Il colore nero
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Il colore nero

La Kyenge disse: "sono nera", ma Letta la definisce "di colore" senza capire che anche questo è razzismo

Eppure Cecile Kyenge l’aveva detto, lo scorso maggio, nella sua prima conferenza stampa da ministro dell’Integrazione e della Cooperazione internazionale. “Io non sono di colore, sono nera, e fiera di esserlo” (guarda l'intervista) .

Ma in fondo anche il presidente del Consiglio ha ragione quando dice che aver scelto un ministro “di colore” è stata una gran cosa, ha fatto emergere il razzismo in questo paese. E il razzismo è una bestia dura a morire, riesce a contagiare anche chi non è razzista. Si annida, resiste, nel linguaggio. Pure in quello di Enrico Letta.

Andiamo con ordine. Intervistato da Ezio Mauro per “La Repubblica delle idee” con Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, Letta ha fatto una lunga tirata un po’ retorica ma sicuramente sincera sul fatto che ai suoi tempi non c’erano bambini di colore nelle scuole francesi e italiane che lui, Enrico, frequentava, mentre oggi i suoi figli siedono sui banchi di scuola accanto a tanti bambini “di colore” e questo è bello, è un arricchimento…

(guarda l'intervista integrale. La frase incriminata al minuto 31)

Applausi (facili) a scena aperta. Poi: “Questo governo ha fatto tre cose. La prima, ha al suo interno uno dei migliori ministri che è il primo ministro di colore della storia italiana, Cecile Kyenge, che sta facendo benissimo. Ed è un ministro di tutto il governo, che lavora con tutti i ministri”. Con tutti i ministri, insomma, anche se non sono “di colore”. E, naturalmente, non c’è una ragione per cui sia stata scelta come titolare dell’Integrazione e della Cooperazione internazionale, avrebbe potuto allo stesso modo diventare ministro dell’Economia o dell’Interno, perché no (questo però lo diciamo noi, non Letta...).

Ecco, la malizia del linguaggio. La capacità penetrante del razzismo nelle parole di ogni giorno. La Kyenge, lo scorso maggio, lo aveva spiegato bene: “Dico subito che io sono nera, e sono italo-congolese. Questa è la prima cosa con cui vorrei essere definita. In tanti posti ho visto passare che sono di colore. Io non sono di colore, io sono nera, e questo è importante dirlo, lo ribadisco con fierezza, e penso che sia giusto anche per tante persone che fanno parte di questo paese cominciare a usare terminologie giuste e modi giusti per poter chiamare le persone, questo rafforza la nostra identità”.  

Ecco, caro presidente Letta, è probabile che i suoi figli abituati a stare a scuola gomito a gomito con bambini africani, asiatici, sudamericani, non conoscano più neppure il significato di quella stramba etichetta che è la diversità “di colore”. Il “colore” non è un’etnia, non è una razza, non è un’identità. È pura differenza, per questo è una definizione “razzista”. Una gaffe.

Ha ragione la Kyenge. A volte anche le persone meno sospettabili di nutrire sentimenti razzisti (il premier è sicuramente tra queste) sono tradite da un linguaggio vecchio, scorretto. Imbarazzante. Eppure è doveroso, lo sottolinea ancora il ministro, che “tante persone che fanno parte di questo paese comincino a usare terminologie giuste e modi giusti per chiamare le persone”. Soprattutto, aggiungiamo noi, lo dovrebbero fare le persone che hanno responsabilità istituzionali e di leadership.

Il primo ministro nero della storia italiana cominci a insegnarlo al proprio capo di governo. Ne censuri i lapsus culturali. E non ci racconti, lei stessa, che è stata scelta per via del curriculum e non anche per il “colore” della pelle. Letta lo ha detto e rivendicato: è stato importante aver scelto un ministro “di colore”, in quel ministero. Ma sbaglia: nominare un nero all’Integrazione non è la stessa cosa che scegliere un cuoco per il Turismo o un ingegnere ai Lavori pubblici. È, come dire, un errore di sintassi.  

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