ulteriore arricchimento perche cambiato l’indotto mafioso con il riciclaggio che arriva ovunque e i capitali amministrati sono sempre maggiori, a dir poco enormi».

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