Jacopo Cullin: «Lolita Lobosco, la gavetta, le nuove sfide»
Jacopo Cullin/Francesca Ardau
Televisione

Jacopo Cullin: «Lolita Lobosco, la gavetta, le nuove sfide»

Intervista all'attore della serie di Rai1 con Luisa Ranieri, al via da domenica 8 gennaio. Dopo l'esordio come cabarettista nelle tv locali sarde, ha lavorato tra teatro, cinema e tv. «Ho pensato di mollare tutto, ma un film con Accorsi ha cambiato tutto»

Ci sono carriere che esplodono all’improvviso e altre che partono lente, senza scossoni, per poi decollare. Questione di gavetta, di capacità di trasformare l’attesa in opportunità e di ruoli giusti. Che arrivano quando non li aspetti più. Come è successo a Jacopo Cullin, l’attore e regista che torna da domenica 8 gennaio nel cast di Lolita Lobosco 2, la serie di Rai1 con Luisa Ranieri dove interpreta il poliziotto bizzarro (e un po’ pasticcione) Lello Esposito. «Per me recitare in Lolita è come giocare in Champions League», racconta a Panorama.it. Poco più che ventenne, Cullin esordì come cabarettista su una celebre tv locale della Sardegna, la sua terra, e pochi anni dopo riempiva l’Anfiteatro Romano di Cagliari e poi portò il suo personaggio cult, il Signor Tonino, anche sul palco di Zelig. «Ma sognavo il cinema e il primo ruolo importante è arrivato quando avevo già pensato di mollare tutto», rivela.

Partiamo però dalla fine: stasera debutta Lolita Lobosco 2 e il suo personaggio avrà più spazio rispetto alla prima stagione.

«Non posso spoilerare nulla se non che si sviluppa meglio la sua linea narrativa. Esposito diventa quasi un bravo poliziotto, con qualche intuizione giusta in più ma resta pur sempre un pasticcione. E poi c’è tutta la parte sentimentale con Caterina: la madre di Lello spinge perché si sposino, ma la fidanzata non ne vuole sapere. Come se non bastasse, viene martirizzato da Lolita… insomma, piglia colpi da tutte le parti».

La chiave ironica resta centrale. Quanto ci ha messo del suo per renderlo più comico?

«È un personaggio buffo, ne combina di tutti i colori quasi senza accorgersene. “Non pensavo venisse fuori così comico”, mi ha detto una volta il regista della serie, Luca Miniero. Tra la scrittura e lo schermo, c’è tutto il lavoro dell’attore e del regista. Diciamo che ho provato a dare la mia visione di quel ruolo».

La serie è stata girata tra Bari e i dintorni e Luisa Ranieri ha ammesso che non è stato semplicissimo imparare la cadenza barese.

«Abbiamo lavorato con un “dialet coach” ed è stato complicato ma al tempo stesso divertente. Io poi ho una passione per gli accenti, stavo in giro molto tempo anche per carpire le sfumature. Poi sono stato fortunato perché tra il cagliaritano e il barese ci sono delle corrispondenze, tipo le vocali aperte».

A proposito di Sardegna: qual è il tratto distintivo della sua terra che sente addosso?

«La Sardegna è un mondo sfaccettato, una terra dove s’intrecciano tante culture, dunque, non è facile rispondere. Direi l’ironia cagliaritana, che forse non è così conosciuta da tutti ma che invece connota molto la mia città. E non solo».

Lei è molto conosciuto nella sua regione, avendo esordito da giovane sulle tv locali, ormai quasi vent’anni fa: qual è la prima cosa che le chiedono quando la riconoscono?

«Mi abbracciano, mi chiedono come sto. In questi anni si è instaurato un bel rapporto, mi hanno visto crescere professionalmente, si sono affezionati: mi sento un po’ il cugino, il figlio o il nipote di tutti».

Quando ha pensato per la prima volta “ce l’ho fatta”?

«Quando mi chiamarono per girare L’arbitro, il film con Stefano Accorsi e Geppy Cucciari. Ho sempre sognato di fare il cinema ma non arrivava l’occasione giusta nonostante avessi fatto tanta gavetta tra tv e teatro. Quel giorno pensai: “Forse posso davvero fare questo mestiere tutta la vita”».

Prima di quel film aveva pronto un piano b?

«Sì, avevo quasi deciso di mollare tutto, lasciando evaporare il sogno di emergere. Ci sono momenti in cui non ci credi più, soprattutto quando le attese si fanno infinite, ti demoralizzi e pensi ad alternativa».

La sua qual era?

«Sarei rimasto nel mio ambito, insegnando recitazione. E avrei continuato a fare qualche spettacolo teatrale. Ma niente di più».

Abituarsi alle attese è complicato?

«Sì, lo è. Per questo ho imparato a non aspettare più guardando il telefono che non squilla. Mi dimentico delle attese pensando a nuovi progetti, scrivendo, lavorando a nuovi progetti in teatro o a nuovi corti da regista. Così vivo meglio».

Il ruolo in Lolita Lobosco l’ha vissuto come un riscatto?

«No, l’ho vissuta come una grandissima opportunità. Dopo ogni serie mi dicevano: “Vedrai, dopo questa farai il botto”. Sono passati quindici anni ed è arrivata l’occasione che aspettavo: sono felicissimo, è come giocare in Champions League. E mi godo tutto».

Pochi mesi fa è stato anche tra gli interpreti di Esterno Notte, la serie evento sul rapimento di Aldo Moro, diretta da Marco Bellocchio. Cosa gli ha rubato?

«L’eleganza e la cura del dettaglio, che poi è ciò che fa la differenza: Bellocchio dà la stessa importanza al protagonista e alla comparsa. Anche chi sta in fondo, nella penombra, c’è e sa che cosa sta recitando. Il mio era un ruolo piccolo ma è stato un sogno poter lavorare con Bellocchio».

Di Luisa Ranieri, invece, cosa l’ha colpita?

«La sua semplicità, la capacità di creare un clima familiare e disteso. Spesso è il protagonista che decide il clima sul set: lavorare con una persona solare e amichevole è di grande aiuto».

Ci tornerebbe a Zelig con un suo personaggio?

«No, ma solo perché non sono e non mi sento un comico fatto e finito. Non ho nemmeno cinque minuti secchi di un personaggio in repertorio. In teatro sono abituato a scene e situazioni più complesse».

Ma che ricordi ha di quell’esperienza?

«Fu bellissimo ed emozionante. Io ho coltivato la vena comica nei villaggi turistici e capisce bene che salire sul palco dove si sono esibiti giganti come Paolo Rossi, Bisio o Abatantuono fu una botta emotiva. Quando sono salito in scena e poco dopo il pubblico ha riso è stato come raggiungere un obiettivo. Ma non mi volevo fermare lì».

Il prossimo obiettivo?

«Ho scritto un lungometraggio da regista, ho una storia pronta in cui racconto delle cose mie a modo mio. È un film corale e spero arrivi il momento giusto per realizzarlo».

Il cast dei sogni?

«Silvio Orlando e Kasia Smutniak. Due attori che stimo molto».

Il ruolo che sogna per lei?

«Un ruolo drammatico, oppure quello del cattivo. Ma non mi pongo limiti: mi piacciono le sfide, mi piace essere colto alla sprovvista e alzare l’asticella».

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