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Obesità, il 43% degli italiani è in eccesso di peso. Nuovi dati e accesso alle cure

Obesità, il 43% degli italiani è in eccesso di peso. Nuovi dati e accesso alle cure
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I nuovi dati dell’ISS confermano anche il peso delle disuguaglianze sociali e territoriali. Dopo la legge che riconosce l’obesità come malattia cronica, la priorità è garantire diagnosi precoce, prevenzione e cure accessibili in tutta Italia.

L’obesità è stata riconosciuta per legge come malattia cronica, progressiva e recidivante. Ma tra il diritto alla cura e la possibilità concreta di accedere a una diagnosi e a un trattamento appropriato resta una distanza da colmare. I nuovi dati della sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità fotografano un’emergenza che non riguarda soltanto la salute, ma anche le disuguaglianze sociali ed economiche. E rilanciano una questione decisiva: come trasformare il riconoscimento dell’obesità in un’assistenza realmente accessibile a tutti?

Il 43% degli italiani è in eccesso di peso: il problema non riguarda soltanto la bilancia

Quasi un adulto su due in Italia ha un peso superiore a quello considerato salutare. E dietro questa cifra c’è una questione che va ben oltre le abitudini individuali: l’obesità e il sovrappeso continuano a distribuirsi in modo diseguale nella popolazione, seguendo linee di frattura legate all’età, al livello di istruzione, alle condizioni economiche e al territorio in cui si vive.

I nuovi dati della sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, relativi al biennio 2024-2025, indicano che il 43% degli adulti italiani è in eccesso ponderale. Circa il 32% è in sovrappeso, mentre oltre il 10% presenta obesità. Il quadro resta sostanzialmente stabile nel tempo, senza segnali significativi di miglioramento. Emerge anche un segnale molto preoccupante: meno della metà degli intervistati riferisce di avere ricevuto dagli operatori sanitari indicazioni sul controllo del peso, elemento che getta un’ombra sul ruolo dei medici di famiglia e dell’assistenza sul territorio.

La fotografia è stata presentata da Valentina Minardi, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell’ISS, durante il Congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità (SIO) WiP 2026, in corso a Palermo. I numeri raccontano un fenomeno diffuso, ma non uniforme. L’eccesso ponderale aumenta con l’età ed è più frequente tra gli uomini. Colpisce inoltre in misura maggiore le persone con un livello di istruzione più basso e quelle che incontrano maggiori difficoltà economiche.

Anche la geografia conta. Le Regioni meridionali continuano a registrare le percentuali più elevate e in Campania oltre la metà della popolazione adulta è in eccesso di peso. Un dato che richiama l’attenzione sul rapporto tra salute, condizioni sociali e possibilità di accedere alla prevenzione.«I dati confermano un fenomeno sostanzialmente stabile nel tempo, ma mostrano il persistere di importanti disuguaglianze – spiega Minardi –. L’eccesso ponderale aumenta con l’età, è più frequente fra gli uomini e interessa maggiormente le persone con un livello di istruzione più basso o con maggiori difficoltà economiche, oltre a essere più diffuso nelle regioni del Sud. Un altro elemento sul quale è importante richiamare l’attenzione riguarda il ruolo degli operatori sanitari: meno della metà degli intervistati riferisce di aver ricevuto indicazioni sul controllo del peso, nonostante sappiamo che il consiglio di un professionista sanitario aumenta significativamente la probabilità di adottare comportamenti più salutari».

La legge sull’obesità c’è, ora bisogna garantire il diritto alla cura

Il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante rappresenta un passaggio importante nella definizione delle politiche sanitarie. Con la Legge 149/2025, l’Italia ha introdotto un riconoscimento legislativo che impone di affrontare la patologia come una condizione che richiede prevenzione, diagnosi e trattamento, superando una visione riduttiva legata soltanto al peso corporeo.

