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Social freezing, il congelamento degli ovuli per fermare il tempo: costi e aiuti regionali

Social freezing, il congelamento degli ovuli per fermare il tempo: costi e aiuti regionali
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Dalla Puglia alla Lombardia: cosa prevede il social freezing, i costi fino a 5.500 euro, i contributi Isee e la corsa contro l’orologio biologico.

Si può fermare il tempo? Ovviamente, no. Ma si possono rallentarne gli effetti. È quanto stanno cercando di fare sempre più donne, in Italia e all’estero, ricorrendo al congelamento degli ovuli. La pratica del “social freezing”, fino a pochi mesi fa semisconosciuta, sta sfondando le porte del dibattito pubblico ed entrando anche nell’agenda politica. A fare da ariete è stata l’icona della sinistra dem Usa, Alexandria Ocasio-Cortez, che a quasi 37 anni ha rivelato di aver scelto la crioconservazione e ha documentato parte dell’iter medico sui social (incluso il momento delle iniezioni ormonali prima di un’intervista televisiva).

In Europa, invece, ha fatto discutere l’annuncio della Federazione calcistica spagnola che finanzierà interamente il congelamento degli ovuli e fornirà accesso a trattamenti di fecondazione in vitro per le giocatrici della Nazionale, il cui picco della fertilità corrisponde generalmente con l’apice della carriera agonistica. In Italia, bastano gli impietosi dati sulla denatalità per accendere il faro sul tema. Nel 2025, infatti, il nostro Paese ha registrato il nuovo minimo storico di nascite: circa 355 mila bambini, un calo del 3,9% rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,13, mentre l’età media al primo parto continua a salire, sfiorando i 32 anni. L’ingresso tardivo nel mondo del lavoro, la precarietà occupazionale, la mancanza di garanzie abitative, il costo della vita in aumento, il cambiamento di mentalità rispetto alle passate generazioni o l’assenza di un partner affidabile spingono molte donne a posticipare la decisione.

La corsa contro le lancette biologiche e la vitrificazione a -196 gradi

Ma l’età, a differenza di quanto accade per gli uomini, non fa sconti. La produzione di ovociti diminuisce col passare del tempo e la probabilità di ottenerne uno in grado di generare un bimbo sano scende drasticamente: a 28 anni è di oltre il 70%, a 35 tra il 50 e il 60%, per le over 40 la quota cala a circa il 20%. Ed ecco che la tecnologia arriva a dare una mano a chi sente sempre più forte il ticchettare delle lancette dell’orologio biologico. In origine, il congelamento degli ovociti era previsto solo per motivi medici (come la tutela delle pazienti oncologiche).

Il “medical freezing” è già riconosciuto nei Livelli essenziali di assistenza come prestazione a carico del Servizio sanitario nazionale. L’iter per la crioconservazione dura circa due settimane. Si comincia da una stimolazione ormonale con iniezioni quotidiane sottocutanee per indurre le ovaie a produrre più ovociti rispetto al singolo ovulo di un ciclo naturale. Monitorata l’evoluzione, si procede al prelievo ovocitario, un intervento ambulatoriale mininvasivo, della durata di circa 15-20 minuti. Gli ovociti estratti vengono quindi sottoposti a vitrificazione, un congelamento a -196 °C in azoto liquido. Quando la donna decide di cercare una gravidanza, gli ovociti vengono scongelati, fecondati in laboratorio con lo sperma del partner (la Legge 40 sulla procreazione assistita limita fecondazione e impianto alle sole coppie eterosessuali, conviventi o sposate) e l’embrione ottenuto viene trasferito nell’utero.

Il nodo dei costi proibitivi e la mappa degli aiuti regionali

I dati raccolti dalle principali cliniche private e dai centri di procreazione medicalmente assistita indicano che il numero di donne che hanno conservato i propri ovociti per ragioni non mediche è aumentato di circa il 50% tra il 2023 e il 2024, mantenendo un tasso di crescita molto sostenuto anche nel periodo 2024-2025. I costi, tuttavia, sono proibitivi, oscillando tra i 3.500 e i 5.500 euro, a cui si aggiunge un canone annuo di custodia degli ovociti di circa 200 euro. In Lombardia, l’ospedale pubblico Niguarda offre il servizio a prezzi calmierati per le donne fino ai 35 anni: 2.800 euro per la procedura a cui si aggiungono 100 euro annui per mantenere gli ovuli nella Banca della struttura.

