Camici sporchi, il j'accuse (inascoltato) di Daniele Giovanardi
Camici sporchi, il j'accuse (inascoltato) di Daniele Giovanardi
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Camici sporchi, il j'accuse (inascoltato) di Daniele Giovanardi

Il fratello del senatore PdL è un noto cardiologo modenese. Che aveva denunciato il caso a suo tempo

di Alessia Pedrielli e Maurizio Tortorella

Le accuse, a Modena, sono gravi: malati di cuore usati come cavie, mazzette per i medici presunti «complici», 9 cardiologi in manette e l’unico a rimetterci il posto è chi ha sempre denunciato il malaffare. L’operazione «Camici sporchi», coordinata dalla Procura della città emiliana e condotta dai Nas di Parma alla fine di ottobre, dopo 20 mesi di indagini ha decapitato uno dei fiori all’occhiello della città: il reparto di cardiologia del Policlinico. Agli arresti domiciliari  sono finiti l’ex primario del reparto, Mariagrazia Modena, il coordinatore del laboratorio di emodinamica, Giuseppe Sangiorgi, e sette dei suoi più stretti collaboratori. Per gli inquirenti sono tutti coinvolti in reati che vanno dall’associazione a delinquere, alla violenza privata, alla truffa, fino all’uso illegittimo di cadavere.

Esperimenti illeciti sui pazienti
Secondo l’accusa, gli indagati all’interno dell’ospedale gestivano sperimentazioni su pazienti ignari, utilizzando materiale scadente che arrivava nei reparti attraverso vie non ufficiali e veniva piazzato nelle arterie dei malati di cuore senza ricorrere al consenso informato e con un’incidenza altissima complicanze gravi, quando non addirittura fatali. Gli indagati sono in tutto 67 e il sistema, attivo fin dal 2009, avrebbe spinto i medici a reclutare pazienti «cavia» su cui impiantare i materiali durante normali attività ambulatoriali in cambio di lauti compensi.

Le responsabilità politiche
Apparentemente ignaro di quanto accadeva si è dimostrato per mesi l’allora direttore generale del Policlinico, Stefano Cencetti (oggi indagato nell’ambito della stessa inchiesta); schierato dalla parte dei medici coinvolti nell’inchiesta il rettore dell’ateneo Aldo Tomasi (anch’egli tra gli indagati); immobili sono stati dimostrati politici ed amministratori della città: dal sindaco di Modena, Giorgio Pighi, al presidente della Provincia Emilio Sabattini, tutti gli assessori, fino al presidente della Regione Vasco Errani.

Isolato negli allarmi è stato Daniele Giovanardi, ex primario del Pronto soccorso modenese e fratello di Carlo Giovanardi, senatore del Pdl. Per mesi il primario ha chiesto un intervento chiaro e provvedimenti per accertare le responsabilità di quanto stava accadendo. Daniele Giovanardi si è rivolto non solo alla dirigenza sanitaria, ma anche al presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, e al presidente dell’assemblea legislativa della Regione Matteo Ricchetti. Risultato? Contro Giovanardi sono arrivate prima accuse e prese di distanza, poi proposte di buonuscita e infine perfino interventi disciplinari con la minaccia di una sospensione. Fino alla sua decisione di lasciare il Policlinico. Giovanardi si è dimesso lo scorso 29 settembre con una lettera polemica in cui ha denunciato: "Tutte le mie richieste di chiarimenti su punti determinanti dell'emergenza non hanno mai ricevuto risposta ma solo penosi rimpalli di responsabilità. (…) I giornali denunciano che i dirigenti medici vengono premiati o puniti dai rappresentanti dei partiti: confermo che è così. Ora sono più sereno e potrò continuare alcune battaglie ideali senza l'accusa (falsa) di carrierismo".

La vicenda in pillole
L’inchiesta «camici sporchi» di Modena prese il via nel febbraio 2011 dalla denuncia dell’associazione di pazienti cardiopatici Amici del cuore. Giuseppe Spinelli, fondatore dell’associazione, finì in coma per un errore commesso durante quello che doveva essere un esame di routine. Ma il suo non era un caso isolato. Gli errori, a volte fatali, nel reparto di cardiologia fino ad allora rinomato per la sua efficienza, cominciavano ad essere curiosamente frequenti. Incidenti strani dagli esiti drammatici capitavano sempre più spesso durante esami banali e crescevano di pari passo con quella strana voglia dei medici di sperimentare nuovi metodi e materiali. «Non vorremmo che una ricerca sperimentale eccessivamente audace ed invasiva arrivasse a superare la soglia della normalità, compromettendo la salute dei pazienti» scrivevano gli Amici del cuore in una lettera inviata alla dirigenza sanitaria, a sindaco e assessori della città all’inizio del 2011.

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