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Tommaso Paradiso e il Toscana virus: perché una puntura di pappatacio può arrivare al cervello

Tommaso Paradiso e il Toscana virus: perché una puntura di pappatacio può arrivare al cervello
Tommaso Paradiso (Getty Images)

Il cantante ha raccontato sui social di essere stato colpito dall’infezione e ha dovuto rinunciare a due concerti. Che cos’è il Toscana virus, come si trasmette, quali sintomi provoca e perché i casi neuroinvasivi sono aumentati in Italia.

«Una decina di giorni fa un pappatacio ha deciso di pungermi trasmettendomi il Toscana virus». È così che Tommaso Paradiso ha raccontato sui social la ragione che lo ha costretto a fermarsi proprio alla fine dell’estate, rinunciando a due appuntamenti musicali. Il cantante ha spiegato di essere in via di guarigione, ma di non essere ancora al meglio. Un episodio personale che ha riportato sotto i riflettori un’infezione tutt’altro che nuova: il Toscana virus circola infatti in Italia da decenni, soprattutto durante la stagione calda, ma resta relativamente poco conosciuto al grande pubblico. Il nome può trarre in inganno. Il virus è stato isolato per la prima volta proprio in Toscana, all’inizio degli anni Settanta, ma oggi non è affatto confinato alla regione da cui prende il nome. È presente in diverse aree italiane e in numerosi Paesi del Mediterraneo, dalla Spagna alla Francia, dalla Grecia alla Croazia.

È un arbovirus, cioè un virus trasmesso attraverso la puntura di un artropode, e il suo vettore non è la zanzara, come spesso si tende a pensare, ma il pappatacio, un piccolo insetto appartenente alla famiglia dei flebotomi. La notizia del caso Paradiso, dunque, non segnala l’arrivo in Italia di un nuovo agente infettivo. Il virus era già qui e, in determinate condizioni, continua a circolare ogni estate: ma contrarre il Toscana virus non significa automaticamente sviluppare una meningite o un’encefalite. La maggior parte delle infezioni è asintomatica oppure provoca una malattia febbrile che si risolve spontaneamente. È una minoranza dei casi a interessare il sistema nervoso, ma quando accade il quadro clinico può essere serio.

Il pappatacio, il virus e i sintomi: come avviene l’infezione

Il meccanismo di trasmissione è semplice: il pappatacio infetto punge una persona e in quel momento può trasmetterle il virus. Si tratta di insetti molto piccoli, simili alle zanzare, ma con caratteristiche diverse. Sono difficili da percepire perché hanno un volo silenzioso e sono particolarmente attivi nei mesi caldi. Le larve, inoltre, non hanno bisogno dell’acqua stagnante tipica dei luoghi di sviluppo delle zanzare: possono trovarsi in ambienti umidi, riparati e ricchi di materiale organico. In Italia una delle specie vettore più importanti è Phlebotomus perniciosus, seguita da Phlebotomus perfiliewi. La trasmissione è quindi legata soprattutto alla presenza dei vettori e alle condizioni ambientali che ne favoriscono la circolazione.

Il periodo di rischio è prevalentemente quello compreso tra la primavera e l’autunno, con una maggiore concentrazione dei casi nei mesi estivi. Secondo i dati della sorveglianza italiana, la stagione dei casi si colloca generalmente tra maggio e novembre, con un picco in agosto. Dopo la puntura, il periodo di incubazione del Toscana virus è generalmente di tre-sette giorni, anche se può arrivare a circa due settimane.

Quando l’infezione dà sintomi, l’esordio può essere improvviso: febbre, mal di testa, nausea, vomito, malessere e dolori muscolari sono tra le manifestazioni più comuni. In molti casi il quadro si esaurisce spontaneamente nell’arco di circa una settimana. Proprio perché i sintomi sono generici e spesso modesti, una grande parte delle infezioni probabilmente non viene mai diagnosticata. Il problema cambia quando il virus raggiunge il sistema nervoso centrale. Può comparire una meningite, cioè un’infiammazione delle membrane che rivestono cervello e midollo spinale, oppure una meningoencefalite o un’encefalite, quando viene coinvolto anche il tessuto cerebrale. In questi casi possono comparire febbre elevata, cefalea importante, rigidità della nuca, vomito e alterazioni dello stato neurologico.

Non è però possibile riconoscere a colpo sicuro il Toscana virus soltanto dai sintomi: il quadro può essere sovrapponibile a quello provocato da altri virus responsabili di meningiti ed encefaliti. Per arrivare alla diagnosi servono quindi gli esami virologici, attraverso la ricerca del materiale genetico del virus e gli esami sierologici. È proprio la possibilità di una forma neurologica a rendere il virus clinicamente rilevante. Lo studio coordinato dall’Istituto superiore di sanità e pubblicato nel 2025 su Eurosurveillance ha analizzato tutti i casi autoctoni di infezione neuroinvasiva confermati in laboratorio e notificati alla sorveglianza nazionale dal 2016 al 2023. In otto stagioni sono stati registrati 607 casi, il 96,5% dei quali è stato ricoverato. Due pazienti sono morti.

Nessun vaccino e nessun antivirale: come proteggersi

Per il Toscana virus non esiste oggi un vaccino e non è disponibile una terapia antivirale specifica. Nella maggior parte dei casi il trattamento è quindi di supporto e mira a controllare i sintomi; quando l’infezione interessa il sistema nervoso può essere necessario il ricovero e un trattamento ospedaliero adeguato al quadro clinico. È un aspetto che distingue il Toscana virus da molte malattie infettive per le quali esistono strumenti preventivi o terapeutici mirati. La prevenzione passa quindi soprattutto dalla riduzione delle punture dei pappataci.

Le indicazioni dell’ISS sono quelle tipiche delle malattie trasmesse da vettori: utilizzare repellenti, coprire quanto più possibile la pelle quando si trascorre del tempo all’aperto, soprattutto nelle ore in cui l’attività degli insetti è maggiore, e proteggere le abitazioni con zanzariere a maglia fine. Il dato fondamentale da ricordare è che la maggior parte delle infezioni da Toscana virus è asintomatica o lieve e che le forme neurologiche sono una minoranza. La presenza di un virus poco conosciuto non coincide necessariamente con una nuova emergenza sanitaria.

Nel caso del Toscana virus, la sorveglianza serve proprio a distinguere ciò che è frequente da ciò che è raro, ciò che è lieve da ciò che può diventare grave e ciò che è soltanto una coincidenza da ciò che può rappresentare una vera tendenza epidemiologica. I dati degli ultimi anni suggeriscono che l’infezione neuroinvasiva merita maggiore attenzione. Il caso Paradiso, invece, ricorda semplicemente che anche una puntura apparentemente banale può, in determinate condizioni, essere il punto di partenza di un’infezione virale.

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