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La rivincita dei giovani medici: perché la Generazione Z conquisterà gli ospedali

La rivincita dei giovani medici: perché la Generazione Z conquisterà gli ospedali
Ospedale

Formazione internazionale, tecnologia, ricerca e una nuova cultura della cura. Il grande ricambio generazionale della sanità italiana porta in corsia professionisti sempre più preparati, curiosi e abituati al lavoro di squadra. E il luogo comune dei giovani poco motivati sembra non trovare conferme.

La sanità italiana si prepara a vivere uno dei più grandi cambiamenti degli ultimi decenni. Nei prossimi anni il pensionamento di migliaia di professionisti porterà nelle corsie una nuova generazione di camici bianchi, cresciuta in un mondo profondamente diverso da quello dei propri maestri. Una trasformazione che appare particolarmente evidente negli ospedali universitari, dove formazione, assistenza e ricerca medica convivono quotidianamente. Secondo Matteo Stocco, direttore generale dell’IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, la differenza emerge già osservando il percorso di crescita dei giovani professionisti.

«I nuovi medici e i nuovi specializzandi sono preparatissimi dal punto di vista tecnologico. La maggior parte ha avuto esperienze all’estero e arriva con un bagaglio culturale legato all’innovazione, alle nuove tecnologie, ai farmaci e ai nuovi approcci clinici e diagnostici che nelle generazioni precedenti era meno spiccato. Inoltre hanno una qualità fondamentale e sviluppatissima: la curiosità intellettuale portata all’estremo». Una caratteristica che trova terreno fertile proprio nelle realtà accademiche. In un contesto dove la produzione scientifica è parte integrante dell’attività clinica, il richiamo della ricerca continua a rappresentare un potente elemento di attrazione. «Medicina, si sceglie soprattutto e ancor per vocazione. Rimanere in una struttura dove si fa ricerca, e ricerca traslazionale, quindi dove il trasferimento delle scoperte scientifiche al letto del paziente è più rapido, rappresenta una spinta importante per restare», sottolinea Stocco. La combinazione tra attività clinica e ricerca consente infatti ai giovani professionisti di confrontarsi con le più recenti innovazioni terapeutiche e diagnostiche, accorciando la distanza tra laboratorio e corsia. Un modello che appare sempre più strategico in una medicina caratterizzata da una crescita rapidissima delle conoscenze. Anche la dimensione internazionale contribuisce a definire il profilo della nuova generazione di medici. Sempre più studenti trascorrono periodi di formazione all’estero durante il corso di laurea o negli anni della specializzazione. Esperienze che ampliano le competenze, favoriscono il confronto con sistemi sanitari differenti e alimentano una maggiore apertura verso l’innovazione.

Dal maestro all’allievo: come si trasmette la cultura clinica

Uno dei temi più discussi quando si parla di ricambio generazionale nella sanità italiana riguarda il passaggio delle competenze dai medici senior ai professionisti più giovani. Il timore è che una parte del patrimonio di esperienza accumulato in decenni di attività possa andare disperso. Nella realtà delle corsie, però, il processo appare molto più graduale di quanto si immagini. La formazione dei giovani medici è costruita proprio per garantire una crescita progressiva delle responsabilità e un’acquisizione graduale delle competenze cliniche. «Non esiste uno switch immediato. La scuola di specializzazione è costruita proprio per evitare che un medico si trovi dall’oggi al domani a dover prendere decisioni da solo. Prima vede decine e centinaia di casi, si forma e si prepara gradualmente a quel ruolo», spiega Matteo Stocco. Il cuore di questo sistema resta il rapporto tra allievi e maestri. Gli anni universitari e quelli della specializzazione rappresentano infatti una lunga fase di osservazione e apprendimento sul campo, durante la quale i giovani medicicostruiscono non soltanto competenze tecniche, ma anche una vera e propria identità professionale. «È un rapporto molto stretto tra discenti e maestri. La scelta della specializzazione matura proprio osservando i professori e i medici che si incontrano durante il percorso di studi. Qui questo legame si sente moltissimo». La trasmissione della cultura clinica passa quindi attraverso la quotidianità del lavoro in reparto, l’osservazione delle decisioni più complesse e il confronto continuo con professionisti esperti. Un modello che continua a rappresentare una delle grandi ricchezze degli ospedali universitari, dove assistenza, formazione e ricerca convivono ogni giorno. A questo si aggiunge una crescente esposizione internazionale. Oggi gran parte degli studi clinici viene sviluppata all’interno di reti sovranazionali e il confronto con centri di ricerca stranieri è diventato parte integrante della preparazione professionale. Più ampia è la casistica osservata, maggiore diventa il bagaglio di conoscenze disponibile per affrontare pazienti sempre più complessi e percorsi terapeutici sempre più articolati.

Pazienti anziani, medici giovanissimi e il mito della Generazione Z poco motivata

L’invecchiamento della popolazione sta cambiando profondamente il volto della sanità italiana. Sempre più pazienti presentano contemporaneamente più patologie e richiedono percorsi di cura articolati. In questo scenario capita spesso che persone molto anziane si trovino davanti medici che hanno l’età dei loro nipoti. Potrebbe sembrare un ostacolo alla costruzione della fiducia. In realtà, secondo Stocco, ciò che conta davvero è altro: la capacità di far sentire il paziente seguito, ascoltato e preso in carico. «Il paziente ha bisogno soprattutto di sentirsi preso in carico. Spesso capita di avere a che fare con giovani medici che, proprio per la loro voglia di imparare e di mettersi in gioco, dedicano più tempo ai casi rispetto a chi ha maggiore esperienza». La crescente complessità clinica rende inoltre sempre più raro il modello del medico che decide da solo. Le cure vengono elaborate da équipe multidisciplinari, nelle quali competenze diverse collaborano per definire il percorso più appropriato per il paziente. È una trasformazione che riflette l’evoluzione stessa della medicina moderna. Si tratta di un contesto che sembra adattarsi particolarmente bene alle caratteristiche della Generazione Z, cresciuta in ambienti collaborativi, abituata alla condivisione delle conoscenze e all’utilizzo quotidiano delle nuove tecnologie. Eppure il pregiudizio più duro da sradicare resta forse quello relativo alla presunta minore disponibilità al sacrificio delle nuove generazioni. Un’accusa che emerge spesso nel dibattito pubblico ma che, almeno nelle corsie ospedaliere, sembra trovare poche conferme. «Sui medici non ho notato una diminuzione importante della voglia di rimanere in ospedale, anche oltre l’orario. Prevale ancora molto la motivazione che porta a scegliere questa professione: curare gli altri. Rimane una vocazione». conclude il direttore. È probabilmente questa la conclusione più significativa. Dietro la maggiore familiarità con la tecnologia sanitaria, l’apertura internazionale e la capacità di lavorare in rete, continua infatti a esistere quella componente ideale che da sempre accompagna la professione medica. I giovani camici bianchi stanno cambiando il modo di fare medicina, ma non le ragioni profonde che li hanno portati a scegliere questa strada. In un sistema sanitario chiamato a confrontarsi con pazienti sempre più anziani, fragili e complessi, la combinazione tra innovazione tecnologicaricerca scientificaformazione internazionalelavoro multidisciplinare e motivazione personale potrebbe rappresentare una delle risorse più preziose per il futuro della medicina italiana.

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