Elena
(Ansa)
Elena
Cronaca

Non ci si abitua mai

La Rubrica - Lessico Familiare

Quando a perdere la vita è una bambina come Elena, ritratto sorridente con i riccioli che sfuggono caparbi dall’elastico della coda che li trattiene, il cuore si stringe.

Quando poi il carnefice è la sua mamma che - nel breve video trasmesso del suo ultimo giorno di vita - la bimba abbracciava con autentico entusiasmo dopo esserle corsa incontro all’uscita dall’asilo, il senso di smarrimento è totale.

Quanta fiducia in quelle esili braccia che cingono il collo della sua assassina.

La fiducia che ogni bambino ripone in chi gli ha donato la vita: come ha scritto Mary Ainsworth, esperta in psicologia dello sviluppo, la mamma costituisce la “base sicura” del cui amore e presenza il bambino ha ‘fame’.

Una fame d’amore che va oltre i modelli di rapporto interessato e pulsionale, connaturata allo speciale legame che si crea durante la gestazione.

Elena quindi amava e si fidava della sua mamma, un genitore che non aveva scelto ma che era il fulcro della sua giovanissima vita e quella breve rincorsa, culminata nell’abbraccio, era il suo modo per dirglielo, per trasmetterle tutto il suo amore.

Elena probabilmente non si è accorta, almeno questa è la speranza, che la mamma impugnava il coltello che le ha lacerato la carne e l’esistenza.

I bambini non chiedono dove una mamma li conduca, magari formulano mille domande, ma in fondo accettano le situazioni più insolite perché in cuor loro sono rasserenati dalla presenza del genitore.

Voglio illudermi che Elena si sia spenta nella convinzione fosse tutto un gioco, perché a quell’età ogni cosa lo è, soprattutto quando a elaborarlo è la mamma.

Inutile affannarci a trovare i motivi del gesto, a scavare nella psiche di questa ragazza, ipotizzando gelosie recondite con l’ex compagno e la nuova partner, con i nonni paterni, riconducendo il tutto a una sorta di vendetta, il cosiddetto complesso di Medea, personaggio della mitologia greca che uccise i suoi figli per gelosia e amore oltraggiato.

Si dice che uccidere un figlio sia impossibile in modo razionale: quando ciò avviene gli psicologi parlano di terremoto psichico, talvolta di delirio crepuscolare ( vi ricordate il caso di Cogne?) riconducibile a disturbi del neurosviluppo o a facilitatori esterni (come le droghe), ma ammetto che a queste cose credo fino a un certo punto.

La mamma siciliana che ha ucciso la piccola figlia è laureata in scienze motorie e pronta a conseguire il diploma in scienze infermieristiche, dimostrando perciò di avere sufficienti risorse per comprendere il nesso causa-effetto delle sue azioni.

Con sé aveva un coltello e cinque sacchi neri, oltre ad una zappa per scavare la fossa tra le ginestre di Mascalucia, alle pendici dell’Etna.

Non si è trattato di omicidio d’impeto, è stato tutto scientemente organizzato e programmato, così come la sceneggiata dei rapitori incappucciati.

Di nuovo ho letto spiegazioni razionali a questa messinscena: “Chi commette questi gesti, trovandosi di fronte all’enormità di quanto fatto, talvolta cerca di costruire una situazione alternativa, mettendo in atto attività mentali espulsive per mitigare l’ansia e il senso di colpa e ponendo la responsabilità al di fuori da sé”, ha riferito ai giornali il Presidente della Società italiana di psichiatria.

Pur con tutto il rispetto che meritano questi tentativi di trovare una logica, credo che talune persone si prendano gioco delle teorie scritte nei libri.

Si perchè le affermazioni di Martina che hanno accompagnato la drammatica confessione sulla forza sovraumana che l’ha pervasa e l’alienazione da sé, così come trapelate, riportano a una fredda forma di deresponsabilizzazione, orientata a vedersi riconosciuta la semi-infermità mentale.

L’immagine in cui Martina, la sera dell’omicidio e del falso rapimento della figlia, sale su un’auto con lo sguardo freddo, senza un briciolo di rimorso per ciò che aveva già commesso, riporta a un donna spietata, lucida, quasi fiera.

Insomma, smettiamo di trovare spiegazioni e pretesti.

D’altra parte Sigmund Freud scrisse: “Proprio l'imperiosità del comando "non uccidere" ci assicura che discendiamo da una serie lunghissima di generazioni di assassini i quali avevano nel sangue, come forse ancora abbiamo noi stessi, il piacere di uccidere”.

info: missagliadevellis.com

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