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Maria Rita Parsi e la “Terza età”

Maria Rita Parsi e la “Terza età”

«Il mio elogio alla vecchiaia adolescente»

Dopo una vita intera spesa sul piano personale e professionale a studiare l’universo dei più piccoli ai quali ha dedicato studi, ricerche, pubblicazioni, interventi in prima persona e perfino la sua celebre Fondazione Movimento Bambino Onlus, ora Fondazione Fabbrica della Pace e Movimento Bambino Onlus -istituzione culturale nazionale ed internazionale per la tutela giuridica e sociale dei bambini, per la diffusione della cultura per l’infanzia e per la formazione dei formatori- Maria Rita Parsi accelera sul piano dell’analisi generazionale puntando la fase opposta della vita umana. Romana di nascita, scrittrice, psicologa e psicoterapeuta, è diventata nota al grande pubblico alla fine degli anni Settanta con la pubblicazione di Animazione in Borgata sugli adolescenti difficili e negli anni Novanta aveva dato alle stampe I quaderni delle bambine, una raccolta di testimonianze di casi di violenza; nel 1986 era stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana e nel 2012 nominata nel Comitato Onu per i diritti dei fanciulli.

Per la prima volta gli anziani, dunque: non per difenderli, ma per spingerli ad uscire fuori da una condizione nella quale spesso si sentono relegati: stereotipi, condizioni psicofisiche spesso disagiate, per non parlare di rapporti familiari border line sono tutti elementi che agiscono sulla condizione anziana, quasi a voler accelerare il tratto distintivo di questa fascia d’età. Quella sorta di lento abbandono, di decadenza, di morte interiore. Non pensare “Sono vecchio, dunque ho finito”, pensa “Sono vecchio, dunque mi libero”, sembra essere il nuovo mantra del suo ultimo saggio, “Noi siamo bellissimi. Elogio della vecchiaia adolescente” (Mondadori, 2023), che apre nuovi scenari e un nuovo dibattito su temi di sicura presa sull’opinione pubblica.

Professoressa Parsi, dalla fase iniziale della vita a…quella finale.

«L’ho scritto a chiare lettere nella premessa, come una sorta di manifesto programmatico: questo libro è per quelli che, più o meno, hanno i miei anni e che debbono – o dovrebbero – affrontare la terza età come la migliore, perché è l’ultima occasione della loro vita. “Noi siamo bellissimi” è quindi un libro anche autobiografico, perché nato dall’urgenza di condividere con i miei lettori e coetanei l’esperienza personale e non certo soltanto quella professionale».

Esperienza personale, dunque…

«E come non avrei potuto raccontare, pure per la prima volta, la mia storia privata, partendo dall’immagine di una bambina ribelle, poi adolescente studiosa ma sempre critica – ho scritto “in guerra perenne con le autorità” – anche nei confronti della mia famiglia d’origine, dei genitori. Per arrivare a raccontarmi dal mio osservatorio privilegiato di psicologa e psicoterapeuta».

Il libro sembra essere una sorta di passaggio di consegne.

«Parto dal bilancio della mia vita, da ciò che mi ha insegnato e che ancora oggi continua ad insegnarmi: c’è tutto un paesaggio umano cui mi riporto che è la storia della mia vita pubblica e che non posso certo disperdere se non consegnando idealmente ai lettori di ogni fascia d’età -bambini, ragazzi, giovani, maturi, anziani, poco importa…- una sorta di testimone, una traccia scritta che rappresenti me stessa nel rapporto con il prossimo. C’è il mio vissuto tra limiti, illusioni, delusioni, vittorie e sconfitte. Insomma, metto a disposizione tutto quanto ha contribuito a formarmi dal punto di vista umano e professionale».

Negli anni avrà ascoltato centinaia (migliaia…) di persone, piccoli e grandi pazienti, piccoli e grandi lettori. Piccole e grandi storie…

«La nostra esistenza si caratterizza per instabilità, incertezza, imprevedibili mutevolezze, durissima fragilità, vuoti e pieni, contagi e guarigioni, e mi rendo conto dell’assenza di “teoremi” universalmente validi che possano governarla. Ecco, parto da me stessa e facendo quest’operazione di ricostruzione, pur rivolgendomi alla mia platea abituale, alla fine mi rivolgo alla mia stessa generazione, quella che si è formata durante gli anni Settanta. Ricordo cosa diceva Franco Cuomo, indimenticato scrittore teatrale e drammaturgo: “Noi eravamo bellissimi”. Già: bellissimi e determinati ad andare sino in fondo, a liberarci dalle catene che costringevano le nostre vite e le nostre libertà in quel decennio di paure, di oppressioni ideologiche. Di “piombo”, oserei dire».

