A Venezia Freaks Out, kolossal italiano che divide
Gabriele Mainetti sul red carpet per "Freaks Out", Mostra del cinema di Venezia, 8 settembre 2021 (Foto: Ansa/Claudio Onorati)
A Venezia Freaks Out, kolossal italiano che divide
Cinema

A Venezia Freaks Out, kolossal italiano che divide

Le attese erano tutte per lui, il nuovo film di Gabriele Mainetti, che sei anni fa stupì con Lo chiamavano Jeeg Robot. Gli entusiasmi però sono stati spuntati. Un progetto molto ambizioso, che manca di sorpresa

L'abbiamo atteso così a lungo Freaks Out, la cui lavorazione da kolossal si è protratta più del previsto e l'uscita è stata rinviata più volte a causa del Covid-19. Ci abbiamo riposto entusiaste aspettative. Ed ora che i veli sono stati tolti, alla Mostra del cinema di Venezia, dove ha debuttato come quarto dei cinque film italiani in concorso, ci sentiamo come un maratoneta che arrivato al traguardo si fionda sulla borraccia dell'acqua e si accorge che è salata. Freaks Out è l'opera seconda di Gabriele Mainetti, che nel 2015 ci aveva stupito e rapito con Lo chiamavano Jeeg Robot (2015), meraviglioso connubio pop di generi, con un supereroe di Tor Bella Monaca che mangia budini e guarda porno per colmare i suoi vuoti affettivi. Furono sette David di Donatello e grande gioia perché il cinema italiano aveva finalmente trovato un nuovo talentuoso autore, coraggioso, che rischia con effetti speciali e storie più da cinema americano, eppure così tanto nostrane, umane e romane.

Freaks Out è uno sforzo produttivo notevole e non meno coraggioso, di cui Mainetti stesso oltre che co-sceneggiatore, insieme a Nicola Guaglianone, è anche co-produttore con la sua società di produzione Goon Films, e insieme a Lucky Red e Rai Cinema.

«Noi abbiamo resistito fino alla fine per l'entità produttiva che richiedeva il progetto», confessa Andrea Occhipinti di Lucky Red. «Avevo detto a Michele che semmai un lavoro del genere poteva essere da terzo film, non da secondo». Mainetti sorride e lo corregge: «No, mi avevi detto come quarto o quinto film». Ma poi Lo chiamavano Jeeg Robot ha superato i 5 milioni di euro di incassi ed è stato un buon segnale per imbarcarsi in questa avventura lunga e costosa, che ha visto sforare il budget iniziale arrivando a toccare circa 12 milioni di euro.

E tutti quei soldi si vedono di certo, nello spettacolo visivo che Freaks Out propone, tra battaglie articolate che non troviamo quasi mai nei film italiani, detonazioni e distruzioni fragorose, campi elettrici che gravitano in enormi matasse di luci, nugoli di insetti avvolgenti. Ma Freaks Out non trova la forza narrativa che Mainetti ha centrato in Lo chiamavano Jeeg Robot. Un progetto molto ambizioso, che manca di esplosività e sorpresa. E più di una volta rischia il sentimentalismo.

Freaks Out è ambientato nella Roma del 1943, occupata dai nazisti. Nel circo Mezzapiotta quattro «freak», individui dalle caratteristiche fuori dalla norma, sono i fenomeni da baraccone che trovano nella vita circense la loro dimensione da «diversi». Matilde (Aurora Giovinazzo) è una ragazzina elettrica che dà la scossa a chi la tocca, Cencio (Pietro Castellitto) è un ragazzo albino che addomestica gli insetti, Fulvio (Claudio Santamaria, il supereroe borgataro di Lo chiamavano Jeeb Robot) è un uomo ricoperto di peli dalla forza sovrumana, Mario (Giancarlo Martini) una calamita umana. Quando il direttore ebreo del circo scompare all'improvviso (Giorgio Tirabassi), i quattro sono costretti a mettersi in gioco e a uscire dal tendone del circo che li proteggeva. «Noi senza il circo siamo solo una banda di mostri», dice Fulvio, spaventato. Su di loro e sulle loro abilità speciali, tra l'altro, ha messo gli occhi un nazista (Franz Rogowski) che vorrebbe cambiare il corso della Storia.

Immagine del film "Freaks out" Immagine del film "Freaks out" (01 Distribution)

Freaks Out, in 2 ore e 21 minuti di film, è una commistione di generi, come Mainetti ha assunto a sua cifra stilistica: racconto d'avventura, romanzo di formazione, riflessione sulla diversità e sulla capacità di esprimere le proprie potenzialità. Questa volta però il mélange è meno intrigante e avvincente. L'elettrocardiogramma delle emozioni è poco sobbalzante.

«Dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, con Nicola Guaglianone, ci siamo domandati: 'E adesso che facciamo, di altrettanto fico?'», ha detto Mainetti. È stato Guaglianone a proporre il tema dei «freak», che gli è caro, tanto da averlo già sceneggiato per Indivisibili di Edoardo De Angelis. «A un certo punto, sul tavolo, c'erano sette storie, anche molto diverse tra loro. Come era già successo per Jeeg, le condensavamo man mano, finché un giorno Nicola mi ha detto: 'Ce l'ho: i freak li facciamo con i poteri, nella Seconda guerra mondiale'». E a Mainetti sono brillati gli occhi.

È da premettere: in Sala Grande il film alla prima per la stampa è stato accolto da applausi. Però gli umori tra i colleghi sono divisi: c'è chi ha gli occhi che brilla, entusiasta per la portata e complessità produttiva, così inimmaginabile per un film italiano, e chi serra le labbra dispiaciuto. Speravamo e volevamo davvero tutti che Freaks Out fosse un grande indimenticabile film.

«Abbiamo avuto diverse difficoltà produttive, anche a livello di know-how tecnico », racconta Mainetti. «Noi italiani non siamo abituati a fare film d'azione. Abbiamo avuto momenti di estrema difficoltà. Ad esempio, per rimettere ogni bomba, occorrevano 7 minuti. Tra un ciak e l'altro passava tantissimo tempo». E poi anche il timore che Freaks Out diventasse un'incompiuta: «Ho avuto paura di non poterlo finire, perché arrivato a metà film avevamo ultimato i soldi. Anche in post-produzione ancora aleggiava quella paura».

Mainetti è anche autore delle musiche, insieme al compositore Michele Braga (proprio oggi al festival veniva presentata l'Associazione Compositori Musica per Film).

Ne Lo chiamavamo Jeeg robot la trentenne che vive in un mondo tutto suo interpretata da Ilenia Pastorelli era stata una sorta di mentore, toccata dalla grazia di saper credere in un supereroe alquanto atipico. Anche Freaks Out ha nel femminile il principale motore narrativo, nel personaggio di Aurora Giovinazzo. In questa ragazza elettrica, che non può toccare gli altri perché rischia di ucciderli involontariamente, c'è un richiamo ahinoi così attuale e vicino: non può non ricordare la condizione che il Coronavirus ci ha costretti a vivere. «C'è un'analogia meravigliosa tra la nostra protagonista e quello che stiamo vivendo, in questo abbraccio finale che tanto ci manca».

Freaks Out uscirà al cinema il 28 ottobre con 01 Distribution.

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