Attento Obama, la Siria è una trappola
Attento Obama, la Siria è una trappola
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Attento Obama, la Siria è una trappola

Dopo aver sostenuto la causa dei ribelli, il presidente Usa presto potrebbe ritrovarsi come alleato Assad nella lotta contro ISIS: si prospetta l'ennesimo fallimento in Medio Oriente

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A un anno di distanza dall’annullamento all’ultimo minuto dell’intervento militare in Siria, gli USA si affacciano sui cieli sopra Damasco. Nel tardo pomeriggio del 25 agosto la Casa Bianca ha annunciato di aver autorizzato l’invio di aerei da ricognizione e di sorveglianza in Siria, in preparazione di un possibile attacco attualmente al vaglio del Congresso. Ma non si tratta dello stesso contesto di un anno fa, quando il presidente americano Barack Obama fermò i raid aerei contro l’esercito di Bashar Assad pochi attimi prima che scattasse l’operazione.

 

Questa volta, come noto, nel mirino americano ci sono i combattenti di ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e le loro basi militari in territorio siriano. Da settimane l’aviazione americana collabora con le forze irachene e curde sul territorio iracheno per fronteggiare l’avanzata dello Stato Islamico. E due giorni fa è arrivato anche il benestare da parte di Damasco, che ha dichiarato di essere pronta ad accettare operazioni militari americane e britanniche entro i suoi confini per fermare i miliziani del Califfo Al Baghdadi. A confermarlo è stato il ministro degli Esteri siriano, Walid al Muallim, il quale ha però tenuto a sottolineare che qualsiasi operazione dovrà “avvenire sotto il coordinamento del governo siriano”. Precisazione rimarcata anche da Mosca, da sempre alleata del regime di Assad, con il monito del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov che ha invitato gli USA a “collaborare con i legittimi governi”.

 

Una mossa attraverso cui il governo siriano intende salvaguardare la sicurezza delle aree controllate dalla minaccia crescente di ISIS, anche se in realtà quella di Assad somiglia molto più a una strategia mirata anzitutto a riabilitare il suo regime di fronte alla comunità internazionale. Se dunque Damasco potenzialmente può trarre il massimo vantaggio da questa situazione, ben diversa è la posizione di Washington che adesso dovrà destreggiarsi nel colpire gli estremisti sunniti senza però “aiutare” Assad nella lotta contro i ribelli siriani che va avanti ormai da oltre tre anni. Ragion per cui è altamente probabile che le operazioni militari del Pentagono verranno concentrate solo in quella parte di territorio siriano al confine con l’Iraq. Al tempo stesso, secondo quanto riportato dal New York Times, l’Amministrazione americana starebbe considerando anche la possibilità di incrementare gli aiuti ai ribelli siriani moderati.

 

L’avanzata di ISIS in Siria

L’intervento americano che si prospetta in Siria contro ISIS non sarebbe il solo a prendere di mira gli estremisti sunniti. Nelle scorse settimane le forze governative di Damasco avrebbero infatti condotto almeno 26 raid aerei contro posizioni dello Stato Islamico in territorio siriano, di cui 13 sulla città di Raqqa e 11 su quella di Tabqa colpendo a morte una trentina di terroristi. Ciononostante nella giornata di domenica 24 agosto, i miliziani di ISIS hanno sferrato un durissimo colpo all’esercito siriano conquistando la base aerea di Tabqa ed eliminando così dalla regione settentrionale di Raqqa l’ultima sacca di resistenza delle forze di Damasco. Pesantissimo il bilancio degli scontri: secondo fonti dell’opposizione siriana citate da Ansa, in cinque giorni di combattimenti sarebbero morti circa 350 jihadisti e 170 militari siriani.

 

Ma le forze governative non sono le uniche a perdere terreno di fronte all’avanzata di ISIS. Il fronte dei ribelli comincia a temere per l’incolumità della roccaforte di Marea a nord di Aleppo, dopo che verso la metà di agosto i militanti di ISIS avevano conquistato diversi villaggi nelle campagne circostanti. Marea rappresenta uno dei punti nevralgici della ribellione anti-Assad in Siria e simbolicamente costituisce una delle prime zone del Paese da cui partì la rivolta contro il regime nel 2011.

 

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato il 22 agosto a Ginevra, sono oltre 191mila le persone uccise in tre anni di conflitto in Siria, un dato nettamente peggiorato rispetto ai 93mila morti segnalati circa un anno fa e che riguarda solo i casi documentati, motivo per cui le vittime dovrebbero essere certamente molte di più.  

 

I summit di Lega Araba e GCC

 

Si è aperto il 25 agosto a Kuwait City il summit annuale della Lega Araba. Alla riunione hanno partecipato i rappresentanti di tutti i Paesi arabi esclusa la Siria, sospesa nel 2011. Al suo posto è stata invitata a partecipare in qualità di osservatore una delegazione dell’opposizione siriana. Tra i primi punti all’ordine del giorno la crisi siriana e la deriva estremista che sta mettendo in serio pericolo gli equilibri regionali minacciando la sovranità nazionale di diversi Paesi. Temi di strettissima attualità, rispetto ai quali però la Lega Araba sembra ancora lontana dal raggiungere un accordo unanime su come intervenire.

 

Stabilità e sicurezza sono stati i temi affrontati anche nel mini-summit dei ministri degli Esteri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), svoltosi contemporaneamente a Gedda e a cui hanno preso parte anche rappresentanti di Egitto e Giordania. Il Qatar, contro cui continuano a levarsi accuse di sostegno ai movimenti estremisti (ISIS incluso) alla base della rottura diplomatica con Arabia Saudita e Emirati Arabi lo scorso marzo, ha difeso la sua posizione negando di aver finanziato l’organizzazione di Al Baghdadi e anzi rivendicando il merito di aver contribuito alla liberazione del giornalista americano Peter Theo Curtis, ostaggio per 22 mesi del Fronte Jabhat Al Nusra.

 

I rapimenti in Siria

 

Pochi giorni dopo il video della decapitazione del giornalista americano James Foley, è giunta la notizia del rilascio del suo collega Peter Theo Curtis, rapito nell’ottobre 2012 ad Antakya, in Turchia, prima ancora di entrare in Siria. Mentre rimangono in mano ai ribelli siriani (e non a ISIS secondo quanto hanno erroneamente riportato diverse testate) le due cooperanti italiane, Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, rapite in Siria a inizio agosto. Secondo una fonte del quotidiano panarabo londinese al-Quds al-Arabi le due ragazze starebbero bene e presto potrebbero essere rilasciate.

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