«Noi, pediatri milanesi, in prima linea ma senza armi»
(Stefano Guidi, Getty Images)
«Noi, pediatri milanesi, in prima linea ma senza armi»
Cronaca

«Noi, pediatri milanesi, in prima linea ma senza armi»

Il racconto della vita quotidiana di una dottoressa di Milano, impegnata ogni giorno contro il Coronavirus tra fatiche professionali, personali, umane

Il suo «fronte» contro il virus passa per lo studio dove continua a visitare i bambini. Anche adesso in cui bisognerebbe limitarsi a consulti a distanza. «Non puoi sempre fare diagnosi dai colpi di tosse sentiti dallo smartphone… E continuando ad assistere i miei pazienti, vedo come stiano aumentano i casi dei contagi anche tra i più piccoli».

Fabia Casale è una pediatra milanese che lancia il suo allarme nell'emergenza più grande. Dal suo osservatorio di circa 1400 assistiti dagli 0 ai 16 anni («lo standard sarebbe di 880, ma i pediatri scarseggiano»), nel quartiere di Città Studi, durante gli ultimi dieci giorni di visite ha riscontrato almeno 15 casi con sintomi riferibile al coronavirus. «Questi bambini ormai stanno chiusi in casa da settimane e quindi possono essere stati infettati solo dai genitori, che magari continuano a uscire per lavoro».

La Dott.ssa Fabia Casale


Nel racconto appassionato di questo medico di 55 anni di grande esperienza, si alternano ragioni e sentimenti. C'è il lavoro quotidiano sul territorio, vissuto come quando combatteva ogni giorno nei reparti di oncologia, che la porta anche in situazioni complicate come quello nelle comunità di bimbi cerebropatici. C'è la rabbia per non poter disporre dei più semplici dispositivi di sicurezza contro il virus (mascherine adeguate e camici), e comunque il sapersi arrangiare andando avanti col lavoro. C'è poi la voglia, nonostante «il sentirsi abbandonati», di essere utili con una proposta concreta e realizzabile contro il Covid-19. «Noi pediatri, visitando i bambini con i sintomi di malattia, potremmo «tamponare» anche gli adulti della famiglia e, nel caso, bloccare nuovi vettori di contagio».

Quando ha capito che le cose si sarebbero complicate e che sarebbe stata un'epidemia?

«I primi dubbi sono venuto a metà febbraio, quando con i colleghi vedevamo un aumento anormale di broncopolmoniti. Una marea di chiamate, anche 60 chiamate per ogni turno del servizio di continuità assistenziale, moltissime dall'hinterland milanese. Poi c'è stato un calo temporaneo e, dal 20 marzo invece, un nuovo moltiplicarsi di casi. Bambini con 39-40° di febbre, congiuntiviti e altri evidenti segni dell'infezione. Parlando con i genitori, viene sempre fuori che loro hanno contatti con l'esterno. Ho anche osservato sintomi non comuni tra i bambini: per esempio eruzioni cutanea».

Tra gli episodi di «contagio familiare» quali segnala?

«Una collega ostetrica con una bambina che ha sintomi evidenti di Covid-19. Lei ha fatto il tampone ed è risultata negativa e, per questo l'ospedale ha voluto che proseguisse il lavoro in reparto. Ma è l'unica che può aver infettato la figlia: è un chiaro caso di «asintomatica». Un altro bambino di 14 mesi continua ad avere la febbre. I genitori sono entrambi impiegati e hanno continuato ad andare in ufficio. È poi emerso che sono stati in vacanza, di recente, in una zona della Spagna oggi tra le più contagiate. Ancora: nella comunità di minori cerebropatici che seguo, una bambina di nove anni si è ammalata. Il virus può essere arrivato solo da sanitari e assistenti che operano lì. Il rischio è che ora si diffonda ad altri ospiti o lavoratori di quella struttura».

Come pediatri in che modo siete stati preparati e quali dotazioni avete ricevuto dalla vostra Azienda socio-sanitaria territoriale?

