Abbiamo imparato a concedere al comfort food una dimensione affettiva, senza chiedergli ogni volta il certificato di buona condotta nutrizionale. Con le bibite siamo più severi. Eppure, tra riduzione degli zuccheri, nuove formulazioni e un accordo con il Ministero della Salute che parla di moderazione e consapevolezza, forse è arrivato il momento di uscire dalla logica del processo alla lattina.
Abbiamo imparato a parlare di comfort food senza troppi sensi di colpa. Con le bibite, invece, il lessico si fa immediatamente più severo: zucchero, calorie, obesità, tassa. Come se le bollicine, a differenza di una fetta di torta o di una pizza, non avessero diritto a una dimensione affettiva, rituale, persino consolatoria.
Oltre il tribunale delle calorie: la svolta della riformulazione
Naturalmente lo zucchero esiste, e sarebbe poco serio fingere il contrario. L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda che gli zuccheri liberi rappresentino meno del 10 per cento dell’energia giornaliera e indica un’ulteriore riduzione sotto il 5 per cento come potenzialmente vantaggiosa. Ridurre un consumo eccessivo di zuccheri resta dunque un obiettivo di salute pubblica. Ma occuparsi di un prodotto non significa necessariamente trasformarlo in un imputato.
Nel frattempo, infatti, le bibite sono cambiate. Secondo i dati diffusi da AssoBibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche in Italia, negli ultimi anni lo zucchero immesso in consumo dalle aziende del comparto è stato ridotto del 44 per cento. Il dato è di fonte associativa — elaborazione AssoBibe su dati GlobalData 2008-2025 — e fotografa una trasformazione del settore, accompagnata da riformulazioni e dalla crescita delle varianti senza zucchero. Il 20 luglio 2026 il Ministero della Salute e AssoBibe hanno inoltre sottoscritto un nuovo protocollo d’intesa biennale. Firmato da Marcello Gemmato, Sottosegretario di Stato alla Salute, insieme al presidente di AssoBibe Giangiacomo Pierini. L’accordo riguarda il monitoraggio dei consumi, l’informazione al consumatore, l’offerta calorica, formati e confezioni e il marketing responsabile verso i più giovani.
La bussola della misura e la ritualità del quotidiano
Ed è significativo proprio il linguaggio utilizzato da Marcello Gemmato: nel contesto di una dieta improntata a varietà ed equilibrio, ha osservato, anche le bevande analcoliche possono trovare spazio a condizione che il consumo sia moderato e attento, limitando in particolare gli zuccheri aggiunti.
Dentro questa posizione c’è una parola che spesso scompare tra allarmismi e assoluzioni: misura.
Nessuno sostiene che una bibita zuccherata sia acqua. Né avrebbe senso negare che un consumo abituale ed eccessivo di zuccheri possa avere conseguenze sulla salute. Ma da qui a trasformare ogni lattina in una colpa alimentare c’è una certa distanza.
Una bibita, del resto, raramente viene scelta dopo averne calcolato la densità nutrizionale. È la bottiglietta ghiacciata con la pizza, la cola davanti a un film, l’aranciata del pomeriggio, la tonica dell’aperitivo analcolico. È un sapore che rimanda a un’estate, a un bar, a una festa, a un viaggio.
È consumo, certamente. Ma è anche ritualità.
È, in una parola, comfort drink.
Dalla sugar tax alla legittimità del piacere
Riconoscere questa dimensione non significa negare la medicina e tanto meno attribuire alle bibite improbabili virtù salutistiche. Significa evitare di trasformare indicazioni nutrizionali importanti in un tribunale morale. In alimentazione contano quantità, frequenza e quadro complessivo: ed è proprio in questo spazio che riformulazione, informazione e moderazione possono convivere.
Poi c’è la sugar tax, ormai presenza costante nel dibattito italiano sulle bevande analcoliche. Introdotta dalla legge di Bilancio 2020 e più volte rinviata.
Il punto, però, può essere un altro: distinguere la valutazione degli strumenti di politica pubblica dal giudizio morale sul singolo consumo.
Se l’obiettivo è ridurre gli zuccheri, è utile osservare anche quanto i prodotti siano stati effettivamente riformulati. Se si vuole favorire un’alimentazione più equilibrata, contano le porzioni, la varietà dell’offerta e la chiarezza dell’informazione. Se si vogliono tutelare i più giovani, diventano centrali le modalità di marketing e il contesto scolastico.
Il protocollo tra Ministero della Salute e AssoBibe è interessante proprio perché si muove su questo terreno: punta su riduzione degli zuccheri, consapevolezza e responsabilità del consumo.
E se un adulto, dentro una dieta complessivamente equilibrata, sceglie ogni tanto una bibita semplicemente perché gli piace, forse non è necessario attribuire a quel gesto un significato più grande di quello che ha.
Il piacere, del resto, fa parte dell’alimentazione quanto la nutrizione. Non tutto ciò che mangiamo o beviamo deve aspirare a diventare un superfood. Esistono anche la memoria, l’abitudine, la convivialità, la pausa. E persino quella piccola soddisfazione di stappare qualcosa di freddo in una giornata storta.
Meno zucchero dove si può. Alternative per chi le preferisce. Formati diversi. Informazioni comprensibili. Attenzione ai più giovani. E moderazione.
Senza chiedere a una lattina di essere ciò che non è, ma anche senza attribuirle colpe che appartengono semmai agli eccessi e agli stili di consumo.
Perché esiste anche un benessere minuscolo, quotidiano, che non pretende patenti salutistiche: una pausa, un sapore conosciuto, un bicchiere freddo quando ne abbiamo voglia.
Lo chiamiamo comfort food quando si mastica.
Non si vede perché, quando fa pssst, non possa essere anche comfort drink.