Di fronte a tali cifre, le Regioni si stanno muovendo in ordine sparso per evitare che la crioconservazione resti un privilegio legato al censo. La Puglia è stata l’apripista, con uno stanziamento di fondi per il biennio 2026-2027 di 600 mila euro complessivi, per erogare contributi economici fino a 3 mila euro per le residenti tra i 27 e i 37 anni con un Isee fino a 30 mila euro. Sulla stessa scia la Toscana, dove è stata approvata a metà settembre una proposta di legge (votata da Pd, Avs e M5s, Fdi astenuto) che prevede un contributo di 3 mila euro per le richiedenti tra i 25 e i 39 anni con Isee sempre non oltre i 30 mila euro.

Anche in Veneto e in Campania sono state depositate proposte per introdurre un sostegno economico legato al reddito, mentre il Lazio ha previsto, grazie a un accordo bipartisan tra Pd e Forza Italia misure simili: 3 mila euro per la crioconservazione degli ovociti e fino a 1.000 euro per la crioconservazione del liquido seminale. Possono richiederli i residenti di età compresa tra i 18 e i 40 anni, affetti da patologie documentate di natura non oncologica come «l’endometriosi e le patologie ovariche o testicolari a carattere evolutivo» e altre condizioni cliniche che compromettono la fertilità.

A fine luglio, in Lombardia, la spinta è arrivata dal centrodestra tramite Alessandro Corbetta, capogruppo della Lega in Consiglio regionale, e Isabella Tovaglieri, eurodeputata del Carroccio, con un ordine del giorno per introdurre contributi regionali per estendere il modello Niguarda a tutta la rete degli ospedali pubblici lombardi. La stessa Tovaglieri ha dichiarato di aver fatto ricorso al “social freezing”, la scorsa estate, a 38 anni.

Sul piano nazionale, alle due proposte di legge depositate alla Camera dei deputati (una da parte del Pd, che prevede un contributo statale fino a 3 mila euro, e una del M5s che punta a rendere la procedura completamente gratuita a carico del Ssn) dovrebbero aggiungersene due in Senato: una promossa dal dem Filippo Sensi e un’altra annunciata dal leader di Italia viva, Matteo Renzi, che vorrebbe importare il modello francese, ovvero social freezing gratuito per tutte entro i 38 anni.

Welfare aziendale o imperativo di produttività: il vero dilemma

Passando alle realtà private, da oltre un decennio negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito il congelamento degli ovuli rientra tra i benefit aziendali di molti colossi come Google, Meta, Apple, Netflix, Spotify, Microsoft, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley, Deloitte, Ernst &Young, PwC, McKinsey. In Italia, da quest’anno, il Gruppo OTB (Diesel, Marni, Maison Margiela, Staff International) diretto da Renzo Rosso è diventato il primo grande polo dell’industria italiana ad annunciare la copertura dei costi del “social freezing” per le sue dipendenti di età compresa tra i 30 e 40 anni.

Insieme alle iniziative pubbliche e private, cresce anche il dibattito attorno al tema. La crioconservazione non è infatti garanzia assoluta di una futura gravidanza e, senza un approfondimento serio, si corre il rischio di infondere false illusioni in chi vi fa ricorso. Ma le criticità vanno ben oltre l’aspetto medico. La volontà e il principio di allargare la possibilità di usufruire di un servizio, che a oggi è un privilegio per benestanti, alle donne che non possono permetterselo, sono sacrosanti. Ma nel caso specifico, possiamo davvero parlare di un’espressione di libertà e autodeterminazione femminile? Posticipare una gravidanza, mettere in pausa il desiderio di maternità per non ostacolare la carriera e adattare il corpo ai ritmi del mercato del lavoro anziché l’opposto, non è l’ennesimo imperativo alla produttività a scapito della vita personale, più che una conquista? Offrire alle proprie dipendenti il congelamento degli ovuli paga in termini di immagine, ma risponde a un calcolo finanziario: è infatti molto più conveniente che offrire misure strutturali, come per esempio un servizio di asilo nido, stipendi più alti, maggiore flessibilità su lavoro da remoto, orari, mesi di maternità e congedi.

E ancora, uno Stato che nel “social freezing” vede una possibile risposta alla denatalità, pur con buone intenzioni, sta guardando le ovaie anziché il contesto socioeconomico attuale. Fatto di precarietà lavorativa, affitti o mutui inavvicinabili, asili pubblici pieni, stipendi bassi, congedi di paternità ridicoli, distribuzione iniqua della cura, gap salariali. L’assenza di misure organiche ed efficaci di sostegno alla genitorialità è infatti un nodo lasciato irrisolto dai governi di ogni colore, che nessun freezer può far sparire.

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