Operazione recupero Alfano
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Operazione recupero Alfano

Il partito del Cavaliere sembra non rendersi conto di quello che gli sta accadendo intorno

I sondaggi non sono entusiasmanti, comincia a patire qualche scandalo interno (nepotismo dei suoi eletti e questioni affini), ma Beppe Grillo è assolutamente ottimista sul futuro del M5s. Perché? «Noi abbiamo Angelino Alfano e la sua politica» risponde con una buona dose di sarcasmo e supponenza il profeta dei grillini a chi lo interroga sull’argomento. Già, Grillo e il suo maître-à-penser Gianroberto Casaleggio si illudono che le manovre centriste del vicepremier e l’immobilismo cui è condannato il Cav nel tentativo di recuperarlo apriranno grande spazio di movimento nell’area moderata-populista. Non per nulla i due hanno impresso alla loro linea programmatica una forte svolta a destra: dalle polemiche al fulmicotone con Giorgio Napolitano (inviso a quel tipo di elettorato) al no all’abolizione della legge Bossi-Fini, da un’impostazione sempre più marcatamente antieuropeista agli approcci antieuro con gli altri movimenti radicali europei, a cominciare da Marine Le Pen.

Insomma, se il centrodestra nei suoi contorcimenti appare all’ala lealista bloccato da Alfano («il genio», come è stato ribattezzato nel lessico grillino), il comico prestato alla politica vaticina che il governo Letta diventerà, come il governo Monti, un volano per la sua politica e la pietra tombale del centrodestra. I sondaggi dicono che l’indice di gradimento del governo sta precipitando: la Swg lo dà al 21 per cento (il secondo governo Prodi, tra i più impopolari del dopoguerra, andò in crisi quando aveva il 23), mentre la Datamedia gli assegna il 29, cioè 15 punti sotto rispetto a due mesi fa.

Grillo punta, soprattutto, sulla condizione di fermento in cui versa il Pdl-Forza Italia. Il partito del Cavaliere, infatti, sembra non rendersi conto di quello che gli sta accadendo intorno: anche il tentativo di riscrivere la legge di stabilità rischia di infrangersi sul dogma che i cosiddetti innovatori («Gli uomini nuovi come Carlo Giovanardi e Roberto Formigoni» è la presa in giro di Grillo) impongono per garantire l’unità del partito, cioè l’esclusione di ogni ipotesi di crisi di governo. «Così» ammette un Renato Brunetta inviperito «ci siamo legati le mani: il Pd se ne infischia delle nostre proposte di modifica, visto che abbiamo perso ogni capacità contrattuale».

Le modifiche in discussione, infatti, sembrano più mirate a soddisfare le esigenze dell’elettorato del Pd che non quello di centrodestra. Senza contare che il dibattito in Forza Italia pare più incentrato sugli organigrammi che su temi politici: Mara Carfagna si è proposta come coordinatrice nazionale, Laura Ravetto come coordinatrice del Piemonte e via dicendo. Motivo per cui i vari Raffaele Fitto e Daniele Capezzone consigliano al Cavaliere di tenersi in mano tutte le deleghe e, al massimo, di affidare dei compiti senza nomine. Manca la consapevolezza del rischio che il Pdl-Forza Italia corre: ridimensionarsi. Non si prendono decisioni e il tempo si consuma in una lunga guerra di posizione tra le due fazioni. Questa è l’accusa che viene mossa ad Alfano e ai suoi, i quali vorrebbero fissare il consiglio nazionale di Forza Italia dopo aver affrontato entro novembre il confronto sulla legge di stabilità e il voto sulla decadenza del Cav in una condizione d’impotenza, in modo da logorare proprio Silvio Berlusconi. I lealisti, invece, vorrebbero il Cn in tempi brevi.

E il Cavaliere? Vuole garantire a tutti i costi l’unità ma comincia a perdere la pazienza. «Farò di tutto per recuperare Angelino» confida «ma se nel confronto sull’economia e sulla decadenza non otterremo nulla, a quel punto a che serve garantire il governo?».

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