Paure, certo, ma anche tanti obiettivi negli anni della sua giovinezza!

«Quel periodo traboccava di sogni, progetti, speranze in termini di diritti e giustizia: volevamo cambiare non solo il mondo, ma anche la mente, l’anima e il corpo. Ognuno di noi si sentiva un eroe pronto a sposare qualunque causa che portasse ad un reale cambiamento della società. Ecco perché pur rivolgendomi ai miei “coetanei”, nell’ultimo saggio continuo ad urlare il mio “Basta, davvero!” ai ragazzi di oggi, perché occorre prendere in mano il futuro, perché non c’è rimasto molto tempo per cambiare, dal basso, le sorti della nostra umanità».

Cita Hannah Arendt…

«E’ tra le mie “maestre”, insieme a Jole Baldaro Verde e ai “maestri” come Giovanni Bollea, Domenico De Masi, Franco Ferrarotti, Erich Fromm. Parlo della “banalità del male”, perché quest’ultimo ancora governa il mondo sottoforma di inganni, guerre, orrori, sfruttamento degli esseri umani, complotti, criminalità. Quella banalità tipica di chi ancora oggi pretende di governare il mondo: quelle stesse “persone” che esercitando il proprio “potere distruttivo” su altri esseri umani non potrei non indicare per una indispensabile terapia psichiatrica…».

Definisce la terza età “vecchiaia adolescente”…

«Io stesso mi considero una “vecchia adolescente”, perché con gli anziani sono legata da sempre da un grande amore, forse perché la mia stessa anima non ha età, essendo al contempo infanzia, preadolescenza, adolescenza, giovinezza, maturità, vecchiaia. La vecchiaia di quando io ero “giovane” la consideravo una sorta di “bene rifugio” che accoglieva, coccolava, educava, rallegrava, confortava. Come le case dei miei nonni, una sorta di contenitore amoroso».

Nel libro spicca anche una sorta di “alfabeto personale”.

«Elenco dalla A alla Z decine di consigli, spunti di riflessione o semplicemente parole-chiave che mi hanno accompagnata per tutta la vita, e che ora restituisco per aiutare a stare meglio, con noi stessi e con gli altri. Un vero “Mariarita-pensiero” che desse forma a ciò che penso e a quello che i tanti “Maestri” che ho incontrato sul mio cammino mi hanno consentito di conoscere».

Si è affidata a due grandi esperti di anzianità e vecchiaia, Salvatore Giannella e Francesco Cetta…

«Il primo, giornalista e scrittore, è stato direttore de “L’Europeo” e di “Airone”, con una sterminata pubblicistica alle spalle: il suo contributo ricorda una sua lunga intervista a Francesco Antonini, uno dei massimi geriatri italiani, docente a Firenze alla prima cattedra di gerontologia che sia stata istituita nel mondo. Il secondo è ordinario di clinica chirurgica a Siena e già coordinatore scientifico del Pio Albergo Trivulzio di Milano, che ha comparato adolescenza e senescenza a livello sia psicologico che clinico, cercando di spiegare i meccanismi che promuovono l’affinità tra queste due fasi della vita».

Tutto il libro è un inno a questo suo concetto di “vecchiaia adolescente”.

«Perché la considero libera, indignata e ribelle. Il consiglio, per chi ha raggiunto la terza età, è di fare anzitutto un bilancio su cui basare la ripartenza della propria vita: per fare quello che non si è ancora fatto, risolvere quello che non si è risolto e anche capire perché non lo si è fatto prima. Proprio a tal fine riporto dieci storie esemplari di “vecchiaia adolescente”, dieci testimonianze che sono altrettanti esempi di “come si può fare”…».

Un consiglio…

«Considerare questa parte della vita come una bellissima opportunità, anche per approfittare della libertà che ci concede e dare un senso a tutta la nostra vita».

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