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George Orwell e la neolingua del Grande fratello

George Orwell e la neolingua del Grande fratello

Lo scrittore britannico aveva una fantasia così potente da preconizzare i nostri tempi, mettendo in ridicolo i regimi della sua epoca, dal comunismo sovietico al nazismo. Come raccontano oggi due libri autobiografici.


Quando viaggiava, tutto il suo bagaglio era contenuto in una valigetta di due spanne (scarse). George Orwell si era abituato all’essenziale al punto da infastidirsi per tutto il resto che considerava superfluo e, dunque, inutile. Inizialmente, questa sua inclinazione per l’indispensabile ebbe il carattere della scelta obbligata. La scuola – al collegio di Saint Cypriane nell’Eastbourne – riuscì a frequentarla solo con una borsa di studio che gli consentì di rimediare alle difficoltà economiche della famiglia, alle prese con la necessità di nascondere i bisogni urgenti dietro la facciata delle apparenze piccolo borghesi. Di giacche, bastava quella che indossava e, per la biancheria, si arrangiava con un solo cambio. Poi fu costretto ad alleggerire il corredo personale perché erano più importanti il fucile e le cartucciere.

A Mandalay, quando tra il 1922 e il 1928 prestò servizio nella polizia imperiale birmana, la «Burma», altro che un abito di riserva: occorreva preoccuparsi delle armi per resistere agli assalti degli indipendentisti che contestavano la politica della Gran Bretagna e l’occupazione imposta dagli inglesi in casa loro. E nel 1936 in Spagna, durante la guerra civile, arruolato nelle divisioni del «partito operaio per l’unificazione marxista», non poteva trascinarsi valigie e beauty case negli scontri a fuoco con le falangi del franchisti. Fu ferito da una fucilata che lo colpì alla gola e, all’ospedale di Barcellona, se la vide brutta.

L’abitudine a vivere del minimo indispensabile influenzò i suoi comportamenti al punto che, negli anni della maturità, quando poteva permettersi un guardaroba copioso, rimase con una camicia che andava e un’altra che veniva. Essenziale il suo modo di vivere ed essenziale il suo modo di esprimersi. La sua è una prosa asciutta, senza ridondanze retoriche né enfasi letterarie. A cominciare dal suo nome.

Per l’anagrafe lui era Eric Arthur Blair, ma gli parve ampolloso e di inadeguata pronuncia. Perciò utilizzò un più armonico – a suo giudizio – George Orwell che – sempre a suo giudizio – aveva il vantaggio di essere composto da due sillabe per il nome e due per il cognome che, messi di seguito, senza soluzione di continuità, potevano sembrare una sola parola. Dura, decisa, schietta, senza tentennamenti. Per lui, se bastava un aggettivo, perché aggiungerne un secondo? E i verbi dovevano esprimere esattamente quell’azione.

Frasi semplici, efficaci, dirette. Uno scrivere «pulito». È l’aspetto che, da diversi punti di vista, sottolineano due saggi pubblicati di recente con titoli simili. Uno, edito da Mattioli 1885 – Un’autobiografia per sommi capi – presenta una serie di testi di Orwell tradotti da Francesca Cosi e Alessandra Repossi. L’altro – Autobiografia involontaria (Rizzoli) – è un lavoro di Enzo Giachino cui si deve la curatela dei capitoli e l’introduzione che presenta l’opera.

In entrambi i volumi risulta prepotente l’avversione per le frasi fatte, le metafore stantìe, le parole astratte in sostituzione di quelle concrete. Perché dire «mediante una considerazione» e non «considerando»? Che è persino più efficace? Si «sente» l’irritazione di Orwell per le fumisterie degli intellettuali, che più allungano le formule lessicali, meno risultano comprensibili. E, perciò, senza credibilità.

Evidente che lessico e grammatica non potevano limitarsi a un esercizio di scrittura immediatamente percepibile. Dovevano mettersi al servizio di concetti definiti. E il suo riferimento ideologico stava nella militanza della sinistra intellettuale, nemica dichiarata degli autoritarismi. La sua produzione di scrittore e giornalista trovò modo di alimentarsi di questa sua ostilità per i regimi totalitari dei quali riuscì a burlarsi, mettendoli in caricatura.