Ma il riconoscimento formale non coincide automaticamente con la disponibilità di servizi. Tra una legge e la sua applicazione esiste una fase decisiva: quella in cui i principi devono tradursi in organizzazione sanitaria, percorsi assistenziali e opportunità terapeutiche accessibili. È questo il passaggio indicato dalla Società Italiana dell’Obesità: dalla consapevolezza della malattia al diritto effettivo alla cura. Un tema al centro della sessione inaugurale del congresso di Palermo, con un confronto tra il presidente della SIO Silvio Buscemi, l’onorevole Roberto Pella, promotore della legge, Antonino Urso di AGENAS e Massimo Fabi, assessore alla Sanità dell’Emilia-Romagna e coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni. Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ha inviato un messaggio da remoto ai congressisti.

«È proprio da questa fotografia che dobbiamo partire – afferma Silvio Buscemi, Presidente della Società Italiana dell’Obesità e professore di Nutrizione Clinica all’Università di Palermo –. Abbiamo finalmente riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, ma dobbiamo ancora imparare a intercettarla e prenderla in carico come tale. Le disuguaglianze sociali e territoriali ci dicono che non possiamo lasciare al singolo cittadino la responsabilità di trovare da solo una risposta. Il riconoscimento della malattia deve tradursi in prevenzione, diagnosi precoce e percorsi di cura concretamente accessibili».

Dalla diagnosi alle terapie: la sfida è rendere le cure accessibili a tutti

La questione è ancora più rilevante in una fase in cui le possibilità terapeutiche per l’obesità stanno cambiando rapidamente. La ricerca ha ampliato gli strumenti a disposizione della medicina, rendendo sempre più importante individuare i pazienti, valutarne le condizioni e inserirli in percorsi appropriati.

Il comunicato della SIO richiama proprio la necessità di passare dall’epidemiologia alla risposta del Servizio sanitario. Non basta conoscere la diffusione della malattia, né riconoscerla sul piano legislativo. Occorre fare in modo che le persone possano accedere concretamente alla prevenzione, alla diagnosi e alle opportunità di trattamento disponibili.

«Con la Legge 149 del 2025 l’Italia ha compiuto una scelta che ha aperto una strada anche a livello internazionale – spiega l’on. Roberto Pella –: riconoscere finalmente l’obesità per quello che è, una malattia che richiede prevenzione, diagnosi, cura e una presa in carico adeguata. È un risultato del quale possiamo essere orgogliosi, ma una legge rappresenta un punto di partenza, non un punto di arrivo. Ora dobbiamo trasformare quel riconoscimento in risposte concrete per le persone: percorsi assistenziali omogenei sul territorio, contrasto allo stigma e accesso alle opportunità terapeutiche che la ricerca mette oggi a disposizione. Il prossimo passo è dare piena attuazione alla legge, lavorando insieme a comunità scientifica, Istituzioni e Servizio sanitario nazionale perché al diritto riconosciuto sulla carta corrisponda sempre di più un reale diritto alla cura».

Il riferimento all’omogeneità territoriale è centrale. I dati mostrano infatti che il peso del fenomeno cambia sensibilmente da una Regione all’altra. Per questo, l’attuazione della legge dovrà misurarsi anche con la capacità di evitare che il luogo di residenza diventi un fattore determinante nell’accesso alle prestazioni.

La stessa esigenza riguarda il contrasto allo stigma. Riconoscere l’obesità come malattia significa anche modificare il modo in cui viene affrontata, nella comunicazione pubblica e nella pratica clinica. Il paziente deve poter contare su una valutazione sanitaria e su un percorso di cura, senza essere lasciato solo di fronte a una condizione che può richiedere un’assistenza continuativa. «La legge ha cambiato il quadro – conclude Buscemi – e le possibilità terapeutiche stanno cambiando rapidamente. Adesso viene la parte più difficile: fare in modo che una persona con obesità venga riconosciuta come paziente, intercettata dal sistema sanitario e accompagnata in un percorso appropriato, indipendentemente dal luogo in cui vive e dalle sue condizioni economiche. Il diritto alla cura comincia dal riconoscimento della malattia, ma diventa reale soltanto quando quella cura è concretamente accessibile».

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