Il nuovo volto di Al Qaeda
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Il nuovo volto di Al Qaeda

Tramonta la dottrina di Bin Laden. Dietro all’ideologia jihadista si celano solo traffici di armi, droghe e persone

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Kenya, Pakistan, Yemen, Afghanistan, Siria, Iraq e altri Paesi ancora. Sono solo alcuni dei principali Paesi protagonisti di gravi e sanguinosi attentati avvenuti nelle ultime settimane - si veda il massacro di Nairobi, al Westgate Shopping Center - ovvero da quando il capo di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri, ha diffuso le Linee Guida Generali per la Jihad a mezzo stampa (o meglio, via internet).

Troppo poco e troppo distrattamente si è parlato di questo libretto che, come ormai evidente, ha dato nuovi stimoli e nuova linfa al terrorismo di matrice qaedista, che da allora ha accresciuto in numero e potenza gli attacchi terroristici nel “mondo islamico ancora da liberare”, secondo la visione degli stessi attentatori.

Se, come abbiamo già sostenuto, questo documento costituisce la prova delle crescenti difficoltà da parte dei vertici di Al Qaeda di impartire ordini precisi e di essere seguita pedissequamente sia dagli affiliati sia dai terroristi in nuce nel resto del mondo (nel documento si è reso necessario puntualizzare le azioni da compiere e quelle da non compiere, così come si sottolinea l’importanza di “pubblicizzare” la Guerra Santa), al contempo le Linee Guida Generali per la Jihad sono servite - e servono oggi - solo come giustificazione morale per il compimento di nuove azioni, e come orizzonte culturale e di riferimento per i nuovi responsabili del terrorismo islamico. Una leva, insomma, da usare solo per far presa sui giovani aspiranti suicidi e ingrossare le fila dei professionisti del terrore.

L’influenza di Al Zawahiri sul terrorismo internazionale
Anche se da molte parti si sostiene, e a buon diritto, che il potere di Ayman Al Zawahiri sia drasticamente diminuito negli ultimi anni, ciò non significa che la suggestione delle parole del capo, pur se impalpabile ente morale di Al Qaeda, siano ancora potenzialmente pericolosissime.

Come ogni organizzazione che perde il proprio leader, con la morte di Osama Bin Laden nel 2011 la rete di Al Qaeda è andata velocemente disgregandosi, entrando in una fase involutiva. Già da anni l’influenza dello stesso Osama era messa in dubbio e contestata da alcune frange, attive soprattutto in Africa, e neanche l’incremento della partecipazione mediatica di Al Zawahiri attraverso messaggi e video virali, ha arrestato questo processo disgregativo, a detta di molti ormai irreversibile.

Non comportandosi più come un corpo unico (se mai Al Qaeda lo è stato), l’organizzazione terroristica ha reagito comunque alla perdita del suo principale motore e punto di riferimento ideologico. Come? Creando mille corpuscoli interdipendenti (o del tutto indipendenti), che hanno iniziato a intraprendere azioni spontanee e sempre meno coordinate, volte a raggiungere per lo più obiettivi individuali, pratici e possibili, come l’uccisione di singoli avversari politici o la conquista di piccole porzioni di territorio e aree tribali. Anziché colpire a casaccio obiettivi simbolici per punire gli Stati Uniti e i vari attori della “Crociata contro l’Islam”, si è scelto di portare la lotta sul piano dell’economia di territorio e si è inaugurata così una sorta di autogesione locale.

 

 

Il caso del Mali
Prendiamo l’esempio del Mali: tutta l’iniziativa qaedista in Nord Africa, teoricamente volta a imporre un Califfato islamico sotto la legge del Corano, è sembrata più che altro un’operazione per la conquista di porzioni di territorio utili a gestire soprattutto il contrabbando di droga, armi e persone. Dunque, l’orizzonte ideologico della nuova Al Qaeda appare più che altro un business molto remunerativo per i vari signori della guerra e predoni, il cui scopo non è più e soltanto foraggiare il Jihad attraverso grandi operazioni ma solo accumulare denaro. Anche perché il Califfato islamico resta una teoria e, di fatto, non ha mai attecchito né si è verificato in alcun Paese dove Al Qaeda ha messo radici.

Questo nuovo e diverso approccio - vedi anche il business dei rapimenti, tra i più vantaggiosi per le tasche di terroristi e banditi - funziona meglio, perché porta a risultati immediati e tangibili, tali per cui vale la pena anche immolarsi. Nei giorni in cui MNLA, Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad, ha attuato un colpo di stato in Mali (marzo 2012) - avviando una guerra civile che ha visto l'etnia tuareg allearsi con i qaedisti, per assumere il controllo della regione settentrionale - la popolazione riceveva pasti e assistenza sanitaria. Tanto bastava a popolazioni perennemente indigenti per appoggiare il conflitto.

Al Qaeda in Siria
In Siria, la situazione non è troppo diversa: qui il gruppo qaedista più attivo è senz’altro Jabhat al-Nusra, formazione nuova e indipendente che, senza l’avallo esplicito di Al Zawahiri, si è imposta nella guerra civile e ha iniziato a combattere il nemico Bashar Assad, al fianco dei ribelli della Coalizione Nazionale Siriana.

La tattica utilizzata da Al Nusra non sembra però molto coincidente con leLinee Guida Generali per la Jihadesplicitate nel comunicato di Al Zawahiri, né la sua battaglia si può dire volta a imporre davvero un Califfato. Se così fosse, la strategia avrebbe dovuto tendere anzitutto al rovesciamento di Assad, per poi discutere di nuove istituzioni con gli altri protagonisti solo dopo la vittoria. Invece, già oggi Al Nusra disconosce la Coalizione Nazionale Siriana, indurisce la sua posizione nei confronti dei cristiani (che Al Zawahiri preferirebbe invece tutelare) e attacca in scontri aperti lo stesso Esercito Siriano Libero e altri gruppi armati “laici” che pure lottano contro il medesimo nemico.

Dunque, lo scopo ultimo della nuova Al Qaeda si discosta dal suo capo Al Zawahiri: non pare più la chimera del grande Califfato islamico, che riunisce i fedeli sotto “la legge dell’unico Dio”, ma piuttosto l’affermazione dello schema maliano secondo cui l’importante è gestire porzioni di territorio diverse dal concetto di entità statuale, per accrescere un business altamente remunerativo che trova nei traffici illegali la sua unica ragione e scopo di vita. Una via nella quale sia i terroristi sia i signori della guerra hanno gioco facile e che potremmo sintetizzare come “governo del caos”.

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