Nella «fattoria» il potere era rappresentato dagli uomini contro i quali si rivoltarono gli animali che, nonostante rappresentassero la ricchezza, venivano quotidianamente maltrattati. La rivoluzione ebbe successo a metà perché le bestie riuscirono a scacciare i vecchi padroni ma non conquistarono la libertà. Fra loro, emerse la casta dei maiali (non a caso i più sporchi che si rotolano nel fango) che presero a dare ordini con la stessa arroganza contestata, prima, agli umani.

La sconfitta dei propositi di uguaglianza e giustizia venne derisa in modo convincente dal più celebre passaggio del libro: l’assordante coro delle pecore. Una trovata felice, quando si avverta che, se deride i russi, deride in ugual misura gli italiani di Benito Mussolini e i tedeschi di Adolf Hitler. Ancora più definitivo l’allarme che Orwell lanciò per mettere in guardia dal pericolo che il comunismo sovietico, altro che promozione degli umili, si proponeva come un regime capace di soffocare le singole persone e le loro aspirazioni individuali.

Le pagine del libro sembrano proporre una trama di fantascienza. I tecnici della letteratura chiamano «distopia» quel modo di raccontare. In realtà è una critica feroce all’Unione Sovietica e allo stalinismo. Orwell scrisse quel testo nel 1948 e, per dare l’idea di un’eventualità assai lontana nel tempo, ruotò le due ultime cifre e intitolò il suo lavoro 1984.

Adesso, quel riferimento temporale sembra affondato nella preistoria dei ricordi. Figurarsi… Gli Stati Uniti avevano eletto presidente Ronald Reagan, l’Inghilterra si era affidata alla «lady di ferro» Margaret Thatcher e la Germania, guidata da Helmut Kohl, risultava ancora divisa in due fra i lander «federali» dell’Ovest e quelli «democratici» dell’Est.

In Italia – circostanza più unica che rara – Osvaldo Bagnoli conquistò il campionato di calcio con il Verona. Il segretario del partito comunista Enrico Berlinguer era morto a Padova mentre stava pronunciando un discorso a conclusione della campagna elettorale. Al Bano e Romina Power vinsero il Festival di Sanremo con la canzone Ci sarà.

Nello stesso anno, i giudici oscurarono i segnali di alcune televisioni che facevano capo a Silvio Berlusconi il quale, in quel momento, era un imprenditore brianzolo abbastanza sconosciuto ma destinato, in futuro, ad acquisire maggiore notorietà. Così come quelle emittenti tv si trasformarono nell’impero mediatico di Mediaset.

Il 1984, ipotizzato una quarantina d’anni prima, con l’accelerazione sociologica di questi tempi equivarrebbe a disegnare scenari che si riferiscono agli anni 2200. Orwell descrisse una dittatura insinuante, capace di sottomettere la gente con la persuasione e, quindi, obbligandola a comportarsi secondo i suoi desideri senza la necessità di utilizzare metodi di coercizione appariscenti.

L’autorità indiscussa venne rappresentata dal Grande Fratello, che la tecnologia aveva reso onnipotente. I dati immagazzinati nel suo cervellone consentivano di spiare le caratteristiche di ciascuno cui toccavano promozioni o censure. Al punto che ognuno si sforzava di adeguarsi ai desideri di questa entità che aleggiava, impegnandosi nel non contraddirla nemmeno con il pensiero e, anzi, mettendosi nella condizione di anticiparne i desideri.

Lo strumento che realizzava questa sudditanza veniva offerto proprio dalla sintassi di una «neolingua», messa a punto per rispondere alle esigenze ideologiche del Socin (Socialismo inglese). Gli editoriali del Times erano redatti seguendo i dettami di questo idioma ed era un compito talmente arduo che solo gli specialisti potevano cimentarvisi.

Le neolingua assegnava «un termine esatto e spesso molto sottile a ogni singolo concetto». Ogni altra espressione doveva essere considerata illegale. I membri del «Partito governavano – e opprimevano – con le parole. In parte coniandone delle nuove ma, soprattutto, eliminando termini giudicati sconvenienti, devianti e portatori di qualche significato secondario».

Abolire una parte di vocabolario significava cancellare le idee corrispondenti, mutilando il pensiero e impedendo «opinioni non ortodosse». La neolingua consentiva l’arbitrio di un singolo e la sudditanza della collettività. Tutti agli ordini di un’entità indefinita, apparentemente distaccata e tuttavia pervasiva. Il Grande Fratello, per l’appunto.

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