(Ansa, Ciro Fusco)
Cronaca

«Mi hanno tolto i figli perché sono infermiera, a rischio Coronavirus»

L'appello di una donna dopo la decisione di un giudice di affidare i figli all'ex marito per il suo lavoro; e l'opinione dell'esperto

«Il mio ex marito, si è rivolto ad un tribunale per l'affidamento dei nostri figli. Il giudice ha accolto la sua richiesta, motivata dal mio lavoro di infermiera che metterebbe a rischio di contagio Coronavirus, i nostri bambini».

Strano Paese è l'Italia, dove gli infermieri ed i dottori sono eroi nazionali in prima linea nell'emergenza coronavirus, ma che però proprio per questo possono essere penalizzati nella loro sfera privata.

Dalla provincia di Roma ci arriva una lettera che ne è la testimonianza.

Un tribunale ha tolto i figli ad un'infermiera per il suo lavoro, troppo legato allo stato di emergenza coronavirus. Franca (nome di fantasia) è una dei tanti Angeli spesso nascosti tra mascherine e guanti (quando ci sono), un'infermiera strumentista che svolge il suo lavoro in un ospedale periferico. La struttura non ha reparti dedicati covid-19, ma solo delle stanze d'isolamento ed una tenda pre-triage, per i casi sospetti che arrivano in Ospedale. Nonostante i rischi di contagio, siano ridotti non è stata ritenuta un genitore idoneo per i suoi due figli, che il suo ex marito dal 3 aprile non ha più riportato a casa.

Franca ci ha espresso la sua sofferenza in queste poche righe, con un appello disperato per riavere i suoi figli:

«Io non lavoro in un ospedale covid-19 e sono un'infermiera strumentista, che non entra in contatto con casi covid positivi. I miei figli sarebbero dovuti tornare a casa il 3 aprile, ma non sono più tornati, la legge me li ha tolti, senza preavviso, senza che fossero pronti al distacco dalla loro madre. Ho chiamato i carabinieri, che non hanno potuto fare nulla, solo dopo qualche giorno, è arrivata l'ordinanza del giudice che ha disposto l'immediato trasferimento abitativo di mia figlia e mio figlio, nella casa paterna, in via provvisoria e per l'intero periodo dello stato di emergenza, fino alla udienza che ci sarà il prossimo 28 aprile. Ora vedo i miei bambini solo per videochiamata. La piccola è offesa e malinconica quasi come se l'avessi abbandonata e mi ha detto: "Papà dice che hai il coronavirus". Ho preso il congedo parentale, per portegli riavere ma ho solo ottenuto un anticipo dell'udienza. D'improvviso ho perso i miei figli solo perché sono un'infermiera. Non è giusto che loro paghino per il mio lavoro. Chiedo giustizia e di riavergli di nuovo con me nella nostra casa».

L'opinione del legale, Avv. Daniela Missaglia: «pericoloso precedente»

"Per ogni Giovanna d'Arco c'è un Hitler appollaiato dall'altra estremità dell'altalena. La vecchia storia del bene e del male" diceva Charles Bukowski.

Ed è più o meno quello che pare essere successo a questa donna, infermiera, incompresa eroina dei nostri tempi.

Il Tribunale di Velletri, con un provvedimento assunto in via d'urgenza e senza consentire alcuna replica, ha disposto "l'immediato trasferimento del collocamento dei figli di anni 10 presso l'abitazione paterna" quanto meno in via provvisoria e per l'intero periodo di concomitante stato di emergenza ovvero fino alla prossima udienza.

Motivo? La madre è un'infermiera che svolge quotidianamente la sua attività presso un Presidio Ospedaliero e come tale esposta quotidianamente al rischio di "infettarsi".

La vicenda giudiziaria è giunta alle cronache per le grida di disperazione della donna all'indomani di un provvedimento emesso senza nemmeno averle consentito di chiarire al Giudice che lei lavora in un ospedale non deputato ai ricoveri e cure dei contagiati da Covid.

Il marito della donna aveva richiesto il trasferimento immediato dei figli presso di lui adducendo che la moglie sarebbe sottoposta a rischio quotidiano di contagio, sottacendo però di dire che l'attività infermieristica venisse svolta in una struttura no-covid.

Incassato questo abnorme provvedimento, la donna ne avrebbe chiesto la revoca, fornendo uno spaccato inquietante della personalità del marito, che sarebbe una sorta di padre-padrone nei confronti suoi e dei figli, peraltro autore di odiosi SMS inviati subito dopo avere letto il contenuto del suo ricorso di separazione che allegava anche denunce precedentemente presentate.

Insomma, secondo la signora, il Giudice avrebbe deciso sulla base di una narrazione dei fatti da parte del marito totalmente distorta ed intrisa di malafede e forse pure di mera rivalsa.

E' chiaro che il provvedimento, oltre ad essere stato assunto con modalità che suscitano non poche perplessità procedurali, si basa comunque su un pregiudizio verso la categoria degli operatori sanitari diventando un pericoloso precedente per tutti coloro che, fra questi, sono in odore di separazione.

Lo stesso Ordine delle Professioni Infermieristiche di Roma si è sentito di esprimere la più ampia comprensione umana a questa donna, sottolineando che il portare un camice per lavoro non dovrebbe determinare rinunce sul piano degli affetti familiari.

La crisi sanitaria in corso sta presentando un conto salatissimo a quelli che, in tutto il mondo, vengono raffigurati come i veri eroi di questa tragica epidemia, con un tributo di sangue pazzesco, 120 medici e 31 infermieri deceduti, solo in Italia, per le conseguenze del virus.

Senza contare chi si è ammalato.

Se la divisa da pompiere era assurta a simbolo dell'11 settembre 2001, oggi lo è il camice dei sanitari, proiettati sulle facciate dei palazzi a Wuham, applauditi dai balconi a Milano, Madrid, Londra, New York, celebrati dai media.

Siamo tutti sinceramente grati a questa categoria che si immola per salvare vite e gestire una pandemia mondiale lavorando al fronte, calandosi nelle trincee.

E come mostriamo la nostra riconoscenza?

Magari multando il marito di una infermiera campana di stanza a Capri che, lavorando a Pasquetta, non aveva mezzi pubblici per rientrare a casa: la sventurata, sbarcata dal traghetto in terraferma, è rimasta invano ad attendere il consorte al molo, dacché a quest'ultimo le Forze dell'Ordine avevano impedito di proseguire il viaggio intrapreso al solo fine di andare a prendere la moglie a fine turno, comminandogli oltretutto una sanzione salatissima.

O, in modo ancora più lacerante, togliendo fisicamente i figli ad un'infermiera laziale sul presupposto che, stante la sua professione, questa costituisca un vettore di contagio per i suoi due bambini.

Questa assurda vicenda genera sconcerto e desta agiti di ribellione verso una Giustizia sommaria che sembra non raccordarsi con i decreti governativi, i quali salvaguardano il diritto dei minori a conservare rapporti concreti con entrambi i genitori, autorizzati a spostarsi pure durante il lockdown per esercitare i diritti di visita.

Auspico davvero che questa signora possa riabbracciare i suoi figli al più presto così come in un battito di ciglia se li è visti allontanare.

Se è vero che per ogni grazie non detto cade a terra un petalo di rosa, qui abbiamo bruciato l'intero roseto.

Info: https://www.danielamissaglia.com/

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