«Quando già era chiaro che l'epidemia avrebbe avuto una vasta diffusione abbiamo ricevuto, ciascuno di noi, cinque mascherine chirurgiche, un flacone di disinfettanti da 250 ml e una scatola di guanti. Verso il 20 marzo, altre dieci mascherine, guanti e un unico sacchetto per smaltire i materiali infetti. Neanche un camice chirurgico».

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E a quel punto?

«Siamo riusciti a trovare dei camici monouso che ci siamo pagati da soli. Ora stiamo in contatto con un'industria di Como, per la fornitura di 5 mila mascherine. Un collega ha scoperto che possono funzionare anche le mantelline di plastica per la pioggia, indossandole alla rovescia. Ci arrangiamo. Ma io continuo a visitare i pazienti che ne hanno bisogno».

È più difficile rapporto con i bambini malati?

«I più piccoli vivono con una salutare incoscienza questa condizione. Con i più grandi mi comporto come fossero degli adulti. Mi faccio raccontare come stanno. Scherzo dicendo che indosso la mascherina perché è ancora Carnevale.... È più complicato con le mamme che, ovviamente, sono preoccupatissime per il figlio malato. Per questo il mio cellulare è sempre acceso anche la notte, o nel weekend. A dicembre-gennaio, quando presumibilmente il virus era già presente a Milano, il nostro gruppo di pediatri si è trovato ad affrontare un'influenza molto aggressiva. Ognuno di noi ciascuno ha fatto una media di 150 visite settimanali».

Qual è, oltre alla mancanza di dispositivi, il problema maggiore in questo periodo?

«La complicazione burocratica. Capisco che ci siano tante richieste, ma il fatto che tutto sia centralizzato e non organizzato sul territorio rallenta tutto. Avendo comunque un rapporto così diretto con i pazienti, ci sentiamo lasciati soli a gestire un'emergenza così grave».

Con un gruppo di suo colleghi di pediatri avete una proposta proprio per essere più efficaci sul territorio.

«Alcuni di noi, su base volontaria, potrebbero far parte dei Gruppi di continuità assistenziale, quelli che adesso vanno a eseguire i tamponi nelle famiglie. Inoltre, con dispositivi di protezioni finalmente adeguate, durante le nostre visite a domicilio ai bambini, potremmo fare controlli sui nuclei familiari. Vedere se hanno sviluppato anticorpi al Covid-19 e, in tal caso, a che punto sono della malattia. È un passaggio importante per tracciare una mappa più realistica nella diffusione del contagio. Un altro problema oggi è eseguire sui bambini le vaccinazioni di routine contro morbillo, meningite, rosolia. A Milano ci sono 8 centri ma, per adesso, ne hanno riaperti solo tre. Ecco, alcuni di noi potrebbero vaccinare».

La Dott.ssa Fabia Casale


Come si svolge una sua giornata?

«Vado in studio, controllo tutti i pazienti contattandoli al telefono, e quelli che necessitano una visita più approfondita li faccio venire da me. So bene che siamo degli «aiutatori» non dei «salvatori». È una cosa che ho imparato nella mia esperienza nei reparti di oncologia pediatrica. Eppure non ti puoi risparmiare».

Lei ha famiglia?

«Sì, mio marito e quattro figli, dai 15 ai 25 anni. Sono abituati ai turni che ho sempre fatto. Certamente ora sono preoccupati, ma mi conoscono. Sanno che non potrebbe essere diverso».

Come si sente in questo periodo?

«Cerco sempre di pormi in modo equilibrato rispetto a una situazione nuova, spesso drammatica. A volte finisco una di queste giornate lunghissime e magari capisco che qualcosa mi è sfuggita. In quel momento mi sento inadeguata, nonostante tutta l'esperienza e quello che ho studiato. Un ex collega che lavora a Brescia, in uno degli ospedali dove l'emergenza è al massimo grado mi ha scritto un messaggio su cui continuo a riflettere: «Le giornate corrono veloci e io non riesco a correre altrettanto». Noi ci proviamo ogni giorno, sapendo che comunque siamo umani».

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